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Gli Immacolati

Tra Gimondi e Adorni. Il ciclismo con più spine che rose di Gilberto Vendemiati

Gregario significava togliersi il pane di bocca, togliersi la bici dalle gambe, togliersi più guai che soddisfazioni. E nessuna vittoria

27 Maggio 2019 alle 16:39

Tra Gimondi e Adorni. Il ciclismo con più spine che rose di Gilberto Vendemiati

Ci sono i velocisti e gli scalatori, i passisti e i discesisti, soprattutto i vincenti e gli immacolati, quelli che che non si sono mai macchiati di vittorie tra i professionisti. Marco Pastonesi lungo il percorso del Giro d'Italia 2019 ha raccolto le loro testimonianze, le loro voci, i loro ricordi.

Nelle puntate precedenti: Lello Ferrara – Giorgio Cecchinel – Daniele Righi – Mauro Da Dalto

 


 

Gregario significava togliersi il pane di bocca: “Tour de France 1965, sedicesima tappa, la Gap-Briançon con Vars e Izoard, 14 corridori in fuga, i primi 13 della generale e io. Al rifornimento sul Vars, 500 metri, o lì o niente, il sacchetto di Gimondi si rovesciò a terra perché una fettuccia si ruppe, allora urlai al massaggiatore di darmene due invece di uno, ma lui me ne allungò uno solo. Neppure il tempo di afferrare un panino che Luciano Pezzi mi urlò ‘a Felice!, a Felice!’, glielo consegnai intero, rimasi assetato e a digiuno, andai in crisi, mi staccai. Sull’Izoard, quando vidi una bandiera italiana, mi fermai da alcuni tifosi, mi sedetti a un tavolino, a mangiare e a bere, poi mi riempirono le tasche e la borraccia, risalii in sella e ripartii. Ventisettesimo”.

 

Gregario significava togliersi la bici dalle gambe: “Giro d’Italia 1965, quattordicesima tappa, la Milano-Novi Ligure di 100 km ma avversata dal vento e con il gruppo che andava a 50 all’ora, Vittorio Adorni mi sussurrò: ‘Quando siamo in testa al gruppo, dammi la tua bici: io ho forato’. Avevo più o meno le stesse misure dei miei capitani, dovevo stargli il più vicino possibile in caso di incidente meccanico. Adorni, più alto, sulla mia bici si appiattiva un po’. Gimondi, più basso, sulla mia bici si allungava un po’. Io, sulle loro bici, mi scorticavo il soprassella”.

 

Gregario significava togliersi più guai che soddisfazioni, più spine che rose: “Mondiale dilettanti 1961 a Berna, in Svizzera, la gamba andava via da sola, su una salita battezzata Dente di cane mi trovai in fuga senza accorgermene con un belga che mi curava perché, in Italia, lo avevo battuto due volte. Avevamo preso 200 metri di vantaggio quando Elio Rimedio, il c.t., mi comandò ‘fermati!’, perché dovevo aiutare il capitano, Guido De Rosso. Ventunesimo. E Giro d’Italia 1963, ventesima tappa, la Moena-Lumezzane di 240 km, nel finale, uno strappo, in fuga, da solo, ripreso a 350 metri dall’arrivo quando la strada spianava. Ottavo”.

 

Gilberto Vendemiati, gregario, cinque anni, 1963 e 1964 con la Gazzola (“Tanti capitani e pochi gregari”), 1965 e 1966 con la Salvarani (“Adorni, un carattere meraviglioso, per lui davo tutto finché svenivo. Gimondi, un carattere bergamasco, non ringraziava mai”), 1967 cominciato e non finito con la Max Meyer (“Ormai mi era passata la voglia”), vittorie zero. Vita da gregario fin dalla nascita: “Mio nonno era di destra, mio padre di sinistra. A ogni figlio mio nonno apriva un negozio di generi alimentari, e sbatté fuori di casa mio padre perché andava a ballare nella sede del Partito comunista. Mio padre aveva 19 anni e mia madre 16 quando sono nato, 21 e 18 quando si sono sposati. Non eravamo poveri, ma miseri. Feci la quinta elementare, ma già in quarta lavoravo. Cominciai a correre a Ferrara, a 17 anni, da allievo. Un anno dopo la società si sciolse, mi trasferii a Santo Stefano a casa di un fornaio, fui proposto all’Edera di Santo Stefano, ma il direttore sportivo Oscar Minzoni non mi volle, e quella fu la mia fortuna, perché andai a Ravenna, e al Pedale Ravennate trovai l’America. I soci erano tutti ricchi e tutti mi volevano bene. Dormivo nel collegio, che era la villa di un socio, mangiavo gratis, due vecchietti si occupavano di tutti i nostri bisogni”.

 

Dilettante, due favolose vittorie. “Nel 1961 una tappa del Tour de l’Avenir, la stessa corsa anche dai professionisti (e vinta da Guido Carlesi), la Perpignan-Toulouse, 206 km, 190 in fuga prima in quattro, poi in tre, in due, da solo, ripreso a meno 10 dal traguardo, l’arrivo in pista. A Ferrara abitavo a 50 metri dal velodromo, lo frequentavo, c’erano ‘i martedì del dilettante’, vi partecipavo. Così, rischiando, alto alla balaustra, in curva mi buttai all’interno e vinsi con due o tre biciclette di vantaggio. E nel 1962 una tappa e la classifica generale del primo Giro della Valle d’Aosta. Ricordo la salita del San Carlo, quasi una mulattiera sterrata, staccai Marcello Mugnaini e Italo Zilioli, e a tutti quelli che riprendevo in discesa, per convincerli a darmi una mano, giuravo che gli avrei tirato la volata”.

 

Che tempi: “Alla Mex Meyer, alla fine del mese ci davano la busta-paga, ma vuota, senza l’assegno. Un giorno Luciano Galbo e Gian Paolo Cucchietti si presentarono a Milano nell’ufficio del direttore tecnico, Alceo Moretti, chiesero di lui, la segretaria rispose che non c’era, allora Galbo indicò a Cucchietti le macchine per scrivere e gli disse di portarle via”. Che modi: “Galbo era mezzo matto, girava con una pistola, anche in allenamento, sparava ai cartelli”. Che maniere: “Neoprofessionista, quando scattavo i vecchi mi gridavano: ‘Chi ti credi di essere? Coppi?’”. 

  

Vendemiati, 79 anni appena compiuti, pedala ancora: “Uscite da 50-60 chilometri, ma niente più Bertinoro o Rocca delle Caminate. Solo con il caldo, solo la mattina, da solo”.

Marco Pastonesi

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