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Il salto di Roglic al Tour

Lo sloveno conquista l'ultima tappa pirenaica del Tour de France, dopo cinque scatti vani in salita e una discesa dell'Aubisque praticamente perfetta. A Dumoulin non riesce di staccare Thomas, a Bardet l'impresa

27 Luglio 2018 alle 18:13

Il salto di Roglic al Tour

Foto LaPresse

Verso Laruns è un testacoda di facce e di espressioni. Lungo la diciannovesima tappa del Tour de France 2018 è uno sparpagliarsi di anime che vagano per i Pirenei alla ricerca dell'ultima occasione, del tempo andato, perduto e guadagnato. Un saluto alle montagne che ancora trattengono in loro il motivo per il quale si vuol bene al ciclismo.

 

C'è un uomo che sbuffa, che scuote la testa, con un volto tirato, sofferente, denti stretti che cercano di trattenere il dolore delle botte dei giorni scorsi. La strada inizia a salire verso il Col d'Aspin e Peter Sagan è già dietro staccato. Porta il peso di una caduta sulle rocce e davanti c'è ancora una tappa intera, fatta di ascese e discese, di sofferenze pirenaiche. E' staccato, lontanissimo dalle prime posizioni, ma non molla, non può farlo, c'è una maglia verde, la sesta, da conquistare definitivamente dopo averla indossata dalla seconda tappa.

 

 

Ci sono una ventina di uomini che sbuffano, che non scuotono la testa, ma tutto il loro corpo appesi al manubrio e all'idea che non tutto è finito, che il Tour de France può ancora essere vinto. Anche loro hanno il volto tirato, sono da quasi tre settimane che pedalano per la Francia. Anche loro portano impressa la sofferenza, anche loro stringono i denti, ma è un cercare di trattenere le ultime energie rimaste, il loro è un dolore di gambe e di ambizioni frustate, mentre l'asfalto del Col d'Aubisque scorre sotto le loro ruote, i chilometri all'arrivo diminuiscono e quel gallese in maglia gialla non perde un metro. Geraint Thomas guarda Tom Dumoulin e Primoz Roglic, li vede dannarsi al suo fianco, cercare lo scatto giusto che lo tolga di mezzo. Lui però resta lì, non si fa staccare, non molla, non può farlo, c'è un Tour, sino a oggi eccezionale, da portare a Cardiff.

 

I Pirenei, quelli più conosciuti, quelli più cattivi, non tanto per pendenze quanto per altitudine, quelli più vecchi, almeno per pedigree, sono una canzone a tonalità altissima, che suona per duecento chilometri tra cime e valli, tra cielo e terra: "No, non posso più chiederti tempo per cambiar perché sarebbe inutile sarebbe solo per pietà ed io non voglio più pretendere le cose che non merito da te". E mentre cantava Mina le facevano il coro le ruote dei corridori. Quelli che avevano tentato il volo che la tappa era principio, quelli che si erano inventati un Tourmalet d'assalto, quelli che sull'Aubisque avevano tentato di staccare Thomas, ma che Thomas non erano riusciti a staccare.

 

 

E così per non dover cantare "e perderò così anche quest'ultima occasione che mi dai / e sarà tardi quando cercherò di te",  Roglic prova a planare senza paracadute verso Laruns. Era scattato in salita, era riuscito pure a prendere un centinaio di metri, ma non era riuscito a conquistare quel vuoto che avrebbe voluto, quello che mette nelle gambe quelle scariche di adrenalina che combattono la fatica. Quello che ha trovato a una mezza dozzina di chilometri dall'arrivo, quando la strada era diventata più grande, le curve più belle, la bicicletta più veloce. Se ne è andato da solo e di forza. Ha raggiunto l'arrivo, conquistato la tappa, abbracciato il podio, quello dal quale era a giù alla partenza, quello sul quale è salito virtualmente oggi, quello sul quale potrebbe salire davvero a Parigi.

 

Lo sloveno festeggia. Thomas pure, secondo sotto lo striscione, e con sei secondi in più per affrontare domani più tranquillo i trentuno chilometri contro il tempo. E pure Rafal Maijka sorride, che sull'Aubisque è passato per primo e che vita da fuga ne ha fatta parecchia dalla Vandea a Laruns.

 

 

A sbuffare sono Romain Bardet e Tom Dumoulin. Il primo a vagar per Pirenei per cento chilometri davanti al gruppo, inseguendo la fuga buona, per cercare di ribaltare le ombre di gambe che non hanno funzionato come avrebbe voluto. Il secondo a menare per niente prima nel tentativo di mollare i suoi rivali, poi a inseguire quello sloveno che volava con gli sci e sembra volare pure sulla bicicletta. E' andata male a entrambi, ma tant'è. Il loro lo hanno fatto.

 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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