Stretta tra Putin e Trump, la Germania smarrita cerca una rivincita nel riarmo
Lo spettro dell’inflazione, mai esorcizzato dalla Repubblica di Weimar, è tornato a scuotere l’opinione pubblica, alimentando la spinta a destra. Il tradimento dell’alleato atlantico, la crisi industriale, la frammentazione politica. La locomotiva d’Europa prova a ripensare se stessa, ma la colossale svolta nella difesa spaventa
Tradimento. La parola passa di birreria in birreria, su su fino al Bundestag: Verrat. Dal 1945 la Germania è stata il paese più atlantista, anzi americano senza mezzi termini, più dell’Italia dove operava il maggior partito comunista dell’occidente. Adesso i tedeschi si sentono non solo abbandonati, ma insultati. Tutti, ciascuno a modo suo. I conservatori sono traditi dall’amico americano, gli europeisti dall’abbandono della Nato, l’estrema destra dai Maga, l’estrema sinistra da Vladimir Putin (su Donald Trump non si erano mai fatti illusioni). Lo choc è profondo, la frattura, come l’ha chiamata a Monaco Friedrich Merz, è ampia e dolorosa, forse incolmabile nel breve periodo. Il cancelliere è sempre stato un “falco atlantista”, e anche per questo il voltafaccia americano brucia di più. Il discorso conciliante di Marco Rubio, nei panni del poliziotto buono, non è bastato a cancellare la scudisciata di J.D. Vance, il poliziotto cattivo, esattamente un anno fa, nella stessa sede, in quella Conferenza sulla sicurezza nata nel 1963 per prevenire nuovi conflitti armati, diventata l’anello di congiunzione politico-culturale tra Stati Uniti ed Europa. Wolfgang Ischinger, ex presidente della conferenza, 79 anni, che conosce gli States prima come studente quando aveva 16 anni, poi come ambasciatore, vive con profonda tristezza la frattura, ha dichiarato al Financial Times. Liberale, già consigliere di Hans-Dietrich Genscher negli anni 80 del secolo scorso, poi viceministro degli Esteri con Joschka Fischer dal 1998 al 2001, è sempre stato un filoamericano convinto e leale. La Conferenza di Monaco, il Marshall Fund e una catena di pensatoi, università e centri studi tedeschi hanno formato una vera e propria comunità filoamericana, totalmente trasversale: cristiano democratici, liberali, socialdemocratici, verdi persino, tra i quali ex gauchiste come Fischer. Chi più vicino al repubblicani chi ai democratici, chi conservatore chi liberal, nessuno aveva messo finora in dubbio quel legame che in Germania aveva un fondamento emotivo più profondo che in Francia o nella stessa Gran Bretagna, sottolinea Claudia Major, senior vicepresidente del Marshall Fund. Adesso sono tutti convinti che un mondo, quel mondo, sia finito. E i tedeschi ormai debbono contare sui propri mezzi.
“Il legame con gli Stati Uniti rimane, c’è piuttosto un disallineamento con le posizioni dell’amministrazione Trump”, spiega Josef Nierling, amministratore delegato dell’ufficio italiano della Porsche consulting. E ci invita a separare gli interessi di lungo termine dalle posizioni politiche a breve. Il cancelliere Merz fin dall’inizio, anche dopo il Liberation day e l’offensiva sui dazi del 2 aprile scorso, aveva seguito una linea pragmatica, con grande attenzione a salvaguardare il rapporto con gli Stati Uniti, la stessa posizione tenuta allora da Giorgia Meloni. “Ma Trump ha spinto troppo oltre le sue ambizioni di riassetto globale”, aggiunge Nierling. La pretesa di appropriarsi della Groenlandia, una sorta di paradossale Anschluss, è stata l’ultima goccia. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina l’allora cancelliere, il socialdemocratico Olaf Scholz, sentenziò che eravamo giunti a una Zeitenwende, una svolta epocale. E lo stesso modello tedesco andava ripensato. Mal gliene incolse, disse la verità che nessuno voleva sentire, non riuscì a riformare nulla e crollò sotto il peso di una crisi che, partendo dalla dipendenza energetica dalla Russia, finì in una breve recessione e una lunga stagnazione che dura ancora.
