La più grande esercitazione Nato di quest'anno, "Steadfast Dart 2026", in Germania (Foto di Dursun Aydemir/Getty Images)
2014-2022-2026
L'ingegno militare di Kyiv e l'alibi della Nato che non regge più
È crollata la bugia dell’Alleanza che minaccia la Russia. Anzi, oggi agli alleati non conviene affatto escludere Kyiv che difende il fianco orientale dell’Europa meglio degli europei. L’Ucraina non è più uno stato-cuscinetto fragile: produce e importa sicurezza. Nelle esercitazioni congiunte le sue brigate arrivano a neutralizzare le unità atlantiche
A quattro anni dall’avvio dell’invasione russa su larga scala, il dibattito sull’eventuale adesione dell’Ucraina alla Nato impone una riflessione approfondita. Per lungo tempo, nelle capitali occidentali, l’ingresso di Kyiv nell’Alleanza è stato considerato più un problema che un’opportunità: un fattore di rischio, non una risorsa strategica. Prima del 2022, accogliere l’Ucraina veniva percepito come una potenziale provocazione nei confronti di Mosca e come un impegno destinato a produrre più costi che benefici. Prevaleva l’idea che l’adesione avrebbe trascinato automaticamente la Nato in un confronto diretto con la Russia, importando nell’Alleanza un conflitto irrisolto. Di conseguenza, l’Ucraina non veniva ritenuta né sufficientemente “pronta” sul piano politico, militare e istituzionale né abbastanza rilevante da giustificare un simile rischio. Non a caso, sebbene molti governi occidentali riconoscessero formalmente il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere le proprie alleanze, esitavano a tradurre quel principio in decisioni politiche concrete.
Questa riluttanza veniva sistematicamente giustificata dal pragmatismo: perché provocare Mosca per un paese che l’occidente non era disposto a difendere militarmente? Perché estendere le garanzie dell’articolo 5 a uno stato già sotto pressione da parte di una potenza nucleare? Per anni, interrogativi di questo tipo hanno guidato le scelte occidentali. Una cautela che la Russia ha saputo leggere e sfruttare con abilità.
In parallelo, Mosca ha a lungo coltivato l’immagine di sé come attore difensivo, costretto a reagire a una presunta “espansione occidentale”, descritta come un progressivo accerchiamento volto a comprimere lo spazio strategico russo. Questa rappresentazione è diventata uno dei pilastri del discorso giustificativo dell’aggressione russa e ha fornito una cornice interpretativa coerente alla propria politica di coercizione. In tale contesto, le aspirazioni ucraine nei confronti della Nato non venivano considerate semplicemente controverse, ma strutturalmente destabilizzanti.
Anche l’occidente ha contribuito, seppur indirettamente, a rafforzare questa narrazione. Nei dibattiti diplomatici e accademici occidentali, l’idea che la Russia si sentisse minacciata dall’allargamento dell’Alleanza è stata spesso accolta come una preoccupazione di sicurezza legittima, anziché come una costruzione strategica volta a limitare le scelte sovrane dei paesi vicini. Da qui l’emergere dell’idea – riproposta più volte sia prima sia dopo l’invasione – che una possibile “via d’uscita” dal conflitto potesse consistere nella rinuncia formale, da parte della Nato, a qualsiasi futura adesione dell’Ucraina come condizione per la pace.
Questa impostazione ha però sempre occultato il nodo della questione. Il problema fondamentale, per la Russia, non è mai stato la Nato in quanto tale, bensì il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere autonomamente le proprie alleanze, che si trattasse dell’Alleanza atlantica o dell’Unione europea. Un’Ucraina sovrana, resiliente e politicamente autonoma mette infatti in crisi la logica stessa di una sfera d’influenza post sovietica ben più di qualsiasi accordo formale. In questo senso, la richiesta russa di escludere Kyiv dalla Nato non ha mai rappresentato una genuina esigenza di sicurezza: era una prova politica. L’occidente era disposto ad accettare la pretesa russa di esercitare un diritto di veto sul futuro dell’Ucraina?
Kyiv porta con sé un’esperienza di combattimento senza precedenti, una resilienza istituzionale notevole e una società che ha interiorizzato il costo della deterrenza come poche altre in Europa
Oggi, a quattro anni dall’inizio della guerra, la narrazione che individua nella Nato la causa primaria del conflitto – o, specularmente, uno strumento per uscirne – sta progressivamente crollando, anche se alcune voci continuano a sostenere che l’adesione ucraina resti un ostacolo alla pace. Ciò che un tempo veniva presentato come una concessione occidentale in grado di placare Mosca dovrebbe essere riconosciuto per quello che era: una costruzione artificiale, funzionale a mascherare l’obiettivo più profondo del Cremlino, ossia negare all’Ucraina qualsiasi reale autonomia nelle proprie scelte politiche.
A demolire definitivamente i presupposti di questo approccio è stata la guerra e l’Ucraina stessa che ne è emersa profondamente trasformata. Invece di collassare nel giro di poche settimane, il paese continua a resistere, entrando nel quinto anno di combattimenti. E invece di ridursi a un teatro di guerra passivo, Kyiv si è affermata come un attore militare altamente adattivo e innovativo, oggi dotato della maggiore esperienza di combattimento in Europa.
Questa realtà dovrebbe imporre una revisione profonda del pensiero strategico occidentale. L’Ucraina non è più uno stato-cuscinetto fragile: è sempre più una produttrice netta di sicurezza. Le sue Forze armate hanno sviluppato competenze operative avanzate nella guerra con droni, nell’intelligence tattica, nella guerra elettronica e nelle operazioni combinate su larga scala – spesso in condizioni più estreme di quelle affrontate dagli eserciti dell’Alleanza negli ultimi decenni.
Come ha recentemente osservato il Wall Street Journal, le esercitazioni congiunte tra unità ucraine e forze Nato hanno prodotto risultati sorprendenti per molti membri dell’Alleanza. Le brigate ucraine, forti di tattiche maturate sul campo e di un uso estensivo dei droni, hanno ripetutamente superato le unità della Nato nelle simulazioni, arrivando in alcuni casi a “neutralizzarle” in poco tempo. Secondo queste ricostruzioni, tali esercitazioni hanno messo in luce un divario significativo tra la preparazione dottrinale e la realtà della guerra moderna ad alta intensità.
Da questa prospettiva, anche la questione dell’adesione dovrebbe essere ribaltata. Il problema non è più se l’Ucraina rappresenterebbe un onere per l’Alleanza, ma se l’Alleanza possa permettersi di escludere un paese che ha già dimostrato di saper difendere il fianco orientale dell’Europa, spesso pagando un prezzo umano enorme.
Eppure, nonostante questo cambiamento, persiste l’illusione che la prospettiva dell’adesione ucraina possa essere utilizzata come merce di scambio con la Russia. Secondo questa logica, garantire a Mosca che l’Ucraina non entrerà mai nella Nato potrebbe costituire un compromesso capace di porre fine al conflitto. E’ una lettura che fraintende profondamente il calcolo russo sopra descritto. In più, dopo quattro anni di guerra, il Cremlino sa perfettamente che la forza dell’Ucraina deriva in primo luogo dalle proprie forze armate, non da ipotetiche garanzie future dell’Articolo 5.
Questa consapevolezza è ormai diffusa anche all’interno della società ucraina. L’adesione alla Nato non è più percepita come una panacea contro future aggressioni russe. I sondaggi indicano che solo circa il 19 per cento degli ucraini ripone piena fiducia nella Nato come garante di sicurezza, mentre la maggioranza ritiene che la difesa del paese debba fondarsi anzitutto sulle proprie forze armate.
A rafforzare questa percezione contribuisce anche la crisi di credibilità che attraversa l’Alleanza. Le politiche e le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump hanno ulteriormente incrinato la fiducia nella coesione della Nato, mettendo in discussione l’impegno statunitense nella difesa collettiva. Le incertezze sul ruolo di Washington come principale garante della sicurezza euroatlantica hanno inquietato non solo l’Ucraina, ma anche paesi già membri dell’Alleanza, come la Polonia e gli stati baltici. In questo contesto, lo scetticismo ucraino appare sempre più ancorato a una lettura realistica del contesto internazionale.
In definitiva, il dibattito sull’adesione dell’Ucraina alla Nato si riduce a due questioni fondamentali: la sovranità ucraina e l’interesse strategico dell’Alleanza a integrare Kyiv al proprio interno. Per l’Ucraina, rivendicare il diritto di scegliere le proprie alleanze non riguarda più benefici immediati di sicurezza, ma il rifiuto di un principio: quello secondo cui una potenza vicina possa arrogarsi il diritto di determinare il suo orientamento strategico. Dal punto di vista occidentale, una futura adesione dovrebbe poggiare su una logica altrettanto chiara: integrare l’Ucraina non significa importare debolezza, ma consolidare la forza. Kyiv porta con sé un’esperienza di combattimento senza precedenti, una resilienza istituzionale notevole e una società che ha interiorizzato il costo della deterrenza come poche altre. Inoltre, l’adesione non farebbe che formalizzare una realtà già esistente: l’Ucraina è profondamente interoperabile con le forze della Nato, è allineata agli standard militari occidentali ed è già inserita di fatto nella pianificazione della sicurezza transatlantica. La guerra ha accelerato questo processo a un livello impensabile prima del 2022.
Ciò non implica che l’adesione sia imminente o priva di ostacoli. Le difficoltà politiche e di sicurezza restano significative. Ma la cornice narrativa deve cambiare in modo netto. L’Ucraina non è più un attore che bussa alla porta della Nato in cerca di protezione: è un difensore collaudato della sicurezza europea, che chiede il riconoscimento di un principio troppo a lungo negato.