LaPresse

Magazine

Trump, Putin, gli ayatollah. Ogni potenza insegue un suo ordine mondiale

Stefano Cingolani

Dalla casa dell'Islam, attraversata da odi feroci, al sogno mai tramontato della Grande Russia, fino al “mondo piatto” dominato dal capitale. Oggi è il tempo del disordine e del ritorno delle cannoniere

"E' la guerra che mette fine all'era delle guerre", proclama Benjamin Netanyahu, mentre Donald Trump si candida al Nobel della pace sulle ali dei B-2. "Il vecchio ordine infranto in Crimea muore a Teheran. Dalle sue ceneri nascerà un ordine nuovo", proclamano gli ottimisti, anche se la storia non aiuta. La pace di Westfalia è stata violata poco dopo dal Re Sole e da Carlo X di Svezia, quella di Vienna è stata infranta dai primi moti liberali nel 1820, Versailles ha nutrito il fascismo, Yalta è durata un quinquennio fino alla guerra di Corea. Un ordine nuovo, ma quale ordine, a ciascuno il suo? L'ordine di Putin è il peggiore dell'ordine di Lenin. L'ordine musulmano non è lo stesso per l'Iran ed è diverso da quello saudita, mentre tra i fondamentalisti talebani e gli islamici pakistani siamo alle schioppettate (sotto l'ombra del fungo nucleare). La Cina si frega le mani, tutti i suoi avversari se le danno di santa ragione, così pensa di starsene in panciolle al centro di questo universo turbolento, guadagnandoci su, in vista di quella che sarà (così spera) la sua egemonia mondiale nel prossimo decennio. L'ordine del capitale è in tempesta, quello dell'occidente è piombato nel paradossale ordine del caos. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, ma esiste davvero un ordine mondiale?

 

L'ordine di Maometto

Per i musulmani dell'epoca classica il mondo era diviso in due parti: la casa dell'Islàm (dar al-Islam) nella quale regnava la vera fede e governava il califfo, e la casa della guerra (dar al-harb) nella quale vivevano gli infedeli da far sloggiare. Per raggiungere questo obiettivo era dovere religioso combattere il jihad, tradotto come “guerra santa”. Nel corso dei secoli i rapporti con gli infedeli sono via via migliorati e peggiorati, ma la costante originaria non è mai cambiata. Anzi, i fallimenti del nazionalismo arabo che ha cercato di aprirsi ai costumi e alla cultura occidentale, hanno riportato indietro la freccia del tempo, all'èra del Corano sulla punta delle scimitarre. “L'Islam è fino in fondo politico” era il detto con il quale l'ayatollah Khomeini iniziò la sua battaglia nel lontano 1962, segnando una rottura fondamentale con la storia dei tentativi del secolo precedente. Mentre in Egitto maturava un altro movimento radicale destinato a un grande avvenire: la Fratellanza Musulmana.

I khomeinisti tra gli sciiti e i fratelli musulmani tra i sunniti sono le due forze a lungo prevalenti. Una terza corrente fondamentalista, quella wahabita, ha plasmato a lungo l’Arabia saudita fino ad appoggiare più o meno direttamente la Base di Osama bin Laden, Al-Qaida. La presa del potere del principe Mohammed bin Salman ha rotto quel legame che ha condizionato la monarchia? Troppo presto per dirlo, vista anche l’astuta doppiezza dell’erede al trono. Gli estremisti iraniani hanno ottenuto il successo maggiore, fino ad ora. Si sente dire che la rivoluzione sia stata in origine laica se non liberale, e successivamente “rubata” dagli ayatollah, la storia dimostra che era stata preparata per almeno vent’anni proprio dai chierici radicali. Aveva radici profonde, sostiene Bernard Lewis, gettate e custodite da una élite religiosa penetrata tra le masse, e ciò va tenuto in considerazione anche per valutare quel che sta accadendo ora.

