L'anno dell'Europa riluttante

In Europa passiamo il tempo a scappare da noi stessi, tanto che per il cittadino europeo medio è diventato impossible uscire di casa e riconoscere di vivere in una delle fasce di terra più fortunate al mondo. 

5 Gennaio 2018 alle 12:26

L'anno dell'Europa riluttante

È indubbio che Gramsci facesse bene a odiare il capodanno, insieme alla cronologia: pratiche che altro non fanno che impacchettarci in lassi di tempo preconfezionati, antitesi del rinnovamento per cui essi stessi vengono istituiti. D'altronde non passiamo forse gli ultimi mesi dell’anno a rimandare all’anno nuovo tutto ciò che vorremmo portare a compimento, salvo poi dimenticarcene? Il rischio è che lo stesso valga un po’ per il vecchio continente e l’Unione Europea, che esce da un 2017 di anniversari, festeggiamenti e grandi promesse. Prima fra tutte, la ricorrenza del 25 marzo scorso, quando sono stati celebrati i sessant'anni dei Trattati di Roma, costitutivi delle Comunità che diedero origine all’Unione Europea. Il risultato delle cerimonie è stato un documento, la Dichiarazione di Roma, che sa più di disaccordo che di accordo — tanto che ha rischiato di saltare il giorno prima che venisse firmata — e che tuttavia viene spesso citata come nutrice di uno spirito europeo nuovo, foriero di una prossima stagione di rinascita. Ovviamente c’era anzitutto da aspettare l’infilata di elezioni allora alle porte nei principali paesi europei: alcune andate bene, altre così così, altre ancora incerte, come il caso tedesco e italiano. Ad ogni modo, abbiamo assistito a un racconto tutto all’insegna dell’attesa, del famoso allineamento planetario, dei Tartari che prima o poi arriveranno, della navicella da Krypton che si schianta sulla Terra per salvarci. Eppure, in fin dei conti, non si capisce né cosa serva esattamente all’Europa per salvarsi, né da che cosa l’Europa debba essere salvata, né se l’Europa sia effettivamente in un pericolo tanto grande da dover correre ai ripari. Abbiamo accolto legittimamente l’arrivo di Emmanuel Macron all’Eliseo come una sorta di messia in grado di dare finalmente una svolta al progetto europeo. Ed è così! Avercene di leader con quella stoffa in giro per l’Europa, che anziché levare la bandiera europea sparano l’Inno alla Gioia a tutto volume. Ciononostante ci siamo anche resi subito conto che il povero Macron da solo non basta: c’è la Germania, da cui la Francia non può prescindere, c’è l’Italia, con l’asse del Mediterraneo da ricostruire, ci sono i paesi dell’est con le loro contraddizioni, ci sono i paesi del nord, con contraddizioni non meno marcate che quelle dei paesi dell’est. C’è così un continente, l’Europa, con il suo progetto politico, l’Unione Europea, che tanto male non sta — vedi dati economici — ma che ancora nel 2018 conferma di non volere prendere il suo destino per mano, per citare una celebre frase della Cancelliera Angela Merkel dell’anno appena trascorso. Delle tante promesse fatte nel 2017 dai leader dei 27 Stati membri dell’UE, in termini di integrazione politica, non si vedono che foschi orizzonti contornati da qualche mezza iniziativa, certamente non sufficiente a cambiare lo status di nano politico dell’Unione. Alle volte ci si chiede come sia possibile, essendo il nostro continente diventato, quasi a non farlo apposta e checché ne dicano i profeti del decadentismo, il punto di riferimento per la maggior parte degli altri continenti del globo. L’UE è il baluardo del libero mercato, dell’ambientalismo, della giustizia sociale, del multilateralismo, di un cosmopolitismo che si rifà alle tradizioni e che non scade nel multiculturalismo apolide, solo per citare alcune delle convinzioni condivise che legano e rendono unico il nostro continente. Per assurdo sono questi richiami più per gli altri che per noi stessi, che tendiamo come al solito a non difendere e anzi a negare ciò che siamo in nome di qualcosa che non esiste. Impossibile per il cittadino europeo medio uscire di casa e riconoscere di vivere in una delle fasce di terra più fortunate al mondo. Eppure non servirebbe leggere Stefan Zweig o Cvetan Todorov per scoprirlo, basterebbe accendere la TV. Certo i nostri leader politici, con le loro paure, le loro ansie da prestazione e le loro miopie, altro non fanno che fomentare tali fenomeni di smarrimento. Allora sì che Emmanuel Macron rimane solo, in quel suo orgoglio e in quella sua fierezza nel dire “sono francese e sono europeo”. Forse, al di là delle varie proposte e controproposte di riforma per l’Unione Europea che per adesso lasciano il tempo che trovano, sarebbe il caso per il vecchio continente di mettere sul piatto un solo buono proposito per l’anno di fronte a noi, vale a dire ammettere di essere migliori di quello che pensiamo. Di qui ne deriverebbe la responsabilità di dimostrarlo al resto del mondo.

Matteo Scotto

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi