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Tutto quello che Conte davvero

Così il ct ha creato un gruppo a sua immagine e somiglianza: per gli Azzurri contano solo i giorni che li separano dal prossimo avversario. E ora hanno brama di azzannare i tedeschi

30 Giugno 2016 alle 06:18

Tutto quello che Conte davvero

Antonio Conte (foto LaPresse)

Corre il settantesimo minuto o giù di lì. L’Italia sta vincendo, uno a zero. Il risultato è bugiardo, tre a zero non farebbe scandalo: la Spagna campione d’Europa in carica è stata destrutturata, stordita, messa sotto per un’ora. Corre dunque il settantesimo o giù di lì, un azzurro riceve la palla a qualche metro dalla linea del fallo laterale nella metà campo avversaria, è come si dice una ghiotta occasione per ripartire e fare male, ma non ce la fa ad agganciarla, sbaglia lo stop, si vede che non sa esattamente in che punto del campo si trova, l’acido lattico gli ha segato le gambe, la fatica gli ha annebbiato le idee. Antonio Conte è a qualche metro da lui in piedi, appena al di là della linea bianca, non sta mai in panchina, va avanti e indietro nell’area tecnica da dove urla, incita, sbraita, con frenesia e sudore, è il suo modo di essere nella partita.

 

L’azzurro che cicca non è uno qualunque: è Emanuele Giaccherini, il suo pupillo, la personificazione della sua filosofia. Centosessantatré centimetri per guizzi da furetto, non ha la milza eppure corre per due, al momento del liscio di chilometri ne ha percorsi almeno dodici, più della media della squadra, più della media di tutte le squadre del torneo. Fino a qualche tempo fa non trovava sistemazione, sconsolato stava per lasciar perdere e mettersi a fare l’operaio quando proprio Conte lo chiama alla Juventus, vede in lui le qualità che contano davvero, disponibilità totale al sacrificio, al lavoro, ad allenarsi, a imparare. Per lui conia il nomignolo che gli è rimasto cucito addosso: se si chiamasse Giaccherinho, dice, godrebbe di ben altra considerazione. Una frase intelligente che ripaga da tante frustrazioni e rimette sulla via dell’autostima. E che contiene il nocciolo duro della visione del mondo e del calcio di Conte: il disprezzo per l’apparire, per la notorietà facilmente acquisita, per le mode, per i famosi da salotto fannulloni e viziati, per le patacche esotiche.

 

Qualsiasi allenatore normale vedendo il proprio pupillo sbagliare per eccesso di stanchezza gli avrebbe battuto le mani in segno di incoraggiamento, l’avrebbe consolato con lo sguardo, lo si impara fin dal calcio d’oratorio.
Persino Mourinho che normale non è, anzi è speciale, avrebbe fatto così. Antonio Conte no:  lui comincia a lanciare improperi, lo ricopre di insulti, fa boccacce, se potesse entrerebbe in campo e ne farebbe polpette, però non può, invece è il pallone che esce rotolando dalle sue parti e lui lo calcia, con rabbia, correndo pure il rischio di farsi espellere.

 

Alcuni commentatori italiani, i soliti soloni con i gomiti paralleli, lo bacchettano, non può avere una reazione simile, è eccessiva. Quelli spagnoli restano basiti, se è così sotto milioni di sguardi, si chiedono, di quale furia sarà mai capace nel chiuso di uno spogliatoio. Per tranquillizzarsi  danno uno sguardo al loro di allenatore, Vicente del Bosque González, imponente e distaccato, che ha portato le furie a essere campioni del mondo e poi ancora d’Europa, e che re Juan Carlos ha pensato bene di ricompensare facendolo marchese, primo marchese di Del Bosque, con trasmissione ereditaria del titolo.

 



Italia - Spagna, ottavi di finale, Antonio Conte esulta a fine partita (foto LaPresse)


 

Ma nemmeno se ci fossero ancora i Borbone o i Savoia, il titolo di marchese del Salento non sarebbe nelle corde di uno che non è né normale né speciale: Antonio Conte è anormale, mostruosamente anormale, totalmente anormale. E’ una “bestia”: nel senso del lucido furore animale che solo di calcio si nutre, solo di calcio vive, solo calcio vuole insegnare e inventare. Quando allenava la Juve le istantanee degli errori commessi in campo le mandava di notte. Un ossessivo compulsivo del dettaglio, un maniaco del controllo.