La casa dell’Islam non è abitata da una famiglia numerosa e pacifica, al contrario è attraversata da odi feroci e sanguinari tra i fratelli in Asia, in Africa, in Europa e ormai persino nelle viscere del Grande Satana, gli Stati Uniti d’America. La disintegrazione tribale della Libia, il conflitto perenne in Sudan, la guerra aperta tra i talebani afghani e il Pakistan, potenza atomica con la quale sta trattando sotto sotto bin Salman non solo per poter contare sulla sua protezione, ma per avere una sorta di protezione diversa da quella americana. E qui si apre la finestra su un altro ordine del mondo, o quantomeno di quel mondo chiamato medio oriente, espressione inventata nel 1902 da Alfred Thayer Mahan, specialista americano di storia navale, per abbracciare paesi e popoli in realtà troppo diversi, dalla penisola araba all’India, attraverso la Fertile mezzaluna, poi si aggiunse quel che è stato chiamato per secoli Levante, cioè la Palestina, la Siria, la Giordania a est e l’Egitto a ovest del Sinai, a nord la Turchia, erede dell’impero ottomano che arrivava dall’Europa al cuore dell’Asia.

 

L’ordine di Abramo

La definizione la prendiamo dai patti di Abramo tra Israele, Emirati e Bahrain; si sono aggiunti poi Marocco e Sudan. Gli americani coltivavano la speranza che confluisse anche l’Arabia Saudita, visti gli ammiccamenti di MbS (come viene chiamato il principe). Finora non è accaduto. Si sono tenuti fuori anche l’Egitto e la Giordania che, a differenza dall’Arabia saudita, hanno ufficialmente riconosciuto Israele. Così, è rimasto un accordo tattico e parziale in funzione anti-iraniana, raggiunto il 13 agosto 2020 sotto l’egida di Donald Trump nel suo primo mandato e realizzato dal genero Jared Kushner. Vedremo adesso, dopo l’attacco all’Iran, che piega prenderà. Intanto va detto che i popoli principali del medio oriente: turchi, arabi, persiani, israeliani, sono isolati e in conflitto l’uno con l’altro, guerra aperta tra arabi, persiani e israeliani, guerra strisciante con i turchi.

Ci sono stati tentativi di introdurre la democrazia liberale e farla funzionare con costituzioni scritte, parlamenti sovrani elettivi, garanzie giuridiche, pluralismo politico e libera stampa. Con poche e atipiche eccezioni questi esperimenti sono falliti. Il parlamento del Cairo è stato importato a scatola chiusa. In Turchia i militari come “garanti” di un ordine simil-occidentale, poi Recep Tayyip Erdogan e il suo partito islamista al potere, hanno impresso una svolta decisamente accentratrice e reazionaria. In Libano l’esperimento è crollato negli anni Ottanta con la guerra civile. Israele in tutto il medio oriente è una grande eccezione, tuttavia, come ha scritto Bernard Lewis, nel 1994: “Può darsi che si trasformi con il tempo in una normale nazione laica, ma non l’ha ancora fatto”. Anzi. Una legge del 2018 lo ha trasformato in un sistema confessionale, lo stato della “nazione ebraica”. La stella di David resta un’avanguardia della liberal-democrazia in un mondo che non l’ha mai praticata, tuttavia l’estrema destra religiosa blandita dalla destra laica che ne ha bisogno per governare, ha messo una pesante ipoteca sull’eredità storica e politica del sionismo, il movimento liberal-nazionalista che ha fondato Israele dopo l’orrore della Shoah.

 

L’ordine di Confucio

Nazionalista sì, liberale no. La Cina moderna è nata dalla lotta contro l’invasione giapponese, è stata poi conquistata dopo una Lunga marcia da Mao Zedong plasmato da quello che Karl Marx aveva chiamato “il modo di produzione asiatico”. E’ passata dalla rivoluzione culturale alle quattro modernizzazioni, dal corpulento Mao al piccolo Deng, senza mai praticare l’ordine liberale. Al libretto rosso il colosso dell’Asia è venuto via via a sostituire i detti del maestro Kong Fuzi da noi chiamato Confucio. “La Cina è una civiltà che pretende di essere uno stato nazione”, ha scritto lo studioso americano Lucien Pye. I suoi valori di fondo non vengono dalla religione né dal potere politico, ma dagli insegnamenti di un saggio vissuto nel VI secolo avanti Cristo per il quale l’ordine era imparare a stare al proprio posto. In cima a tutto c’era l’imperatore, un concetto metafisico più che un sovrano. L’impero al centro del mondo non era una collocazione geopolitica, ma una realtà perenne su mandato del cielo.

