Iraniani della diaspora davanti all'ambasciata a Madrid (Foto di Carlos Lujan/Europa Press tramite Getty Images) 

BUONGIORNO, MONDO NUOVO

Per il sistema khameneista è il momento di mettere alla prova i piani per la sopravvivenza

Tatiana Boutourline

I falò, i balli, i canti nelle strade iraniane: Khamenei è morto. “Non dimenticheremo mai dove eravamo il 28 febbraio del 2026”, ci dicono, bucando il blackout  
 

“Buongiorno mondo nuovo –  grida un ragazzo ubriaco di felicità – se è un sogno non mi voglio svegliare”. E’ notte, le indiscrezioni e le smentite si rincorrono da ore e le luci pulsano nelle case che non riescono a prendere sonno. “E’ morto, Khamenei è morto”, sussurrano le prime voci, incredule, quasi strozzate. Poi il brusio s’ingrossa, nei palazzoni sgraziati di Teheran la gente spalanca le finestre e si affaccia   per battere le mani, schioccare le dita e gridare “è morto” più forte che mai. A Karaj, a Mashad, a Tabriz, la gioia deflagra e trascina le persone per strada. Si accendono falò, si balla, si canta. Sopra Shiraz parte un lancio di fuochi d’artificio. Sì la guerra è orribile, il regime non è ancora caduto e i massacri più terrificanti della sua storia sono avvenuti poco più di un mese fa. 

  

Ma questa è comunque una notte di festa, la notte degli abbracci tra sconosciuti in mezzo alle macchine che strombazzano, la notte in cui i ragazzi e le ragazze piangono e ridono e saltano tenendosi per mano, alzando le bandiere prerivoluzionarie con il sole e il leone, gridando “Pahlavi tornerà”, “lunga vita all’Iran”. Nessuno parla del diritto internazionale vilipeso, i messaggi vocali che bucano il blackout e arrivano al Foglio dicono: “Qualunque cosa accada non dimenticheremo mai dove eravamo il 28 febbraio del 2026. Stanotte balliamo per essere felici e non dimenticare mai questa notte, anche se loro (le forze di sicurezza, ndr) sono armati e noi per difenderci abbiamo solo degli stupidi cucchiai di legno”. 
In persiano, “il tuo posto è vuoto” è un modo per dire “mi manchi”. Lo hanno ripetuto in molti, “il tuo posto è vuoto”, in Iran e nella diaspora in queste ore, ma quando lo hanno detto i familiari delle vittime di Ali Khamenei è stato come se si chiudesse un cerchio.  “Il tuo posto è così vuoto Navid. Congratulazioni al nobile popolo iraniano”, ha scritto su X il fratello di Navid Afkhari, un campione di wrestling ucciso nel 2020. E così la figlia di Minu Majidi massacrata nel 2022 e il padre di Kian Pirfalak. “La tua sedia è vuota figlio mio, ma ora riposa in pace”. 
Per la televisione pubblica invece non è successo niente. Bisogna attendere le cinque del mattino perché uno speaker, interrotto dai singulti dia l’annuncio ufficiale. Domenica quando arriva la luce del giorno nel cielo sopra Teheran si alzano già nuove colonne di fumo. La polizia, la televisione pubblica, il ministero dell’Informazione, il quartier generale dei pasdaran e dei bassiji, il Supremo consiglio per la Sicurezza nazionale sono tutti stati colpiti. Partono messaggi che invitano la popolazione a mettersi in salvo e lasciare le città, ma è evidente che parte della preoccupazione sia anche motivata dall’esigenza di svuotare il più possibile i centri cittadini per limitare la possibilità di manifestazioni. Le strade sono presidiate dai bassiji, in alcuni video sembra che le loro moto vengano attaccate da droni. Ma tutto è incerto e mutevole in queste ore, l’umore di Donald Trump che un giorno parla di decapitare il regime e quello successivo suggerisce che il dialogo è ancora possibile, la tenuta dell’apparato di sicurezza e soprattutto la nuova configurazione del potere. 
Per il sistema khameneista è arrivato il momento di mettere alla prova i piani per la sopravvivenza. Il presidente Massoud Pezeshkian, il capo della giustizia Mohsen Ejei, e un esponente del Consiglio dei guardiani, l’ayatollah Ali Reza Arafi, guidano da ieri il Consiglio per la leadership incaricato di traghettare la Repubblica islamica verso l’elezione della nuova Guida suprema da parte del Consiglio degli esperti. Ali Larijani, annoverato come una delle menti della reazione iraniana all’attacco, assicura che la transizione è già iniziata e il presidente del Parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf ha diffuso un messaggio in cui invita i cittadini a pensare bene al loro futuro, perché  in mancanza della necessaria prudenza il caos e la dissoluzione potrebbero essere dietro l’angolo.  Agitare lo spettro dello scenario siriano è uno dei leitmotif più martellanti della propaganda di queste ore. La guerra civile e la guerra di religione. Ma stanno emergendo segnali che indicano una perdita di controllo. “Quello che è successo in Oman non è stato il frutto di una scelta – ha detto ieri il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, alludendo al fatto che l’Oman sia finito sotto il fuoco della Repubblica islamica – Abbiamo già chiarito con le nostre Forze armate che devono prestare maggiore attenzione nella selezione dei loro obiettivi”. 
E intanto le teste continuano a cadere: teste note come Mahmoud Ahmadinejad, Ali Shamkhani e figure nell’ombra come Mohammad Baseri, un pezzo grosso dell’intelligence collegato alla sparizione dell’agente dell’Fbi Robert Levinson nel 2007. 
L’illusione, ha notato ieri il giornalista iraniano Hassan Bastani, era uno dei tratti distintivi di Khamenei. L’asse della resistenza, la flessibilità strategica, la convinzione che ripetere come un mantra no alla guerra e no al negoziato sarebbe bastato a preservare la Repubblica islamica. Ma tutte queste illusioni sono state infrante. Mentre colonne di fumo nero tagliano l’azzurro del cielo sopra Teheran,  resta ancora da capire se i suoi eredi ci resteranno aggrappati o proveranno per sopravvivere qualcosa di nuovo.
 

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