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Memorie di un Etrusco: il ciclismo secondo Daniele Righi

Quattordici anni da professionista, e da gregario, dal 1999 al 2012: "Facevo quello che potevo. E quello che potevo non era mai abbastanza per vincere, ma abbastanza per aiutare a vincere"

21 Maggio 2019 alle 14:52

Memorie di un Etrusco: il ciclismo secondo Daniele Righi

Daniele Righi alla partenza della dodicesima tappa del Giro d'Italia 2012

Ci sono i velocisti e gli scalatori, i passisti e i discesisti, soprattutto i vincenti e gli immacolati, quelli che che non si sono mai macchiati di vittorie tra i professionisti. Marco Pastonesi lungo il percorso del Giro d'Italia 2019 ha raccolto le loro testimonianze, le loro voci, i loro ricordi.

Nelle puntate precedenti: Giorgio Cecchinel – Lello Ferrara

 


 

Cercò la vittoria il 3 aprile 2004. Gran Premio Miguel Indurain, in Spagna: 189 km e arrivo in volata. “Me la giocai. All’ultima curva anticipai i velocisti. Quasi ci riuscii. Primo il tedesco Kessler, secondo lo spagnolo Perdiguero, terzo io, decimo Valverde, che mi accusò di averlo chiuso e si arrabbiò. Lui era già Valverde, ma io ero sempre io”.

 

Cercò la vittoria il 20 luglio 2006. Tour de France, 17esima tappa, la Saint-Jean-de-Maurienne-Morzine, 201 km e cinque montagne: Col des Saisies (14,9 km al 6,4 per cento), Col des Aravis (5,9 km al 7,1), Col de la Colombière (11,8 km al 5,8), Côte de Châtillon-sur-Cluses (5,1 km al 4,9) e, alla fine, Col de Joux-Plane (11,7 km all’8,5). “In fuga con altri 13 dopo 12 km, rimasti in 11, poi in sei quando fummo raggiunti da Floyd Landis, che il giorno prima aveva preso una rantola bestiale e sembrava morto. Landis tirava e beveva, tirava e non sudava, tirava e non si voltava, tirava e non chiedeva un cambio. In fondo alla Colombière non ne avevo più, venni ripreso dal gruppo, arrivai 50esimo. A trionfare fu Landis, ma quattro giorni dopo venne estromesso da tutte le classifiche. Doping”.

  

 

Cercò la vittoria il 14 febbraio 2009. Giro della Provincia di Grosseto, seconda tappa, la Santa Fiora-Orbetello, 212,6 km. “Tirai fino alla laguna, poi all’ultimo chilometro mi rialzai e smisi di pedalare. A un centinaio di metri dal traguardo trovai una confusione enorme. Una moto della Rai aveva preso la deviazione per le ammiraglie e il gruppo, a testa bassa, lanciato nella volata finale, aveva girato a sinistra e sbagliato strada. Ballan, il mio capitano, mi urlò ‘vai, vai, vai’. Andai: girai a destra e passai lo striscione. Quarto”.

 

Daniele Righi ha cercato la vittoria in tutti i modi. Con fughe alpine e pirenaiche, con attacchi nordici e mediterranei, con volate adriatiche e tirreniche. Invece ha collezionato solo un’infinità di piazzamenti. Fra i primi dieci di tappa, come a Tour de France, Giro del Delfinato, Eneco Tour, Giro del Mediterraneo, Giro di Romandia, Giro di Svizzera, Parigi-Nizza, Catalogna e Settimana internazionale Coppi e Bartali. E con altri piazzamenti in cronosquadre, come il terzo posto al Giro di Polonia 2007 e il sesto al Giro d’Italia 2011. “Cercai la vittoria anche il 29 maggio 2010. Giro d’Italia, ventesima tappa, la Bormio-Tonale, 178 km con Bernina, Foscagno, Gavia e Tonale. Andai in fuga, venni fermato dalla squadra, aspettai Cunego e lo riportai dentro, mi staccai, tenni duro, rientrai, a metà Gavia ero ancora davanti, in discesa mi gettai alla cieca, soprattutto nella galleria, buia, quasi investii Pinotti che era fermo, sull’ultima salita Vinokourov mi incitava perché dessi di più, ma ormai ero finito, invece no, davanti c’era l’austriaco Tschopp, ma dietro c’ero io, venni acciuffato a 700 metri dal traguardo, allora sì che ero finito, ma feci ancora in tempo ad arrivare nono”.

 

Quattordici anni da professionista, e da gregario, dal 1999 al 2012, “l’Etrusco” (così lo ribattezzò il medico spagnolo José Ibarguren) ha però aiutato a vincere: “Il Fiandre a Ballan, l’Amstel a Cunego, tappe a Bennati, Napolitano e Simoni. Facevo quello che potevo. E quello che potevo non era mai abbastanza per vincere, ma abbastanza per aiutare a vincere. È vero che non ho mai avuto la felicità di alzare le braccia al traguardo, ma ho avuto comunque la soddisfazione di vedere quelle dei miei capitani. Certo mi sarebbe piaciuto farlo da me, ma va bene anche così. Bisogna avere l’onestà e l’umiltà di accettare quello che madre natura ha regalato. Per vincere è indispensabile essere al posto giusto nell’istante giusto: e a me non è mai successo. Forse è solo una questione di sbloccarsi: vinto la prima volta, ci si libera, ci si scioglie, si vede tutto con occhi e colori diversi, si entra in un circolo virtuoso e si continua a vincere”.

 

Direttore sportivo (fisso) dal 2013 al 2018 e (a gettone) nel 2019, adesso Righi si divide “fra una pizzeria a Poggibonsi, qualche ciclostorica con gli amici e le pedalate nel Chianti con i turisti stranieri” e si moltiplica “con mia moglie Francesca e i nostri due figli, Chiara, che gioca a pallavolo, e Alessandro, a calcio”. Ai loro occhi, giustamente, “l’Etrusco” è un vincente.

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