La Cina si è sempre pensata speciale, ma “a differenza dagli Stati Uniti non ha mai sposato una idea universalista e non ha mai voluto diffondere i suoi valori nel mondo”, secondo Henry Kissinger. Non esportava le sue idee, lasciava che gli altri venissero a cercarle, finché l’orgoglio culturale è diventato la sua debolezza. Per mantenere una posizione egemonica contro i nemici che la circondavano e la invadevano, sfruttava le loro divisioni secondo il principio di “usare i barbari per controllare altri barbari”. Gli “imperialisti” giapponesi al contrario non si considerarono mai al centro del mondo, cercavano sempre oltre le loro frontiere abitudini, tecniche, idee: prima il loro modello era la Cina, dalla seconda metà dell’800 è stata l’Europa, poi l’America. Valgono ancora oggi questi concetti e questi comportamenti?

Il confucianesimo, rifiutato da Mao che aveva vestito alla cinese un’ideologia occidentale come il marxismo, è tornato agli antichi splendori, sono state erette statue all’antico e di nuovo venerato maestro, mentre un altro maestro chiamato Sun, tanto misterioso quanto famoso in tutto il mondo, ispira l’arte della guerra in un paese che si sente forte abbastanza per ristabilire l’antica egemonia sull’Asia, mai abbandonata quanto meno come aspirazione. Un altro mandato celeste da coltivare ed espandere usando i barbari contro i barbari. In quella che vorrebbe essere definita dinastia Xi, tutto questo è più chiaro, anche se in realtà era già emerso in modo spettacolare all’apertura delle Olimpiadi del 2008, in particolare con la suggestiva rappresentazione dell’ammiraglio Zheng He, il musulmano eunuco imperiale che con la sua massiccia flotta tra il 1405 e il 1433 percorreva le coste dell’Estremo oriente fino allo stretto di Hormuz, per proclamare la magnificenza della Cina e raccogliere i tributi dovuti al Figlio del cielo. Oggi quei tributi si chiamano capitali e tecnologia, assorbiti grazie a uno scambio ineguale con l’occidente.

 

L’ordine degli zar

Ha anch’esso un tratto orientale, ma la sua anima imperiale si chiama Grande Russia. Da Pietro I Romanov a Stalin fino (si parva licet) a Vladimir Putin, è l’icona che tiene insieme quell’immenso paese semi spopolato dove in media vivono nove persone per ogni chilometro quadrato (in Italia ce ne sono 200). La religione ortodossa, il populismo, il comunismo, sono travestimenti ideologici di un unico grande sogno dalle profonde implicazioni geopolitiche. Lo spazio vitale per la Grande Russia è a est (stoppato prima dal Giappone poi dalla Cina) come a ovest (fermato per il momento dagli eroici ucraini), a nord non ha ostacoli fino al polo, a sud si scontra da sempre con la Turchia e con i paesi mediterranei. Putin ha capito che lo sterminato mondo dei boschi e delle steppe, dopo aver giubilato per il crollo del comunismo, era rimasto senza nessun Piccolo padre e privo di un legame ideologico. Così, ha praticato fino in fondo la “rivincita della storia”.