Da locomotiva a lumaca
Nonostante la ripresa post-Covid, nel 2022 la produzione industriale in Germania era scesa del 5 per cento e non ha più recuperato. E’ stato un duro colpo, ma non un caso isolato. Il calo della domanda cinese ha colpito in misura maggiore la Germania, mentre arrivava lo choc energetico provocato dall’invasione russa dell’Ucraina. Fortemente dipendente dal gas siberiano, l’economia ha subito una doppia crisi: delle forniture e dei prezzi. Lo spettro dell’inflazione, mai esorcizzato dalla Repubblica di Weimar in poi, è tornato a scuotere l’opinione pubblica alimentando ancor di più la spinta a destra e aumentando i consensi di Alternative für Deutschland che, come ha fatto Trump negli States, ha evocato il pericolo del declino. Dalla riunificazione delle due Germanie, nel luglio 1990, il mondo è radicalmente cambiato, e con esso il peso della potenza economica tedesca. La fusione, avvenuta con un cambio alla pari tra marco occidentale e marco orientale che non valeva più niente, ha prodotto un piccolo ma significativo balzo in alto favorito in parte dal passaggio all’euro, più debole in termini relativi rispetto alla valuta tedesca. Nell’arco di un paio d’anni, complice la ripresa economica in una Germania est fino ad allora depressa, il pil è passato dal 7 per cento all’8,5 per cento dell’economia mondiale. Anche il peso in Europa (simulando che nei primi anni 90 esistesse già un’Unione di 27 paesi) è cresciuto dal 26 per cento al 31 per cento. Poi è cominciata la discesa: la forza economica relativa sul mercato internazionale si è pressoché dimezzata al 4,3 per cento, a poca distanza dall’India. E’ stato soprattutto un effetto della nuova potenza mercantile cinese, perché il peso all’interno del Vecchio Continente è rimasto elevato ed è tornato a crescere leggermente durante la crisi del debito sovrano, per poi assestarsi su un valore del 24 per cento non lontano da dove si era partiti. Ma ciò vuol dire che se la Germania si ferma, anche il resto dell’Unione batte il passo e l’intera Europa diventa una grande, grossa e flaccida lumacona.
L’influente giornalista tedesco Wolfgang Münchau, già corrispondente del Financial Times, nel 2024 ha pubblicato un libro che è un grido di dolore e d’allarme, intitolato Kaput. L’industria dell’auto gioca un ruolo centrale nella sua decostruzione del Modell Deutschland. “Non faccio del cospirazionismo dicendo che l’industria dell’auto guida la Germania”, ha scritto, perché “quando essa comincia a declinare lo stesso avviene nell’intero paese”. A cominciare dalle “instabili banche” come la più grande, la Deutsche Bank, o quelle possedute dallo stato (tra queste la Commerzbank). Münchau se la prende con “gli amici di Gerhard” cioè l’ex cancelliere Schröder e i suoi legami sulfurei con la Russia di Putin e con Pechino. Il neomercantilismo di Angela Merkel ha compensato con le esportazioni i bassi investimenti interni, in primo luogo nelle infrastrutture. Il vincolo del deficit zero, con la regola costituzionale della Schuldenbremse introdotta nel 2009, è diventato il maggior freno alla crescita ancor più quando la crisi dell’auto e dell’industria tradizionale (si pensi anche alla chimica dove la Germania è stata sempre fortissima) richiedeva un cambio di passo e una politica fiscale espansiva. Una norma che, va detto, ha pesato sull’intera Eurozona. I due maggiori partiti, i cristiano democratici e i socialdemocratici, sono egualmente colpevoli secondo Münchau. Ma anche i liberali ossessionati dall’austerità fiscale hanno dato un duro colpo, mentre i Verdi hanno spinto per un’insensata uscita dal nucleare che ha lasciato la Germania dipendente addirittura dal carbone. Una vera e propria ostilità verso le nuove tecnologie, a cominciare dall’intelligenza artificiale, ha avvelenato la strategia europea. E mentre i rapporti Draghi e Letta insistevano sulla necessità di creare un mercato unico dei capitali, Berlino prima ha messo sul mercato la Commerzbank, poi ha fatto fuoco e fiamme contro l’Unicredit che ne possiede il 29 per cento, nonostante la banca italiana possegga da vent’anni ormai la bavarese Hypovereinsbank. E’ un’analisi feroce, anche ingenerosa, perché la Germania non è la prima né la sola ad aver praticato il neomercantilismo, si pensi al Giappone, alla Cina, alla stessa Italia. Un’onda nazionalista alla quale non erano sfuggiti nemmeno gli Stati Uniti che ora si sono avviati sulla strada del protezionismo spinto, con ricadute molto pesanti, anche perché la loro competizione non avviene sulla manifattura, ma sulla finanza e sulle tecnologie, in primo luogo quelle stimolate, finanziate, sostenute dal dipartimento della Guerra.
Quante divisioni ha Berlino?
