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Gli immacolati

Federico Baldan e l'illusione della testa del gruppo

Due anni da professionista, zero vittorie e quello scatto verso Sanremo che si portò dietro Rik Van Linden e Walter Godefroot. "Ora mi godo tutte le tappe, tutte le fughe, tutte le vittorie"

1 Giugno 2019 alle 06:13

Federico Baldan e l'illusione della testa del gruppo

Ci sono i velocisti e gli scalatori, i passisti e i discesisti, soprattutto i vincenti e gli immacolati, quelli che che non si sono mai macchiati di vittorie tra i professionisti. Marco Pastonesi lungo il percorso del Giro d'Italia 2019 ha raccolto le loro testimonianze, le loro voci, i loro ricordi.

Nelle puntate precedenti: Lello Ferrara – Giorgio Cecchinel – Daniele Righi – Mauro Da Dalto – Gilberto Vendemiati – Simone Stortoni

 


 

Nel 1973. “La Milano-Sanremo. La storia, la tradizione. Le leggende, i miti. La mia prima vera grande corsa nel mondo del professionismo. Emozionato, incuriosito, teso. A metà, un cane attraversò la strada, il gruppo si accartocciò, caduti e feriti, invischiati in cinque della Jollj Ceramica, una specie di cronosquadre per rientrare nel gruppo. Eravamo così deboli che Francesco Moser, neoprofessionista come me, anche lui coinvolto nell’ecatombe, ci superò viaggiando a 10 chilometri orari più di noi. Rientrammo a fatica. Finché improvvisamente, misteriosamente, miracolosamente, probabilmente perché c’era stato un rallentamento, dopo Alassio, prima di Capo Mele, mi trovai in testa al gruppo. Non mi sembrava vero, neppure possibile o credibile. Invece, ebbi un’ispirazione. E ci provai. Non fu un attacco, e neanche uno scatto, ma un allungo. Presi qualche metro. Venni subito seguito da due corridori, belgi, fiamminghi: Rik Van Linden e Walter Godefroot, con la maglia di campione del Belgio. Loro davanti, io dietro. Loro a tirare, io a coprirmi. Loro a darsi il cambio, io a succhiare le ruote. Guadagnammo un centinaio di metri. Poi, dopo – credo – un chilometro, mollai. Quei due andavano troppo forte. E io non ne avevo più. La mia prima, e ultima, volta in testa al gruppo”. Assente Eddy Merckx, quella Milano-Sanremo fu vinta da Roger De Vlaeminck, Van Linden finì quarto, Godefroot decimo, Moser trentesimo, lui – Federico Baldan - non compare nell’ordine d’arrivo, forse giunse fuori tempo massimo. “Il bello è che qualche giorno dopo il mio compaesano Luigi Bertocco, massaggiatore della Brooklyn di De Vlaeminck e Patrick Sercu, mi portò, festante, un giornale belga: sulla prima pagina campeggiava una foto, e c’ero io, io ritratto dietro Van Linden e Godefroot, io in quella Milano-Sanremo”.

 

Baldan, 70 anni, padovano di Fiesso d’Artico, nella riviera del Brenta: un anno (il 1973) e poco più (il 1974) da professionista, vittorie zero. “Terza media, poi a lavorare, metalmeccanico. Comprai la bici, una Legnano, con i risparmi del lavoro, di nascosto. La prima corsa a 16 anni, nel 1965, costantemente nelle ultime posizioni, finché vicino all’arrivo scattai, inseguito e raggiunto da un altro corridore, quando lui mi dette il cambio, io non sapevo che cosa fare, ci arrotammo e volammo in mezzo alla strada, dietro di noi il gruppo si aprì, ma quelli che non ci avevano visto ci travolsero. La domenica dopo la corsa era affollatissima, tutti venuti a vedere quel ragazzo che aveva fatto saltare per aria il gruppo. La prima vittoria nel 1966, quel giorno si correva anche sullo sterrato. Poi allievo e dilettante, terza, seconda e prima categoria. Nel 1972 partecipai al Giro d’Italia, formazioni di quattro, Giovanni Battaglin vinse, e sullo slancio, convinse la Jollj Ceramica a trasformare la squadra da dilettanti a professionisti”.

 

Ma che differenza tra dilettanti e professionisti. “Ce la mettevo tutta, ma era poca. Non riuscivo a tenere le ruote del gruppo. Quando ci fu da organizzare la squadra per il Giro d’Italia, dei tredici corridori i tre più scarsi rimasero a casa, e io ero uno dei tre. Una volta, in fondo al gruppo, vidi Merckx. In corsa non mi era mai successo. Mi feci coraggio, mi avvicinai e gli domandai: ‘Come va, Eddy?’. Mi rispose: ‘Non tanto bene, anzi, male’. Poi lui vinse la corsa, io non mi ricordo neanche se arrivai al traguardo. Alla fine dell’anno il direttore sportivo della Jollj Ceramica, Marino Fontana, mi escluse dalla squadra del 1974. Mi ribellai: ‘Voglio riprovarci, il contratto dura due anni, magari il prossimo andrò più forte’. Interpellai anche Fiorenzo Magni, presidente dell’Associazione corridori professionisti, che mi rassicurò: ‘Tu allenati, cerca di fare bene e non preoccuparti, vedrai che correrai’. Feci come mi disse il Leone: mi allenai, cercai di fare bene e non mi preoccupai, ma vidi che le cose andavano male, tanta fatica e poche soddisfazioni, e mi ritirai dall’attività”.

 

Non dal ciclismo. “La passione è sempre rimasta. Prima da direttore sportivo per squadre di giovanissimi ed esordienti, adesso da telespettatore. Il Giro d’Italia è meraviglioso. Da veneto spero in Formolo, da italiano tifo per Nibali, da appassionato mi godo tutte le tappe, tutte le fughe, tutte le vittorie”. Anche quella che, per lui, non è mai arrivata.

Marco Pastonesi

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