Euporn - il lato sexy dell'europa

Contro il solito tic dell'autolesionismo europeo

Paola Peduzzi e Micol Flammini

Ricordate i sospiri sugli aiuti russi un anno fa? Ecco, ci risiamo, questa volta sui vaccini. Risposte al fuoco amico che fa male all’Ue

Un anno fa guardavamo gli aiuti russi, i “sanificatori” arrivati in Italia per aiutarci nella prima fase della pandemia (ancora non la chiamavamo così) sospirando: ecco, loro ci vengono a salvare, mentre l’Unione europea non fa niente. Lo stesso sospiro si alzava guardando le forniture di mascherine, i camici arrivati dall’est, e se i pazienti venivano trasferiti in altri paesi europei solidali, fingevamo di vederli: il tic antieuropeo è sempre più forte. Oggi, dopo un anno in cui l’Ue ha fatto l’impensabile, accade la stessa cosa: questa volta riguarda i vaccini, ma il tic è sempre lo stesso. E’ la russofobia che non ci fa comprare il vaccino Sputnik V?, insinuano commentatori e politici, che mai chiedono l’unica cosa che conta: perché l’azienda che produce Sputnik non presenta i documenti all’Ema? Il premier ungherese, Viktor Orbán, sceglie il vaccino cinese e di nuovo sospiri e insinuazioni: perché noi no? E così vale per tutti: gli americani migliori, gli inglesi migliori, gli israeliani migliori (ci sarebbero anche gli emiratini in cima alle classifiche, ma non vengono mai ricordati), e noi europei invece, intrappolati nella burocrazia e nelle giacche grigie e larghe, siamo impantanati. E gli attacchi e l’insoddisfazione non vengono soltanto dai soliti noti, i dispettosi e i ribelli dell’Ue: un sondaggio del Kekst Cnc, una società di consulenza, dice che il 51 per cento dei tedeschi pensa che l’Ue abbia gestito “male” la strategia sui vaccini (il 35 per cento dei francesi, il 24 degli svedesi). Anche la popolarità dei leader politici è in calo, perché, come ha scritto l’intellettuale Yuval Noah Harari sul Financial Times, la grande differenza tra questa pandemia e quelle passate è che allora si pensava che i regnanti e i capi di governo non potessero fare nulla, oggi invece si pensa che gli attuali leader non sappiano fare nulla. Tra tutti, la più inetta è sempre l’Ue, e in questo senso c’è anche un grande autolesionismo, perché a suonare la grancassa della sfiducia sono anche leader politici e commentatori considerati insospettabili, europeisti tutti d’un pezzo che di fronte a inefficienze nazionali denunciano l’insufficienza sovranazionale.

Per questo abbiamo fatto un piccolo viaggio dentro l’autolesionismo – per ribaltarlo.  

 


La grancassa della sfiducia la suonano anche gli insospettabili, incapaci di  ammettere le inefficienze nazionali


 