Lo zarismo in Russia non è una forma di governo transitoria per quanto lunga, come è stata la monarchia assoluta in Francia, ma è il suo mito fondatore. Non è mai esistita una Russia, non come espressione geografica, ma come nazione, senza uno zar. Ci sono stati imperatori feroci o bonari, progressisti o reazionari, aperti al mondo o chiusi nel proprio palazzo, l’unico tentativo liberal-democratico con la rivoluzione del febbraio 1917 è durato otto mesi. Oggi ci si chiede cosa voglia Putin. C’è chi risponde, ingenuamente, sicurezza (di non essere aggredito a ovest dall’Europa liberale e a est dalla rinascita musulmana). C’è chi lo ritiene un sanguinario dittatore. E chi un utile tiranno da usare contro il vero nemico, quello cinese (è la teoria prevalente tra gli americani e gli europei seguaci della Realpolitik). Escludiamo chiaramente i pifferai del Cremlino. Si dice che fare la guerra a Mosca sarebbe un suicidio, ma anche un errore profondo perché dell’Orso russo non potremo mai liberarci senza essere trascinati nell’Apocalisse. E’ un argomento forte che non va rigettato a priori proprio da chi spera in una svolta filo-occidentale. Con il nuovo zar bisogna trattare, a cominciare proprio dall’Ucraina, spetta solo al popolo russo decidere se detronizzarlo. Ma una Russia senza Putin sarà anche una Russia senza uno zar? La risposta suona persino imbarazzante per chi ha seguito il cammino verso ben altro orizzonte.

 

L’ordine dei Lumi

Quando nel 1625 un autorevole giurista olandese pubblicò De jure pacis et belli, finì davvero il Medioevo e si aprì la porta al primato della ragione e della legge. Sì, anche la guerra, persino quella definita giusta, doveva rispettare regole basate sui diritti fondamentali dell’uomo, sosteneva Huig de Groot, da noi chiamato Ugo Grozio. Non esiste il diritto del più forte. Tutto questo grande flusso durato tre secoli è stato bruciato nei forni di Auschwitz. Ripreso dopo il 1945, è stato di nuovo represso (speriamo non soppresso) l’11 settembre 2001. L’ordine dei Lumi si basa su tre principi (derivati dai tre rispettivi valori): Liberté, Egualité, Fraternité. Tre ideali concepiti come assoluti che sono entrati in contrasto tra loro nel momento in cui dalla teoria si è passati alla prassi. La libertà generava disuguaglianze e ingiustizie sociali, l’uguaglianza portava alla dittatura, entrambe le degenerazioni impedivano la realizzazione dell’utopica fratellanza.

Non aver accettato la realtà di queste contraddizioni ha messo in discussione l’ordine dei Lumi fino a provocare le peggiori dittature, il fascismo e il nazismo. Accoglierle voleva dire affidarsi alla legge, a un giudice, a un arbitro. Non a un Leviatano, né a uno stato etico, ma al potere ben diviso nelle sue fondamentali funzioni, che il popolo o meglio i cittadini affidano a loro rappresentanti. L’equilibrio coincideva con la protezione dei diritti fondamentali, a cominciare dal diritto su se stessi e i propri beni. Il primato della legge come riconoscimento delle diverse identità, insomma, è il fondamento dell’ordine liberale in contrapposizione al primato della forza. E’ proprio questo principio che oggi viene rovesciato. Uno dei peggiori pericoli per la libertà è la convinzione diffusa che le elezioni generali a suffragio universale siano le basi della democrazia, invece ne sono il coronamento, quando tutto il resto è già al suo posto. Che cosa direbbe Karl Popper vedendo che nel campione della libertà e della democrazia viene violato il criterio che distingue un regime da una dittatura, cioè il cambio di governo senza violenza né assalto al parlamento?

 

