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Gli Immacolati

Da un carretto pieno di fieno alla bicicletta. Il ciclismo secondo Mauro Da Dalto

"Non ero un cammello, ma quasi. Grande e grosso, tiravo in pianura, proteggevo dal vento, sgommavo anche sul pavè". In ogni caso, vittorie zero

26 Maggio 2019 alle 06:09

Ci sono i velocisti e gli scalatori, i passisti e i discesisti, soprattutto i vincenti e gli immacolati, quelli che che non si sono mai macchiati di vittorie tra i professionisti. Marco Pastonesi lungo il percorso del Giro d'Italia 2019 ha raccolto le loro testimonianze, le loro voci, i loro ricordi.

Nelle puntate precedenti: Lello Ferrara – Giorgio Cecchinel – Daniele Righi

 


 

Secondo: “Giro di Polonia 2008. Cronosquadre. Un dispiacere diviso con tutti i compagni”.

 

Terzo: “Giro di Germania 2008. Giornata libera. Entrai in una fuga, la fuga era buona, purtroppo erano buoni anche i compagni di fuga. Voigt, Voeckler, Moerenhout… e Augè, che vinse. Tappa di più di 200 chilometri, 45 di media, finale su e giù, strappi e strappetti, inseguivo per chiudere i buchi, alla volata arrivai spompato”.

 

Sesto: “Giro del Qatar 2007. Inizio stagione. Mi giocai il tutto per tutto in uno sprint, ma per vincere il mio tutto era poco. Quel giorno si partiva da un cammellodromo: prima di noi correvano i cammelli, sulla groppa fantini finti, a batteria e con frustino”.

 

Un altro sesto: “Giro dell’Austria 2006. Senza capitani. Potevo giocarmi le mie carte. Peccato che me le giocai male. Fu una strana volata, senza treni. Mi buttai dentro, non abbastanza per buttare gli altri fuori”.

  

Nono al Delfinato e al Down Under: “Finché capii che non ero fatto per vincere, ma che potevo aiutare gli altri a vincere. Non più i miei avversari, ma i miei capitani. E così poi ho sempre fatto”.

  

Mauro Da Dalto, 38 anni, veneto di nascita a Conegliano e di casa a Vazzola, professionista dal 2005 al 2013, vittorie zero: “Ma da piccolo vincevo. Mi aveva notato un amico di mio padre mentre tiravo un carretto pieno di fieno. Non in bici, ma a piedi. Perché non fai corridore tuo figlio?, gli domandò l’amico. Chiediglielo tu, gli rispose mio padre. E così cominciai. La prima corsa mi piazzai, la seconda la vinsi. Piano piano entrai nel meccanismo: gli allenamenti, le corse, le squadre, le categorie. Faticoso e divertente. La fatica non mi ha mai impaurito, il divertimento mi ha sempre incuriosito”. Giro, Tour e Vuelta, le classiche del nord: “Non ero un cammello, ma quasi. Grande e grosso, tiravo in pianura, proteggevo dal vento, sgommavo anche sul pavè. Dicevano che andassi bene con il freddo e la pioggia. Non è vero. La verità è che io continuavo ad andare alla mia andatura, erano gli altri che andavano meno forte. E comunque mi piaceva arrivare in fondo alle corse, anche se in fondo al gruppo”.

 

Tant’è che tutti i corridori gli volevano bene: “Forse perché sapevano che non avrei mai vinto”. Da Danilo Di Luca (“Sembrava uno tranquillo, invece ne ha combinate di tutti i colori”) a Vincenzo Nibali (“Così sicuro di sé che sul pullman poteva dormire o giocare a playstation fino a un minuto prima della partenza”), da Alessandro Petacchi (“Con noi scherzava e rideva, invece in tv sembrava sul punto di piangere di tristezza anche quando aveva vinto la corsa”) a Peter Sagan (“Dentro di sé ha fuoco e fame, fuoco per incendiare la corsa e fame per vincere tutte le corse cui partecipa”). Non gli volevano bene le salite: “Nell’Het Volk la strada è così sconnessa e viscida che un muro fiammingo diventa duro come una salita alpina. Quel giorno ero in fuga, e così stanco che, sull’ultimo Kwaremont non vedevo l’ora che il gruppo mi riprendesse. Il sogno fu esaudito. Ma per poco. Perché subito dopo il gruppo mi staccò. Mi ero illuso: non ne avevo proprio più. E’ dura anche arrivare ultimo”.

 

Smesso di correre in bici, “il Negro” (il soprannome è ufficialmente dovuto alla carnagione scura, ma forse anche al lavoro sporco nelle retrovie) è tornato a tirare il carretto: “Nell’agricoltura, da perito agrario, con una vigna – solo produzione, niente trasformazione - a Pinot grigio e a Prosecco. E nel ciclismo, con una società – l’Italy Cycling Tour – con Alessandro Da Re detto Bomba per l’esplosività del carattere, non della borraccia, e Marzio Bruseghin detto il Musso per la collezione dei suoi asini. Portiamo in giro cicloturisti di tutto il mondo. Li portiamo anche al Giro. Il guaio è che alcuni vanno così forte che in salita mi staccano”.

Marco Pastonesi

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