Foto Epa, via Ansa
Il ricatto iraniano
L'Iran cerca di isolare Stati Uniti e Israele e di mettere in ginocchio tutta l'Europa
I pasdaran iraniani stanno legando il gigante americano e usano l’oil & gas come arma di distruzione (economica) di massa. Lezioni dalla crisi del 1979
E’ stata finora una guerra high tech: missili, droni, intelligenza artificiale e naturale, soprattutto intelligence grazie alla quale si è saputo esattamente dove si trovassero Ali Khamenei, suo figlio e il manipolo di fedeli. Poi è entrata in scena la Natura, sì quella con la maiuscola, quella leopardiana che spiega all’islandese che lei delle cure dell’uomo non si cura. E la natura è un tratto di mare largo appena 33 chilometri tra l’Iran e la penisola araba, un collo di bottiglia che sta scatenando una terribile reazione a catena. Di lì passa un quinto del petrolio e un quarto del gas consumati al mondo, abbastanza per innescare una crisi da offerta della quale il prezzo è la manifestazione. Ci saranno speculazioni, come d’abitudine, ma è una spiegazione di comodo e consolatoria. Il problema è che le navi colme di greggio e di gas sono bloccate in una gigantesca zona d’ombra e sono ormai più di tremila.
Il ricatto iraniano sembra il ruggito del topo rispetto al tonante grido del Re Leone, per quanto feroci combattenti svezzati da un decennio di guerra sul campo e due decenni di guerra asimmetrica, i pasdaran sono lillipuziani. Eppure stanno legando il gigante americano e usano l’oil & gas come un’arma di distruzione di massa (distruzione economica per il momento) cercando di isolare gli Stati Uniti e Israele, ricattare i paesi produttori del Golfo Persico, mettere in ginocchio il Giappone, la Corea del sud, buona parte dell’Asia e praticamente tutta l’Europa dipendente soprattutto dal gas. Gran Bretagna, Germania, Italia, la nuclearizzata Francia o la Spagna con le sue fonti green, non ne possono fare a meno.
L’Iran non potrà vincere, ma la sua strategia è sopravvivere e provocare i maggiori danni possibili soprattutto ai vicini, per poi allargarsi con quella che è stata chiamata una strategia a cerchi concentrici. La Cina in apparenza potrebbe cavarsela meglio perché Teheran la favorisce e per il rapporto con la Russia che prende un’ampia boccata d’ossigeno: il greggio a 100 dollari e forse oltre è oro puro, non solo nero, per il Cremlino al quale Trump ha fatto un regalino in più sospendendo le sanzioni. Tuttavia se continua questa escalation anche lei comincerà ad avere seri problemi di approvvigionamento e di costi. Una prima lezione che si potrebbe trarre non è tanto l’astuzia disperata dei pasdaran, ma la conferma che la globalizzazione si rivolge contro chi la vuol negare e crede di poterne fare a meno. E l’energia è la più globale delle risorse.
Trump dice che gli Stati Uniti sono diventati autosufficienti da alcuni anni ed è vero, sostiene inoltre che un greggio oltre 100 dollari fa arricchire gli americani. Anche qui ha ragione, i magnati dello shale si fregano le mani, un prezzo troppo basso li aveva messi in difficoltà. Ma il presidente ha anche bisogno che non si abbatta un’altra fiammata inflazionistica a pochi mesi dalle elezioni di mid-term. E un aumento dei prezzi provocato da una riduzione dell’offerta sul mercato mondiale si può fermare solo in un modo: con un brusco e sostanzioso aumento dei tassi di interesse, come avvenne quando la rivoluzione iraniana scatenò una crisi mondiale. Non siamo a questo punto, ma né la Fed né la Bce, che si riunisce giovedì, potranno far scendere il costo del denaro. La stretta del 1979 provocò tre anni di recessione, a cominciare proprio dagli Stati Uniti. Jimmy Carter perse la Casa Bianca e Ronald Reagan dovette faticare per rimettere in sesto l’economia. La sua carta principale fu il big bang finanziario e il libero scambio. Insomma la globalizzazione anche se non si chiamava così.
I tempi sono diversi, il consumo di petrolio in rapporto al pil si è ridotto moltissimo, ciò vale meno per il gas che alimenta le centrali e le grandi imprese. D’accordo, ma è la punta non l’asta della lancia che muove i mercati in alto e in basso. Vedremo oggi cosa faranno le borse sottoposte a un andamento singhiozzante, scosse da ogni sparata propagandistica. Se la crisi peggiora, è probabile che Trump cercherà di colpire più duro, tuttavia potrebbe ridurre i tempi, non i danni. L’Agenzia internazionale dell’energia ha già liberato 400 milioni di barili, la maggiore quantità dagli anni 70. Ma nessun paese vuol restare a secco, le riserve strategiche oggi sono ancor più preziose. Hormuz potrà essere sbloccato dai marines o da “capitani coraggiosi” che sfidano le mine? La via maestra è aprire i rubinetti e aumentare tanto la produzione, quanto non è chiaro. I prezzi potrebbero crollare e con essi i profitti dei petrolieri a cominciare dagli sceicchi del Golfo, ma le risorse del mercato possono essere più efficaci dei war games di Peter Thiel.
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