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Fermi tutti, c'è Germania-Italia

Quando Potere Operaio tifava contro gli Azzurri. Oggi non si può fare gli anti italiani né i disfattisti. Oggi non si può cantare altro inno che quello di Mameli. Comunque vada a finire.

2 Luglio 2016 alle 06:18

Fermi tutti, c'è Germania-Italia

foto LaPresse

Giugno 1970: quello stronzo del mio capo, Toni Negri, indice la direzione di Potere Operaio per sabato 20 e domenica 21, a Bologna. Ma come, alle cinque di domenica gioca l’Italia con il Brasile, è la finale del Mondiale, e noi scaramantici la Nazionale la vediamo sempre nello stesso posto e con le stesse persone. Non vi preoccupate, finiremo per l’una, avrete tutto il tempo di tornare. Se non che i veneti – e gli emiliani – ricominciano con la lagna, ma perché la violenza, a che servono i servizi d’ordine, e poi la decisione non spetta all’avanguardia autoproclamata ma alla classe operaia. Ma che ti frega tira la boccia e statti zitto, comunque non questo, non oggi, non ora, c’è la finale della Coppa Rimet, you know? Ma continuano a menarla. In tre rompiamo righe e indugi, strade e autostrada deserte, in meno di tre ore siamo alla postazione romana. Trovo festoni e coccarde verde oro spillate ovunque, gente che accenna ridicoli passi di samba e canta Brasil. Ma come quattro giorni fa abbiamo disfatto la Germania, 4 a 3, Jahrhundertspiel, la partita del secolo che magari sarà pure stata tecnicamente brutta come scrive Brera, avremo pure fatto più errori di Ravetta, famoso scavezzacollo lombardo, ma è certo che su quel prato abbiamo lasciato cuore e polmoni. Perché dunque? Perché il Brasile ci fa sognare e la patria ci fa cagare, dissero.

 

Non provateci. Non c’è libertà di tifo oggi, quando è da dentro o fuori, il calcio è guerra. Non esistono gli anti italiani, ma i disfattisti, i disertori, quelli della quinta colonna. Oggi è proibito cantare altra cosa che non sia l’inno di Mameli, avere negli occhi altro colore che l’azzurro: di nazione, di patria, oggi abbiamo bisogno. Solo per il calcio? Sì anche, è sempre meglio di niente.

 

Questa Germania non è quel Brasile, la si può temere, può fare paura ma non incanterà mai perché l’incanto è l’aura della grazia e non le appartiene. Ha piuttosto un surplus commerciale di 300 miliardi l’anno: se è campione del mondo è solo perché nel 2014 tutte le nobili, noi compresi, avevano le pezze al culo.

 

Hanno fatto i maramaldi con il Portogallo, passeggiato sul Brasile, rischiato con le nuove leve africane, uno stentato pareggio con il Ghana e una vittoria per il rotto della cuffia contro l’Algeria.

 

Mario Götze che a pochi minuti dalla fine dei supplementari segnò il gol decisivo della finale contro l’Argentina, oggi è in disparte e in disgrazia, l’altro Mario, Gómez, non è meno legnoso di quando giocava nella Fiorentina. Ozil ha sempre una sola idea in testa: la fica. Draxler è pericoloso se indovina la prima giocata perché si esalta, sennò è come se stesse al cinema. Müller finora è sceso in campo ma non ne ha imbroccata una. Indubbiamente ha piedi migliori di un tempo ma le armi sono quelle tradizionali, forza fisica e prestanza atletica. Ma noi siamo il Brutto di Sergio Leone, mi piacciono i tipi grandi e grossi, quando cadono per terra fanno più rumore.

 

Siamo la loro bestia nera, ci soffrono, lottano, lottano, reggono poi di botto cedono: tendono in modo particolare con noi a essere sottomessi psicologicamente.

 

La battaglia sarà a centrocampo, la loro coppia di centrali, Kroos-Khedira, è forse la migliore del mondo. L’indisponibilità di De Rossi ci ha complicato la vita, quella di Motta pure, è vero che ha la velocità di un paracarro ma in mezzo al campo lavora bene di pestone. Abbiamo però Antonio Conte, sappiamo come è lesto a reagire quando qualcosa non va. In un video virale in rete, invece si vede Löw, annoiato in panchina, infilarsi le mani sotto il maglioncino attillato, darsi una ravanata alle ascelle e portarsele poi al naso per odorarle: è sembrato piacevolmente sorpreso e soddisfatto di sé.

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