C'è un Piemonte che vuole tornare a pedalare. E punta sul cicloturismo

La regione che fu di Girardengo e Coppi, con il portale Piemontebike.eu si avvicina al modello europeo di viaggi in bicicletta. E non è un caso. Leggere Marco Ventura per capire le origini antiche di una passione

21 Maggio 2018 alle 17:29

C'è un Piemonte che vuole tornare a pedalare. E punta sul cicloturismo

Non si va mai tanto lontani da dove si è partiti. Sarà perché certe cose ce le si porta dentro, sarà perché la memoria di un tempo può evolversi, modificarsi, ma difficilmente si cancella, sarà perché, forse, ci sono determinate propensioni che si legano all'orografia dei luoghi. D'altra parte se qualcosa si diffonde "al punto di diventare tutt'uno con la società", scriveva Mario Soldati, "è perché in quel posto e in quel periodo si erano realizzate i presupposti per un amalgama perfetto tra necessità e volontà". Il grande scrittore torinese parlava di un "hic et nunc divenuto mito", parlava dell'alessandrino dei primi del novecento, di quella "terra generosa che pativa la fame e partoriva campioni".

 

E' una storia antica questa, una storia di tempi andati e di una generazioni di uomini eccezionali che dal novese abbracciava tutto il Piemonte. Nomi che furono leggende, che furono interpreti degli albori di uno sport, il ciclismo. Che suonano antico, ma che suonano ancora. E sono Gerbi e sono Aymo e sono Gay e sono Cuniolo e sono Gremo. E sono soprattutto Girardengo ancor prima di Coppi. Perché il Gira è stato il primo ciclista a subire una sorta di mitizzazione in vita. Fu il primo Campionissimo, l'atleta d'Italia, perché il ciclismo era all'epoca lo sport d'Italia. E non c'è da stupirsi di tutto questo, scrive Marco Ventura in "Il campione e il bandito - La vera storia di Costante Girardengo e Sante Pollastro" (Il Saggiatore, 2018, 377 pp., 19 euro) perché "una società come quella novese di principio del secolo e del primo dopoguerra non può che partorire un campione". E questo sia perché "la fonte del mito nel ciclismo è genuina (...)", in quanto sì "la bicicletta è simbolo di modernità", ma "la fatica e il sudore appartengono a un mondo tradizionale, che è di tutti" e "sullo stradone, nel fango sulle rampe, lungo i defatiganti percorsi di centinaia di chilometri i nullatenenti figli della terra possono aspirare a diventare ricchi e famosi". Sia perché allora "era l'Italia a essere giovane e la giovinezza di un popolo è il periodo più adatto alla creazione dei suoi miti". Ma soprattutto perché in quel fazzoletto di terra la bici era più che un mezzo di trasporto, era il mezzo di trasporto, il centro nevralgico di tutto quello che sarebbe successo nel ciclismo sino a oggi. Tutto parte da lì, da Alessandria. Tutto è stato creato laggiù, nelle terre di Costante Girardengo e Sante Pollastro, nei luoghi di quella "storia d'altri tempi ancora prima del motore / quando si correva per rabbia e per amore". 

 

Era il Piemonte delle biciclette, l'Alessandria capitale del ciclismo. Divenne nel corso degli anni il Piemonte della Fiat e della Juventus. Le macchine invasero le strade, il calcio l'immaginario. Ma le origini possono assopirsi, ma non se ne vanno. E dentro rimane il ricordo di una storia antica, indissolubile. Una storia che ritorna, moderna forse, ma che parte dagli stessi presupposti, che si riscrive sugli stessi luoghi e percorsi. Una storia che si modifica, che riunisce storie antiche, che da veloce si fa lenta, che da ciclismo si fa cicloturismo, che da fuga dalla fame si fa ricerca di una dimensione più umana, quella che la bici ancora sa dare. 

 

Dall'Alessandrino sino a raggiungere tutto il territorio piemontese. Dalle strade che furono di Costante Girardengo a Fausto Coppi, sino a Oropa, tempio moderno del ciclismo, santuario della Madonna nera e di più laiche imprese ciclistiche, su tutte quella di Marco Pantani nel 1999. E poi altro: le colline dei grandi vini rossi docg e il cuneese delle nocciole, strade che si intersecano e che riportano a un tempo che fu, che per tanto tempo più non è stato, ma che sta tornando, inesorabile. Con una protagonista che ritorna sulla scena, la bicicletta. E' il Piemonte che vuole tornare a pedalare, perché pedalando sa di poter offrire il meglio che ha, ossia panorami e cibi, scorci e vini, paesini, pievi e natura. Ci sono 4.300 chilometri da scorrere, 100 percorsi geomappati da seguire in Piemontebike.eu, che è un portale realizzato in sinergia con la Regione Piemonte, che è soprattutto una buona idea per allargare il territorio del turismo, destagionalizzarlo, offrire un qualcosa che, soprattutto all'estero, molti richiedono e che in Italia pochi offrono.

 

Il Governo centrale tedesco è dal 2009 che ha iniziato a finanziare un progetto di digitalizzazione dei percorsi ciclabili e di incentivo alla creazione di strutture di accoglienza e ristoro lungo questi. Una dei primi Land a sperimentare e a richiedere questi finanziamenti è stato il Baden-Württemberg. Era il 2010. Nei primi dodici mesi il numero di cicloturisti che pedalarono per questi percorsi fu stimato in 900 mila. Un risultato positivo, ma sotto le attese. L'evoluzione tecnologica, la diffusione degli smartphone e, forse e soprattutto, un rinnovato interesse verso i viaggi in bicicletta, hanno ribaltato le cose. Nel 2017, secondo il ministero dei Trasporti del Land, sono stati 14 milioni le persone che hanno utilizzato i percorsi geomappati per viaggi in bicicletta nel territorio. E questo ha generato, solamente se si considerano i pernottamenti, un giro d'affari di circa 3,2 milioni di euro, generando un valore economico netto di circa 860 milioni di euro.

 

Lì dove nacque la draisina – quello che è stato il primo modello di bicicletta, o meglio il suo antenato più prossimo – il cicloturismo è diventato in pochi anni una realtà importante, "centrale nell'economia del Land", disse tre anni fa l'allora ministro del turismo Winfried Hermann, sottolinenando "come l'idea del governo centrale, recepita da quello regionale, era necessaria, perché partiva dall'evidenza di un cambiamento radicale del settore turismo. Ci sono sempre più persone che desiderano muoversi e viaggiare in modo diverso e il compito della politica è agevolare questo cambiamento".

 

Piemontebike, non è il primo portale che prova a fare questo, ma è il primo tentativo di farlo in modo "tedesco", ossia cercando di realizzare un sistema integrato che permetta al cicloturista di trovare in un unica pagina tutte le informazioni di cui ha bisogno, siano queste turistiche, relative a strutture con servizi dedicati, punti noleggio e assistenza. Risponde soprattutto a quello che Josip Rotar, urbanista sloveno e attivista ciclista, sottolineò come necessità per l'espansione del cicloturismo: rendere facile, immediato e accessibile l'approccio con questa tipologia di viaggi. E la classificazione di itinerari in base a difficoltà, lunghezza, pendenza, caratteristiche tecniche e paesaggistiche dei vari percorsi, assieme alla facilità di recupero di luoghi da vedere e di strutture a cui rivolgersi (per Rotar la presenza di strutture recettive che possano soddisfare le esigenze dei cicloturisti è importante tanto quanto la presenza di percorsi "sicuri"), va in questo senso: quello di agevolare il cicloturismo, renderlo accessibile a tutti.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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