Ah, fortunati gli inglesi con la Brexit. Celebrare la Brexit come la ragione del ritmo pimpante della campagna di vaccinazione nel Regno Unito è uno degli aspetti del tic antieuropeo. Lo fanno gli inglesi, e fin qui ci sta, ma lo fanno anche i continentali. La velocità britannica non ha a che fare con la Brexit, con la Brexit ha a che fare invece, in ordine sparso e rapido tutto questo (ci ritorneremo: la Brexit vissuta è molto diversa dalla Brexit dei tifosi). Circa 20 mila britannici impiegati in strutture turistiche in giro per l’Unione europea potrebbero perdere il posto  a causa dei permessi di lavoro ora necessari dopo la Brexit. L’accordo tra Londra e Bruxelles non dà indicazioni precise sulla “mobilità per ragioni lavorative”, ogni stato membro dell’Ue dovrebbe fornirle, ma al momento non ci sono (fonte: Financial Times). Le compagnie britanniche dicono che il problema più grande per commerciare con il resto del mondo sono i documenti che vanno compilati, cioè la burocrazia. Questi form creano più lentezza e intoppi persino delle lungaggini ai confini e dei costi di trasporto. “I ritardi sono sempre più lunghi, e la catena di produzione del Regno Unito è sotto un’enorme pressione”, ha detto l’economista John Glen (fonte: Bloomberg). A proposito, racconta sempre Bloomberg: i costi di trasporto di merci tra la Francia e il Regno Unito sono cresciuti fino al 44,7 per cento nell’ultimo anno. Questi costi sono in aumento in tutto il mondo a causa della pandemia e dei conseguenti rallentamenti, ma c’è una specificità legata alla Brexit: gli esperti la chiamano “riluttanza” a questo tipo di scambi, cioè l’esatto opposto della Global Britain potenza commerciale (e poi tutti citano sempre questi form da compilare: ce ne stiamo procurando uno e poi ci cronometriamo). Poi ci sono i pescatori. Come si sa, molti di loro erano a favore della Brexit ma pensano di essere stati traditi da Boris Johnson nel negoziato con l’Ue, che a causa della pesca ha avuto molti ritardi e che a un certo punto sembrava quasi destinato a fallire proprio perché non ci si accordava sulla pesca. Ora i pescatori, soprattutto quelli scozzesi, oltre a concedersi scorribande nelle acque danesi con conseguenti liti, sono furiosi. Il pesce marcisce sulla banchine, perché i tempi si sono allungati. Gli scampi, che sono buonissimi e il vanto dei pescatori della costa occidentale scozzese, sono molto richiesti in Europa continentale, ma devono essere trasportati vivi entro 24 ore: ora non ce la si fa più. Il continente si sta rivolgendo a Danimarca e Norvegia per comprare i pesci del mare del nord: è diventato più rapido e più economico.

 

Una domanda secca. A chi fa più male la Brexit, all’Europa o al Regno Unito? Alastair Campbell, ex spin doctor di Tony Blair, ci dice: “La Brexit è un disastro per il Regno Unito. Entrambe le parti ci hanno perso, ma noi di più. Ogni giorno vediamo segnali piccoli e grandi del danno reale alla nostra economia, in particolare alle piccole e medie aziende. E in più mi sembra che stiamo già vedendo come il potere del Regno Unito nel mondo stia calando”. Simon Kuper, editorialista del Financial Times, ci dice: “La Brexit fa molto più male al Regno Unito. Il commercio è stato danneggiato in modo severo, dal settore della pesca al design, perché ora c’è molta burocrazia e tempo perso nel processo di esportazione. La nostra industria principale, quella finanziaria, sta già soffrendo– Amsterdam ha superato Londra come la più grande capitale per gli scambi. L’Irlanda del nord e la Scozia non riusciranno a lasciare il Regno facilmente, ma sono destinate a lunghi conflitti mentre cercano di uscire. L’Ue ha subìto danni economici per la Brexit, e ha perso un interlocutore molto importante, ma il fallimento dell’euroscetticismo ha fatto da deterrente in molti paesi, come Italia, Francia e anche Ungheria sull’idea stessa di un’uscita. In altre parole: la Brexit aiuta i 27 a stare uniti”.

 

Chi si lamenta di più. In pochi giorni Austria, Danimarca, Repubblica ceca, Slovacchia e Polonia hanno iniziato a guardare oltre i confini europei. Per aprire contatti, cercare spunti, o far arrivare direttamente le dosi dei vaccini degli altri. La Slovacchia  martedì ha accolto scatoloni pieni di Sputnik V. La Repubblica ceca è in trattativa, mentre l’Austria che nel frattempo assieme alla Danimarca ha deciso di allearsi con Israele per collaborare in futuro sulla produzione di dosi, ha detto di non voler più dipendere dall’Ue sui vaccini. La Polonia, che finora, anche vista la sintonia tra il governo populista del PiS e l’ex capo della Casa Bianca, si era dimostrata fedele alla linea mai-con-la-Cina, lunedì ha cambiato idea. Con una telefonata esplorativa il presidente polacco Andrzej Duda ha parlato con Xi Jinping per valutare la possibilità di comprare i vaccini di Pechino. Questa raffica di richieste, di interessamenti, di contatti fuori dall’Ue equivale a un coro di rimproveri per Bruxelles. Eppure, a giudicare dai dati forniti dalla Commissione, le dosi ci sono, e ne stanno arrivando altre. Ursula von der Leyen, al vertice dei capi di stato e di governo la scorsa settimana,  ha annunciato che ci saranno entro fino giugno  dosi sufficienti per vaccinare il 70 per cento della popolazione adulta. Nel secondo semestre arriveranno 590 milioni di dosi, per  256 milioni di europei. La Commissione avrebbe voluto un approccio unitario per tutti, ma non ci sono regole che obbligano i paesi membri a comportarsi tutti allo stesso modo: chi vuole ampliare il portafoglio previsto dall’Ue con altri vaccini, può farlo.