 

Eppure a giudicare da come si abbracciano, piangono e a ogni passo esultano insieme, titolari e panchinari, e tutti insieme poi si riversano su di lui, lo strattonano, gli danno scappellotti, lo toccano là dove una volta c’era il famoso parrucchino e ora svetta rigogliosa la ricrescita, è evidente che lo amano alla follia, che da lui si farebbero fare di tutto, per lui si aprirebbero le vene. Partita tra tante polemiche e appariscenti manchevolezze la Nazionale ha trovato per strada una granitica certezza: la devozione assoluta al pensiero del primo console, del condottiero che è riuscito nel miracolo di fare di un’accozzaglia un po’ plebea prima un gruppo poi una squadra, poi dandole anche un gioco, un’armata. E questo in un mese.

 

Conte non sa cosa sia il mestiere del selezionatore, del commissario tecnico: è allenatore fin dentro l’anima, ha bisogno del tempo per capire i suoi calciatori, assemblarli, plasmarli a sua immagine e somiglianza, farli diventare come era lui quando giocava, piedi un po’ più che discreti ma polmoni pompati allo stremo da un cuore indomito e indomabile. La sorte è stata pallida matrigna con lui, nei tornei che contano l’ha ripagato più con i secondi posti che con i primi, vicecampione del mondo nel 1994, vicecampione d’Europa nel 2000. Giovanni Trapattoni che dal Lecce lo portò alla Juventus diceva però che era duttile e intelligente, una forza della natura nella fase difensiva e in quella offensiva, non è un caso che sia diventato allenatore, chi gioca in mezzo al campo capisce meglio di chiunque altro le dinamiche dei reparti.

 

E lui questo ha trasmesso, furore, fame e follia, uno Steve Jobs alla salentina: Bonucci è uno stopper o un regista, Buffon un portiere o un direttore d’orchestra, Pellè lo sfonda reti o incontrista e deviatore di palloni, l’inutile ravanello che le donne trovano tanto sexy oppure la profumata, indispensabile patata? Chiellini un centrale o un centravanti? E quei due piccolini, il brasiliano vero, Eder, che corre più di un mezzofondista e di un centometrista tedesco e Giak, il brasiliano finto che è più brasiliano di uno vero? Persino De Sciglio, abulico e anemico a fine stagione, è stato resuscitato, tornato a essere combattente rude ed efficace.
E’ chiaro che come pochi sa tirare fuori il sangue dalle rape, ci aveva già abituato ai colpi di bacchetta magica al suo primo anno da allenatore della Juve, era quella una buona squadra ma non ancora irresistibile, infilò persino una lunga serie di pareggi, eppure a noi milanisti ci stavano sempre addosso, ringhiavano alle caviglie di Allegri fino a infilarci a un passo dal traguardo.

 



 


 

C’è un lato oscuro nella forza di Antonio Conte, che si trasmette agli altri per contagio, ed è la voglia lancinante di mettersi alla prova, di rivalsa, di affermazione di sé che hanno tutti i provinciali animati da passione e dotati di un seppur minimo talento: è il morso della fame, della sete.

 

E’ devoto Antonio Conte, ma non in modo smussato e gentile, pieno di compromessi e aggiornamenti culturali, ma nel modo esigente, arcigno, rude di san Pio da Pietrelcina, il frate che anche ai più piccoli peccatori negava salamelecchi compassionevoli e riservava invece parole di fuoco, il roteare inquietante del cordone.

 

Il suo stile pedagogico è da professore dei tempi andati, di quelli veri di prima della teoria dei sistemi e della cogestione sindacale:  dedizione e disponibilità totale a ogni ora del giorno e della notte, ma un colpo di bacchetta sui piedi che sbagliano.  
E ogni volta che viene contraddetto o smentito da un errore dei suoi allievi,  il volto gli si deforma  in una smorfia: noi non juventini l’abbiamo deriso per anni per quel vezzo in cui vedevamo la solita lamentela, la lagna contro le contingenze della sorte avversa, la solita furberia meridionale, piangi e fotti. Ci sbagliavamo: non avevamo capito nulla: di fronte all’errore prova un vero dolore, lo sbaglio è come privazione, la perdita di un po’ d’anima, buttare al vento le ore e ore passate a studiare gli avversari, la squadra e i singoli, a preparare le tattiche migliori per imbrigliarli.

 

In venti giorni dallo sbarco in Francia i nostri  hanno messo radici nel ritiro, tutti allineati sui banchi di scuola.
Non contano i giorni che li separano dal ritorno a casa, dalle sospirate vacanze, dalle wags, dal sole e da belle fanciulle scolpite e abbronzate, no. Contano i giorni che li separano dal prossimo avversario, hanno brama di azzannare la chiappa tedesca. I quali non sono più soltanto panzer, hanno anche qualche primo ballerino ma storicamente ci temono, sono succubi. E poi non l’hanno mai vista una tale banda di assatanati.

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