L’ordine del capitale

E’ stato sepolto dalle macerie delle Twin Towers. “Il mondo piatto” come lo aveva chiamato Tom Friedman nel suo best seller del 2005, ha cominciato a corrugarsi e a dividersi in placche galleggianti che adesso si scontrano tra loro. La globalizzazione, cominciata con la rivoluzione liberista della strana coppia Thatcher-Reagan, era un grande disegno. Che cosa l’ha messa in crisi? Una risposta molto in voga pone la Cina sul banco degli accusati. Ma sono stati i governanti occidentali, a cominciare da Bush padre e Bill Clinton ad aver aperto la porta praticamente gratis, senza contropartite economiche e politiche. Il libero commercio è entrato in conflitto con il commercio equo (di nuovo il contrasto tra libertà e uguaglianza) e nessun arbitro esterno è riuscito a comporlo. Vero. Tuttavia chiediamoci, noi italiani, che cosa ne sarebbe stato di Armani, di Ferragamo, di Zegna, senza la Cina? Se la Fiat avesse capito che Pechino voleva le auto per la nuova classe affluente e non i furgoncini, avrebbe fatto le scarpe alla Volkswagen invece di morire per consunzione nazionale. Ormai i cinesi non fanno più brutte copie a buon mercato. Sanno che la chiave del successo, anzi del dominio, è la tecnologia, e si sono lanciati in una furibonda rincorsa per stare al passo prima con l’Europa poi con gli Stati Uniti, nella speranza di sorpassarli al più presto.

Ma la Cina non è l’unica causa della crisi, l’altra ha a che fare con quella che Isaiah Berlin aveva chiamato “la rivolta contro il calculemus”, cioè non solo contro la mercificazione dei valori, ma “contro le dottrine centrali del razionalismo liberale in se stesse”. E’ “una reazione mondiale, uno sforzo confuso di tornare a una più antica moralità”. Nelle società occidentali “la protesta è quella di individui e gruppi i cui membri non desiderano essere trascinati dal carretto del progresso interpretato come l’accumulazione di beni e servizi materiali. Nei territori poveri o ex coloniali il desiderio di essere trattati come i precedenti padroni, come esseri umani completi, prende spesso la forma di un’autoaffermazione nazionalista”. Berlin lo scriveva nel 1991. Parte di questa protesta ha preso anche il manto del jihad nei paesi islamici, come abbiamo visto.

La globalizzazione è stata davvero un colossale sfruttamento che ha reso i ricchi più ricchi e i poveri più poveri? Se ci affidiamo al calculemus la risposta è no, semmai se ne sono avvantaggiati i “dannati della terra”, i popoli dell’Asia e in parte dell’Africa che sono usciti dalla morsa della fame. Mentre il mondo piatto metteva in concorrenza gli operai americani ed europei, ricchi e protetti dallo stato sociale, con gli operai cinesi, indiani, vietnamiti, ma anche brasiliani o venezuelani. Una concorrenza, si dice, che non ha ridotto solo i prezzi, ma la dinamica dei salari, ha creato incertezze, paura, perdita di posti di lavoro, alimentando così quella “confusa rivolta”. In realtà non c’è una tendenza omogenea. Dal 1991 ad oggi in Europa la disoccupazione è aumentata, negli Stati Uniti invece è diminuita, così come in Australia e in Asia orientale. E’ rimasta in media alta, eppure stabile nella maggior parte dell’Africa. Giorgia Meloni, che durante la sua lunga traversata politica è stata no global, in una intervista all’agenzia Bloomberg sabato scorso, ha intignato (come si dice a Roma): “Ritenere che una mano invisibile avrebbe risolto tutti i problemi, che tutti i sistemi si sarebbero democratizzati, che tutti sarebbero stati più ricchi”, aggiunge. “Non è andata così”. Ma con che cosa sostituire il calculemus una volta rifiutato?

 

