Ansa
editoriali
Lo scandalo inglese delle spie di Xi Jinping
Arresti, processi inziati e a volte mai celebrati, legami eccellenti e allarmi dell’MI5. Il tutto mentre il primo ministro Keir Starmer concede la costruzione della mega ambasciata della Repubblica popolare davanti alla Torre di Londra. Lo spionaggio cinese è sempre più pubblicizzato. Lezioni per l’Italia
L’altro ieri tre uomini sono stati arrestati nel Regno Unito con l’accusa di aver aiutato i servizi di intelligence cinesi nell’ennesima indagine inglese sulla sicurezza nazionale che coinvolge l’ambiente politico di Westminster. Uno degli arrestati è David Taylor, ex consigliere politico laburista e lobbista, marito della deputata laburista Joani Reid. Sempre ieri, l’Old Bailey di Londra ha accusato un agente delle Dogane e un ex militare britannico di aver spiato dissidenti cinesi pro-democrazia per conto della Cina e di Hong Kong, svolgendo operazioni di “polizia ombra”. I due casi sono gli ultimi di un filone ormai gigantesco nel Regno Unito, fatto di arresti, processi iniziati e a volte mai celebrati, legami eccellenti (come quello col principe Andrea), allarmi dell’MI5. Il tutto mentre il primo ministro Keir Starmer offre a Pechino il via libera per la costruzione della mega ambasciata della Repubblica popolare alla Royal Mint, davanti alla Torre di Londra. Anche nella relazione annuale dell’intelligence italiana, l’ultima pubblicata l’altro ieri, la Cina ha sempre più spazio. I servizi segreti italiani identificano la Repubblica popolare come uno dei principali attori dietro le minacce ibride che prendono di mira le società democratiche, attraverso “una combinazione di strumenti economici, diplomatici e informativi per espandere la propria influenza globale, condurre campagne di spionaggio industriale ed esercitare pressioni economiche”. Ma pure attraverso “un sapiente sfruttamento delle caratteristiche dell’infosfera, vengono promosse costanti attività di propaganda tese a rinforzare una percezione positiva della realtà sinica nel dominio informativo”. Eppure in Italia l’attribuzione diretta alla Cina di attività di influenza o maligne è sempre più difficile. Gli unici due casi sono recentissimi, quelli di intrusione cyber subiti dai ministeri della Difesa e dell’Interno. In realtà, fare come il Regno Unito, cioè essere più trasparenti anche nei casi di vere “collaborazioni” con lo spionaggio cinese sarebbe utile per aiutare l’opinione pubblica italiana a farsi un’idea.