Foto Ep, via Ansa

in medio oriente

L'effetto degli Accordi di Abramo sulla guerra contro Teheran

Micol Flammini

I paesi del Golfo preferivano un regime debole a un Iran competitivo. Ora arrivano i missili e, mentre valutano se contrattaccare, collaborano con Israele per difendersi. Cambiamenti irreversibili

Nel 2023 l’Arabia Saudita scelse di riaprire relazioni diplomatiche con la Repubblica islamica dell’Iran perché non temeva più il regime e i suoi effetti destabilizzanti nella regione. Era un altro medio oriente, tre anni prima la stagione degli Accordi di Abramo aveva portato alle normalizzazioni inaspettate fra Israele e paesi come gli Emirati Arabi Uniti e il 7 ottobre doveva ancora diventare una data che si sarebbe impressa per sempre nella memoria di  tutta la regione. Nel frattempo, però, il calcolo che molte monarchie del Golfo stavano facendo non era di riavvicinarsi a Teheran per motivi di potere, ma perché avevano valutato che il regime fosse ormai avviato alla propria consunzione, quindi fosse incapace di travolgere la regione. 

Nel frattempo, però, il calcolo che molte monarchie del Golfo stavano facendo non era di riavvicinarsi a Teheran per motivi di potere, ma perché avevano valutato che il regime fosse ormai avviato alla propria consunzione, quindi fosse incapace di travolgere la regione. Il calcolo era che la Repubblica islamica fosse ormai povera e sdentata; quindi, per Riad e per gli altri avviati a una stagione di accordi proficui, non rappresentava più un problema. La decisione che i paesi del Golfo stavano portando avanti, ognuno per conto e tempi suoi, ognuno con strategie proprie, era che il regime indebolito di Teheran conveniva a tutti. Oggi quel regime è economicamente debole, militarmente spompato, rimane politicamente rilevante anche se confuso, ma dopo una settimana di guerra si è dimostrato determinato a stravolgere l’area, ricattando finora paesi che invece avevano visto nella sua sopravvivenza una fonte di utilità.

La Repubblica islamica ha risposto agli attacchi di Israele e Stati Uniti con una guerra regionale, ha colpito i paesi del Golfo che finora aveva perseguito una politica di buon vicinato se non addirittura di riavvicinamento, come l’Arabia Saudita, nel desiderio di spingerli a fare pressione sul presidente americano Donald Trump per fermare la guerra. Molti dei paesi del Golfo ospitano anche basi americane. Quando sabato il regime ha mandato il presidente Masoud Pezeshkian davanti alle telecamere per porgere le scuse e dire che gli attacchi ai vicini erano stati un errore, e si sarebbero interrotti a meno che i colpi verso l’Iran non fossero partiti dal loro territorio, voleva lanciare un avvertimento: governate le basi americane che ospitate. Non è stato dato ai paesi del Golfo neppure il tempo di farsi illusioni, che poco dopo le sirene per l’arrivo di missili e droni dall’Iran hanno iniziato a suonare. Gli stati della regione vogliono un medio oriente nuovo e, come questo progetto non è stato interrotto dall’attacco di Hamas del 7 ottobre che, su dichiarazione stessa dei leader della Striscia di Gaza, mirava a tagliare la stagione degli accordi di Abramo, così Teheran con i suoi attacchi sta stravolgendo la regione ma non la convinzione di paesi come gli Emirati, il Bahrein o anche l’Arabia Saudita, che stare con gli Stati Uniti e quindi con Israele conviene


I paesi del Golfo si sono difesi dagli attacchi israeliani con armi americane. Abu Dhabi e Manama inoltre dal 2020, quando hanno siglato gli Accordi di Abramo e normalizzato i rapporti con Israele, hanno espresso interesse per adottare tecnologie israeliane e le intelligence dei due paesi collaborano con quella dello stato ebraico. Gli Emirati e il ministero della Difesa israeliano hanno stanziato miliardi per un sistema avanzato aeronautico e questo progetto non sarebbe stato possibile senza i precedenti rapporti fra Gerusalemme e Abu Dhabi. L’intelligence israeliana collabora alla difesa dei paesi del Golfo e finora non sono emersi tentativi di fare pressione sugli Stati Uniti affinché il conflitto termini prima che gli obiettivi militari siano stati raggiunti. Anzi molti paesi della regione stanno valutando come rispondere contro Teheran, fra mosse cinetiche e sanzioni economiche. 


Prima di questa guerra, la vicinanza a un regime morente e incapace di rendere l’Iran competitivo era valutata positivamente dai paesi del Golfo. Oggi la valutazione sembra diversa e per il momento le monarchie arabe scelgono di stare con l’alleato più forte, si tengono strette le basi americane, chiedono aiuto agli ucraini per proteggersi dai droni di Teheran e chi ha rapporti si consulta con Israele per capire come difendersi.  

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)