La Tirreno-Adriatico e la gravitazione secondo Cavendish

Il velocista britannico è caduto ieri nel corso della prima tappa della Corsa dei due mari. Quella "maledizione" della fisica che porta il suo nome

8 Marzo 2018 alle 11:40

Henry Cavendish era un nobiluomo che parlava poco e sorrideva ancor meno. Passava le sue giornate chiuso in biblioteca della Royal Society e quando da questa usciva era per finire in un laboratorio dove provava a dimostrare le teorie che aveva studiato. Raccontano che bastasse uno sguardo per farlo arrossire e che durante la sua permanenza all'Università di Cambridge, dal 1749 al 1753, avesse parlato in pubblico al massimo un paio di volte. Il collega John Michell scrisse che "aveva un carattere mite e silenzioso e un ingegno straordinario capace di illuminarsi per l'intero universo scientifico". Di Michell, di cui fu allievo e poi collaboratore, portò a compimento nel 1798 il lavoro, quello che servì a dimostrare l'esattezza della teoria di Isaac Newton, consentendo in questo modo di ottenere valori accurati per determinare la costante gravitazionale. Ci riuscì con una bilancia di torsione (ossia un'asta tenuta sospesa da un filo che quando viene avvolto su se stesso esercita una forza che si oppone all'avvolgimento con un'intensità direttamente proporzionale all'ampiezza dell'angolo di torsione), ideata da Michell e perfezionata da lui. Ci riuscì e da allora due secoli di scienziati gli hanno reso grazie e tre secoli di studenti somari lo hanno, in qualche modo, maledetto.

 

Al contrario di Henry Cavendish, Mark Cavendish non ha origini nobiliari, non si è mai chiuso nella biblioteca della Royal Society e di laboratori ne ha frequentati solo per qualche elettrocardiogramma sotto sforzo. Fa il velocista e lo fa bene a tal punto da vincere un Mondiale, una Milano-Sanremo e un altro centinaio di corse in tutto il mondo, tutti e tre i grandi giri compresi.

 

Mark Cavendish parla e spesso sorride, della fisica poco gli importa, ma la fisica di Henry Cavendish l'ha spesso sperimentata e sempre sulla sua pelle. Ieri durante la cronometro a squadre della Tirreno-Adriatico ha scoperto che la costante gravitazione sull'asfalto italiano è tanto dura quanto quella sull'asfalto francese, di Abu Dhabi e di ogni altro manto in tutto il mondo.

  


 

In una lettera a Charles Augustin de Coulomb, Henry Cavendish scrisse che "la gravità è una interazione spinge la natura lì dove deve stare. E' inesorabile". Mark Cavendish con la maglia strappata, lo zigomo tumefatto e una costola rotta dell'inesorabilità dello scienziato farebbe anche a meno e qualche maledizione tra sé e sé gliela manderebbe volentieri: "È frustrante essere caduto ancora, ma sono contento che non ci siano danni maggiori. Nonostante il dolore, avrei voluto disputare la seconda tappa adatta a noi velocisti e naturalmente sono deluso dal fatto di non poterlo fare". Perché la "gravità sarà anche l'interazione che spinge la natura lì dove deve stare", ma a volte va maledetta.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi