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in iran
Gli ayatollah ricompattano anche la Nato
Della Repubblica islamica di Khamenei resta solo il cognome. La cordata di Mojtaba e le rivalità
A una settimana e un giorno dall’inizio della guerra, una Guida suprema è stata uccisa e un’altra è stata eletta, un padre è morto, un figlio lo ha rimpiazzato e i pasdaran, alleati del primo, sono diventati i kingmaker del secondo.
Ma la sintesi dei fatti e la necessità di riempire il vuoto provocato dalla morte di Ali Khamenei nel solco di una continuità di visione e di intenti che non arretri di un millimetro davanti al nemico è solo una parte della storia. L’altra, che si sta già consumando furiosamente in queste ore, parla di rivalità, di lotte intestine, di una generazione rivoluzionaria contro un’altra e di un arroccamento del regime su una base sempre più chiusa e più stretta. Tra i candidati alla successione Mojtaba era non solo il meno qualificato dal punto di vista religioso e il più inesperto dal punto di vista politico: il figlio di Khamenei era pure l’unico a non aver ricoperto incarichi pubblici.
L’unico a non aver pronunciato un discorso in un piazza o un’orazione in una moschea. Mojtaba, fino all’altro ieri, era il ricettacolo delle battute dei tassisti che per qualsiasi calamità sospiravano: è colpa di Mojtaba. Perché di lui non si sapeva nulla, compariva in occasione del giorno di al Quds o per l’anniversario della Rivoluzione accanto al padre e per il resto esistevano solo le voci che lo dipingevano come un uomo rigido e introverso, ma anche un po’ megalomane visto che sotto la sua guida il beit, l’ufficio di Khamenei, cresceva a dismisura. I tradizionalisti lo snobbavano come un figlio di papà, i riformisti lo disprezzavano per l’ortodossia ottusa e per il resto del paese era solo un nome da sussurrare nei taxi. Ma Mojtaba ha iniziato a contare nell’unica constituency che faccia ancora la differenza, ossia la base pasdaran più ideologica e radicale, quella disposta a spendersi fino in fondo per la sopravvivenza del regime, quella che da qualche anno lo chiama ayatollah anche se non se lo merita, e che dice di lui: sarà il nostro Mohammad Bin Salman (l’hashtag #MojtabaBinSalman è stato uno dei più gettonati nelle chat di regime).
“E’ un grande ascoltatore, un conversatore piacevolissimo”, ha scritto ieri mattina su X l’ex capo della televisione Ezzatollah Zarghami. “E’ uno che si sa muovere, che nell’ombra sa sfruttare le conoscenze, soprattutto farle pesare”, ha spiegato l’analista Hamidreza H. Akbari. Le speculazioni abbondano, ma come sottolinea l’analista Ali Alfoneh, l’uomo del momento è in larga misura un enigma e occorre prendere con beneficio d’inventario le analisi improvvisate dei novelli mojtabologhi. In che modo (e per quanto) l’erede interpreterà il suo ruolo lo scopriremo nelle settimane e nei mesi a venire, in fondo ad Ali Khamenei servirono almeno dieci anni per consolidare il suo potere e riuscire seriamente a dispiegarlo e a oggi, forse, l’unica vera finestra sul mondo secondo Mojtaba la offrono da un lato i suoi alleati, e dall’altro, il suo principale antagonista.
Mohammad Bagher Ghalibaf, Ahmad Vahidi e Hossein Taeb sono ritenuti gli uomini più vicini alla nuova Guida suprema. Il primo già sindaco di Teheran, pilota e comandante pasdaran è l’attuale capo del Parlamento. Noto per l’ambizione dirompente e gli atteggiamenti sopra le righe (vent’anni fa si faceva notare con foto in giacca di pelle e occhiali da sole che erano un mondo a parte rispetto all’immagine dimessa di religiosi, pasdaran e laici di regime) ha intrapreso più volte la scalata per la presidenza fallendo. E’ espressione della componente pasdaran affari e fucili e coltiva l’idea di una Repubblica islamica dinamica e orgogliosa, e nel suo caso l’orgoglio è il nucleo pulsante di una sensibilità nazionalista espressa in largo anticipo rispetto alla gran parte dell’establishment. Ahmad Vahidi, il nuovo leader dei pasdaran, è un rivoluzionario vecchia maniera che unisce l’esperienza diretta del campo di battaglia a un’ottima conoscenza della macchina dello stato. Ha ricoperto ruoli apicali nella sicurezza interna (è stato ministro dell’Interno e della Difesa di Ahmadinejad) ed estera (è stato uno dei comandanti di al Quds ed è stato una figura di riferimento nel cosiddetto “asse della resistenza”), ma anche nella gestione più larga delle sinergie tra i diversi apparati. Hossein Taeb, già capo dell’intelligence pasdaran, è stato una delle figure più decisive nella formazione di Mojtaba. Inflessibile e rigoroso, è stato sotto la sua guida che i bassiji sono andati a caccia di manifestanti durante le proteste dell’Onda verde. Quel massacro porta la sua firma, così come la catena di omicidi mirati che negli anni Novanta hanno preso di mira dissidenti e intellettuali iraniani.
Ali Larijani, segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, è insieme a Qalibaf, la mente della guerra. Non è ritenuto tra gli estimatori di Mojtaba e la sua reazione alla sua elezione è stata composta. “E’ stato cresciuto nel solco degli insegnamenti di suoi padre e questi insegnamenti lo aiuteranno a guidare la nazione”, ha detto. Ma in questi giorni le notizie che sono filtrate dal Consiglio degli esperti parlavano, più o meno apertamente, dell’ostruzionismo del clan Larijani. Ora che la partita è stata persa, gli insider più ottimisti sostengono che abbia deciso di mandar giù la pillola per ricoprire il ruolo di regista tanto della guerra, quanto dei futuri assetti nazionali, mentre i più maliziosi sussurrano che il macchiavellico Larijani non esclude l’ipotesi che una decapitazione possa riaprire i giochi di una nuova successione, uno scenario in cui il favorito potrebbe diventare il candidato di famiglia, Sadegh o una personalità quasi altrettanto gradita.