 


La Brexit inizia a mostrarsi per quel che è: parlano tutti dei moduli da compilare impossibili per commerciare (burocrazia!)


 

Le vaccinazioni come vanno. Secondo le previsioni della Commissione, il 70 per cento degli europei adulti dovrebbe ricevere la vaccinazione entro fine estate. Il sito Politico ha fatto dei grafici precisissimi, ha calcolato quale paese, procedendo alla velocità attuale, riuscirà a raggiungere l’obiettivo e la risposta è: nessuno. Neppure l’ambiziosa Danimarca, che  entro il 22 settembre  arriverebbe a malapena  al 50 per cento. L’Austria invece che finora ha somministrato 7,44 dosi ogni 100 abitanti ed è sotto alla media europea (7,70), per la fine di settembre, mantenendo la stessa velocità, arriverebbe a vaccinare meno del 40 per cento della popolazione adulta. Con dosi sufficienti, questi dati dimostrano che sono le campagne vaccinali a essere lente.  Un rapido sguardo agli altri del coro delle lamentele: entro fine settembre la Repubblica ceca sarebbe appena sopra al 20, la Polonia sotto al 40, la Slovacchia al 30. L’Italia arriverebbe al 28  e  per immunizzare  il 70 per cento della popolazione adulta,  dovrebbe vaccinare, al giorno, più di 300 mila persone, ora ne vaccina 118 mila. La Polonia che oggi ne vaccina meno di 90 mila, dovrebbe farne 195 mila. Varsavia è sopra alla media europea, ha somministrato 8,94 dosi ogni cento persone, ma ha commesso un errore strategico a monte. Alla fine dell’estate ha deciso di interrompere i colloqui con Pfizer-BioNTech, non si fidava dei vaccini a mRNa messaggero, troppo costosi e con una tecnologia ancora in fase di sperimentazione. Non ha ordinato neppure tutte le dosi che le spettavano di Moderna. Ha puntato su AstraZeneca. 
 

Contro le accuse. Il lavoro fatto dagli europei ha permesso non soltanto a tutti i paesi membri di avere accesso ai vaccini a un prezzo più basso rispetto a quello che ogni stato avrebbe ottenuto negoziando da solo, ma anche di avere un portafoglio ineguagliabile. I numeri sono: 600 milioni di dosi di Pfizer-BioNtech (il doppio degli Stati Uniti), 460 milioni di Moderna, 405 di CureVac, 400 milioni di Johnson & Johnson, 400 di AstraZeneca, 300 milioni di Sanofi e anche altri due contratti in arrivo con Novavax e Valvena. L’Ue ha anche investito sui vaccini, l’ha fatto a occhi chiusi, come con AstraZeneca, anticipando il denaro necessario per le sperimentazioni: e nessuno sapeva come sarebbe andata. L’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, è l’ultimo bersaglio delle campane contro l’Ue. Viene accusata di lentezza, ma le sue decisioni procedono a dieci giorni di distanza dalla Fda americana, alla quale le società farmaceutiche spesso presentano prima la richiesta di autorizzazione. Se su alcuni vaccini non si sa ancora come la pensi l’Ema è perché alcune società farmaceutiche non hanno presentato la domanda di autorizzazione: come lo Sputnik V, di cui la Slovacchia ha acquistato due milioni di dosi anche senza l’autorizzazione dell’Ema. E’ un rischio che ogni paese è libero di prendersi: deve poi sostenerne le conseguenze. 
 

In fondo il cuore dell’autolesionismo europeo è tutto qui: ambire al rischio, ma lasciare che a correrlo sia l’Europa. Come quegli amanti che dicono: vai avanti tu, e già sai che ci si ritroverà tutti fermi.  

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