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voci dal paese
Così la resistenza iraniana cresce e si prepara al Regime change a Teheran
"Il cambio di regime non può essere imposto dall'esterno, Ma l'intervento di Stati Uniti e Israele è stato il prezzo da pagare per restituirci libertà. Ora decentralizzazione e un modello federale". Parla l'attivista Maneli Mirkhan, fondatrice di Dorna Iran
Mentre il conflitto tra Stati Uniti ed Iran non fa che estendersi sempre più nella regione – sono ormai 13 gli Stati colpiti da Teheran, tra cui Turchia ed Azerbaijan - all’interno del Paese la resistenza che un tempo faceva parte di minoranza soffocata, sta, pur se con cautela, crescendo rapidamente. Si tratta di “un lento momento di transizione necessario per preparare un Regime Change organico, interno alla stessa società iraniana”. Sono queste le parole di Maneli Mirkhan, attivista politica iraniana fondatrice di Dorna Iran, organizzazione impegnata da anni nel promuovere il cambiamento democratico del Paese: “Il cambio di Regime non può essere imposto dall’esterno. Ma aver eliminato i suoi vertici è stato il primo passo per permettere al popolo, non appena sarà possibile, di tornare in strada, senza più rischiare la propria vita. Lo abbiamo già fatto durante il primo giorno di bombardamenti, subito dopo aver ricevuto la notizia ufficiale dell’eliminazione di Khamenei. Ma una transizione democratica non si può, e non si deve, fare in un giorno.”
Secondo Mirkhan la debolezza del Regime si avverte già: non solo perché sono stati eliminati 40 dei loro leader e le loro infrastrutture principali, ma perché chi è rimasto al potere si mostra visibilmente disorientato: “A solo una settimana dall’inizio dei combattimenti si è già assistito a numerosi segnali di defezione. Ma per poter assorbire chi intende abbandonare il sistema è necessario organizzare una ‘exit strategy’, in modo da inglobare i disertori all’interno del tessuto sociale e ricostruire, assieme a loro, una società iraniana coesa. I segnali di cedimento si vedono soprattutto trai famigliari dell’IRGC (Corpo delle guardie della rivoluzione islamica), che cercano supporto all’interno della rete della resistenza. Si tratta di un processo lungo e complesso, anche solo a livello di ricevere tutte quelle informazioni che, fino ad una settimana fa, non erano di facile accesso, per ovvie questioni di sicurezza. Il fattore chiave è, prima di tutto, creare un processo di transizione in cui tutte le diverse etnie, religioni e affiliazioni politiche - dentro e fuori i confini dell’Iran – siano parte di questo processo”.
Parlando del ruolo della diaspora, secondo Mirkhan, Reza Palavi – l’erede dello Shah – è uno dei possibili leader che potrebbe, in una prima fase del processo di transizione, prendere le redini del Paese. Ma non è l’unico: “Ci sono una serie di possibili candidati e, proprio perché sono molti, questo processo di transizione dovrebbe, prima di tutto, essere un progetto di natura collettiva. La società iraniana, oggi più che mai, deve lavorare in modo organico. Lo scopo principale della nostra organizzazione è offrire un tavolo a cui tutti si possono sedere ed un ufficio strategico con braccia operative su scala internazionale: siamo una rete, non un gruppo di opposizione. La narrazione del separatismo etnico è stata utilizzata per decenni dal Regime con lo scopo di dividere il popolo, nonostante sia sempre esistita una forte identità iraniana, costituita proprio dall’unione delle minoranze. Su questo stiamo lavorando, puntando su una decentralizzazione del potere e auspicando ad un modello federale, onde evitare che si verifichi un’implosione interna al Paese, come è accaduto in Libia e come sta accadendo oggi in Siria”.
In questo momento di transizione, la minoranza curda potrebbe avere un ruolo cruciale: “Sono una minoranza nel Paese ma 40 milioni di persone nella regione. Si tratta di una società e di un movimento politico molto ben strutturato, dentro e fuori dall’Iran. Non potendo immaginare l’ingresso di soldati americani o israeliani boots on the ground, le milizie curde potrebbero rappresentare una valida alternativa per proteggere il popolo iraniano durante la prima fase di Regime change”.
Quando le chiediamo come vive la popolazione nel corso di questa guerra, Mirkhan ci ricorda che “per noi non è nulla di nuovo: siamo in guerra da 47 anni, rischiamo la vita ogni giorno, semplicemente uscendo di casa. Questo intervento militare congiunto tra USA e Israele è il prezzo da pagare per il raggiungimento della libertà. Un prezzo molto alto, anche per i cittadini israeliani e americani. Ma necessario se si auspica una pacificazione regionale duratura, con effetti di stabilizzazione anche su scale globale. Per questo, abbiamo bisogno dell’appoggio da parte di tutta la comunità internazionale: di una massa critica che scenda in piazza, in difesa del popolo iraniano, promuovendo la caduta del Regime”.