L’ordine delle cannoniere

Torna il mondo della cannoniere, ha scritto l’Economist, un balzo indietro che comincia proprio mentre si offusca l’ordine del capitale. L’espansione europea fu essenzialmente un’avventura commerciale che preparò il terreno alla rivoluzione industriale: “Negare ciò – sottolinea Carlo Maria Cipolla – sulla base del fatto che tra gli imprenditori che crearono le fabbriche non c’erano mercanti della Compagnia delle Indie è tanto insensato quanto negare il rapporto tra rivoluzione scientifica e industriale sulla base del fatto che né Galileo né Newton crearono una manifattura tessile a Manchester”. Nella breve èra globale la politica delle porte aperte ha fatto sì che lo sviluppo e la stessa egemonia scaturissero non dalle bocche di cannone, ma dalla facilità degli spostamenti di uomini, merci, idee e persino politiche. Il Fondo monetario internazionale, la Banca Mondiale, l’Onu persino, erano le stanze di compensazione e nello stesso tempo i volani della espansione. Le imprese multinazionali avevano rimpiazzato gli eserciti. A mano a mano che gli stati nazionali hanno chiuso le porte, gli effetti sono stati destabilizzanti per i commerci, per la crescita e per le stesse imprese. “Tariffe, sussidi, sanzioni, hanno allontanato i capitali da mercati profittevoli”, scrive l’Economist. Nel 2016 le multinazionali americane spendevano il 44 per cento dei loro capitali in patria, oggi sono salite al 69 per cento. La ritirata colpisce di più nelle industrie ritenute strategiche una categoria che si espande a macchia d’olio fino a confondersi con l’industria in quanto tale. Le imprese perdono profitti, i paesi, a cominciare dagli stessi Stati Uniti, perdono ricchezza. Che ordine è mai questo, quello dell’impoverimento generale?

 

L’ordine del disordine

Quando Trump ha detto al New York Times che il suo limite è solo la propria morale (sulla quale gli Epstein files gettano una qualche ombra), la presidenza imperiale inaugurata da Richard Nixon è diventata una presidenza dittatoriale. La guerra è l’ambiente ideale, come nella repubblica romana che tanto piaceva ai padri fondatori degli Stati Uniti. Allora erano il Senato e i consoli a devolvere i poteri e il dictator durava sei mesi. Cesare, che voleva fare eccezione, venne ucciso anche se aveva conquistato la Gallia. Trump non ha conquistato ancora nulla e anziché dai coltelli dei cospiratori può essere eliminato solo dal voto, ammesso che il responso delle urne venga accolto e non si scatenino di nuovo le orde sanfediste. Ma se la guerra è la culla della dittatura, essa è anche il momento in cui la singola volontà viene sfidata dallo scontro con altre volontà oltre che dalla fortuna (Machiavelli docet).

L'Afghanistan era stato invaso con un consenso quasi mondiale, l'attacco all'Iraq aveva diviso, ma era sostenuto da un'ampia coalizione dei volenterosi, ora nessuno versa una lacrima per Khamenei, tuttavia ciascuno persegue i propri interessi, a cominciare dagli arabi del Golfo. Gli europei litigano, Ursula von der Leyen ha zittito Kaja Kallas che dovrebbe essere l'unica a parlare ufficialmente sulla politica di difesa. Xi Jinping guarda e aspetta. Putin volta le spalle all'Iran e si concentra sull'Ucraina. Erdogan si defila. Il vociante vicepresidente JD Vance giura che la guerra all'Iran non sarà né un nuovo Afghanistan né un nuovo Iraq - un conflitto, quest'ultimo, basato su una menzogna, lo capì quando mise gli stivali sulla sabbia della Mesopotamia. Lo ha riconosciuto egli stesso, magari un po' in ritardo. Il disordine regna sovrano e non è affatto una situazione eccellente.

Dove ci porta questa carrellata, forse al relativismo? No al pluralismo. L'ordine universale è il Sacro Graal. L'ordine da rifiutare è quello che viola i diritti dell'uomo. Ma, come ha scritto Mario Vargas Llosa, “se ai nostri problemi non esiste una sola risposta è il nostro dovere vivere in costante allerta, mettendo alla prova le idee, le leggi, i valori che reggono il nostro mondo”. La tolleranza, il pluralismo “più che imperativi morali, sono necessità pratiche per la sopravvivenza degli uomini”. Ciò significa “ammettere che la diversità è l'unica garanzia che abbiamo affinché l'errore, quando si impone, non provochi troppi disastri, visto che non esiste una sola soluzione per i nostri problemi, ma molte e tutte precarie”. La ricerca dell'ordine ha fondamento nel desiderio. La ragione ci spinge a riconoscere le differenze; l'unico modo per non distruggere l'umanità, a tappa o tutta in una volta, è accettarle e cercare quel filo, sia pur sottile, che ci tiene insieme.

Di più su questi argomenti: