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conseguenze

Perché conviene all'Europa e all'Italia disinnescare il ricatto di Hormuz

Vincenzo Camporini

La crisi energetica causata dalla guerra in Iran ha scatenato uno stress acuto all'economia europea, favorendo i movimenti politici sovranisti all'offensiva in tutti i paesi del Vecchio continente. Le paure di Donald Trump in vista delle elezioni di midterm e una capacità di reazione iraniana non ancora annichilita

La domanda che veniva posta fin dall’inizio delle operazioni congiunte israelo-americane contro l’Iran non era certamente “chi vincerà”, tanta era la sproporzione tra la potenza di fuoco fra le parti belligeranti; ci si domandava invece “quanto durerà?”, che però implicava un’altra questione, relativa agli scopi che il presidente Donald Trump e il premier Benjamin Netanyahu si proponevano di ottenere. Se per Israele si poteva facilmente immaginare che alla base delle decisioni prese ci fosse il problema della sicurezza della frontiera nord e quindi la neutralizzazione di Hezbollah e il taglio del cordone ombelicale del sostegno logistico da Teheran, per Trump la questione era molto più nebulosa. Si andava dal cambio di regime con l’eliminazione di una dirigenza che aveva imposto una odiosa e sanguinaria tirannide clericale a un popolo ormai stremato da una crisi economica alimentata da pesanti sanzioni, all’esigenza di impedire all’Iran l’acquisizione di una capacità nucleare propria, che peraltro la Guerra dei 12 giorni dello scorso anno aveva, a detta di Washington, rimandato sine die. Il tutto dichiarato in modo nebuloso e con discutibili livelli di coerenza.

Le cose si sono poi sviluppate con impiego massiccio dell’arma aerea, e praticamente solo di quella, mirando all’eliminazione dei vertici politici e militari e all’annientamento delle capacità difensive e offensive delle forze iraniane. Sono passate ormai più di tre settimane e, nonostante l’uccisione del leader carismatico e di una serie di figure di vertice, il potere appare ancora saldamente nelle mani di un’architettura istituzionale che mostra una resilienza probabilmente inattesa. Sul piano operativo la distruzione sistematica della macchina bellica di Teheran, che ha perso tutta la sua capacità aerea e la quasi totalità della propria flotta, non ha ancora annichilito la possibilità di reazione iraniana, che continua a mantenere una sia pur ridotta capacità di lanciare attacchi missilistici, estendendo le operazioni anche ai paesi arabi del Golfo, con un inatteso e certamente indesiderato allargamento del conflitto.

Vero è che l’intensità della reazione sta scemando e che l’attacco lanciato contro la base di Diego Garcia da una coppia di missili, costruiti per finalità civile e quindi scarsamente adeguati a un impiego bellico, suona più come un gesto dettato dalla disperazione, mentre la stessa al Jazeera, da sempre schierata a favore dell’Iran, ammette un ripido declino delle sue capacità offensive. Ma resta l’arma segreta, quella economica, di ultima istanza: la chiusura della via d’acqua di Hormuz, con effetti pressoché immediati anche sulle economie domestiche delle famiglie in ogni parte del globo e con le relative conseguenze sugli equilibri politici nei diverso cicli elettorali. In particolare il brusco incremento dei prezzi dei carburanti rischia di essere determinante per l’esito delle elezioni di medio termine con cui negli Stati Uniti verrà rinnovato un terzo del Senato e tutta la Camera bassa: Trump è ben consapevole del rischio di perdere il controllo del Congresso, il che spiega le sue reazioni isteriche al concretizzarsi di una situazione che evidentemente non aveva previsto: si aspettava una replica dello scenario venezuelano e invece ha trovato chi conosce le sue vulnerabilità ed è disposto a giocare il tutto per tutto. Così si spiega l’accusa di codardia agli alleati, disprezzati fino al giorno prima, restii ad appoggiare la sua operazione militare, operazione che per avere qualche probabilità di successo implica l’occupazione e il controllo della fascia costiera meridionale dell’Iran per una profondità di almeno una trentina di chilometri. Si tratterebbe di un’operazione che, ammessa e non concessa la fattibilità, vedrebbe concretizzata l’opzione dei boots on the ground, con costi umani assai elevati, che lui stesso non può permettersi di affrontare Così si spiega la ostentata pubblicazione dei sei punti di un ipotetico accordo per la cessazione delle ostilità, con formulazioni che costituirebbero una resa incondizionata dell’Iran e che ha trovato l’immediata risposta nei sei punti avanzati da Teheran, che a loro volta formalizzerebbero il totale fallimento dell’attacco americano.

E si va avanti, con uno scenario che fino a un mese fa pochi avrebbero previsto e che potrebbe durare a lungo: le risorse missilistiche e di droni iraniani, pur se molto più ampie di quanto ipotizzato, non sono infinite, ma anche la disponibilità di adeguate difese antimissile ha dei limiti, che la capacità produttiva di Israele e Stati Uniti non può protrarre indefinitamente: le ultime dichiarazioni di Netanyahu al popolo israeliano sulla tenuta del fronte interno sono particolarmente indicative. In ogni caso non ci sono segni di cedimento da parte di Teheran, che può contare sulla capacità di ricatto con il controllo dello stretto di Hormuz, su cui sarà necessario trovare qualche compromesso, non apparendo percorribile la via di un intervento armato. Ai margini ci siamo noi, paesi europei, la cui economia sta sostenendo uno stress acuto, di cui potranno prossimamente avvantaggiarsi i movimenti politici sovranisti che sono all’offensiva in tutto il continente. Unica fiammella di speranza lo sforzo di alcuni governi di “volenterosi”, di cui l’Italia non può permettersi di non far parte, che faticosamente cercano un massimo comun denominatore che sia maggiore di 1, in modo da non fare scena muta in questa tragica vicenda e da potere giocare un ruolo concreto, a difesa dei nostri interessi, così pesantemente messi a rischio, in una situazione che ci vede privi di un sia pur minimo coinvolgimento nei processi decisionali.

 

Vincenzo Camporini, ex capo di stato maggiore della Aeronautica militare e della Difesa

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