Il nuovo complesso militar-industriale americano, e non solo il pericolo della Russia espansionista - sentito nell’Europa nord-orientale molto di più che in quella sud-occidentale - ha dato sostanza alla colossale svolta nella difesa. Nel 2025 la Germania ha speso più di ogni altro paese europeo in termini assoluti. Il bilancio annuale (108 miliardi di euro lo scorso anno) dovrebbe raggiungere i 190 miliardi nel 2029, il triplo rispetto al livello del 2022. “La Germania ha salvato la Nato” dice Nierling con una battuta. In effetti la spinta tedesca controbilancia la campagna trumpiana contro l’Europa debole e ingrata. Gli americani vengono sempre da Marte, ma gli europei non vengono più da Venere, per citare l’efficace metafora di Robert Kagan nel suo best seller del lontano 2002. Berlino sta tornando alla leva obbligatoria e il cancelliere Merz ha detto che vuol costruire il più grande e forte esercito di terra dell’intera Europa. Anche se su questo ci sono due scuole di pensiero, l’Ucraina ha dimostrato che la guerra si vince oggi con lo spazio e il digitale, non con i Panzer e i fantaccini - come del ha fatto la Russia restando impantanata da ben quattro anni sulla “linea Maginot” del Donbass.
Sull’ultimo numero di Foreign Affairs un ampio articolo della storica Liana Fix, grande esperta di Germania, evoca il pericolo di una egemonia tedesca: “Gli europei sono stati contenti del riarmo per difendersi dalla Russia. Ma dovrebbero stare attenti. Oggi Berlino si impegna a usare il suo potere militare per aiutare tutta l’Europa. Ma lasciato senza controlli un predominio militare tedesco potrebbe alimentare divisioni all’interno del continente. Francia, Polonia e altri stati potrebbero voler controbilanciare la Germania, spostando il focus dalla Russia e rendendo l’Europa più divisa e più vulnerabile”. Una rivalità con la Francia è già emersa su un progetto strategico come il super caccia bombardiere: sono stati gli imprenditori tedeschi a denunciare la francese Dassault di volere per sé l’80 per cento del progetto oltre al comando, ça va sans dire. E che cosa accadrebbe se l’AfD andasse al governo? Berlino potrebbe “bullizzare o coartare gli altri paesi”, scrive ancora su Foreign Affairs. Helmut Kohl nel 1989 disse che “dal suolo della Germania può venire solo pace”. E’ ancora vero? La corsa europea al riarmo procede in ordine sparso. Francia, Svezia, Italia sono tra i paesi che più si stanno attrezzando e nell’insieme hanno forze armate sufficienti a controbilanciare quelle tedesche. Ma nessuno è in grado di rivaleggiare con la quantità di spesa messa in campo dalla Germania. La soluzione sarebbe un massiccio impegno comune dell’Unione europea, comune anche nel finanziamento attraverso l’emissione di Eurobond. Il governo Merz si è detto contrario. Vuole che ogni paese contribuisca con proprie risorse all’immensa quantità di capitali necessari. Ha appoggiato solo i programmi come EU SAFE che offrono 175 miliardi in prestiti a buon mercato per progetti comuni nella difesa. Sono un quarto di quello che la sola Germania investirà nei prossimi quattro anni. Si è parlato del desiderio di dotarsi di un arsenale nucleare anche se indirettamente, attraverso accordi con altri paesi, a cominciare da quelli che l’atomica ce l’hanno, come la Gran Bretagna e la Francia. Ma anche qui ci sono pareri diversi. “Il nucleare distrugge, la tecnologia costruisce”, dice Nierling. Le bombe ci sono già e servono come deterrenza. La vera superiorità anche in campo militare oggi è nello spazio, dove l’Europa deve recuperare la distanza soprattutto dagli Stati Uniti, e nell’intelligenza artificiale. Oggi l’AI attira una grande quantità di capitali e consuma moltissima energia, ma non produce valore. Nel momento in cui essa uscirà dalle attuali dimensioni astratte per essere calata nella realtà (nelle fabbriche e nelle scuole, negli ospedali, nello sport) si potrà vedere il vero salto competitivo. Ed è proprio questo, l’AO delle cose, il modello europeo per rispondere a Stati Uniti e Cina.
O Maga o patria
La svolta nella difesa ha spiazzato l’estrema destra e la pretesa americana sulla Groenlandia ha messo anche Alternative für Deutschland in una difficile posizione. La co-leader Alice Weidel ha sollecitato Merz a concentrarsi su come evitare una guerra commerciale invece di mandare soldati sull’isola ghiacciata. Il partito l’anno scorso ha cercato di stabilire legami con i Maga, ma si è trovato in una posizione molto scomoda di fronte all’offensiva trumpiana. Weidel è giunta a criticare il presidente per aver violato con l’operazione in Venezuela la sua promessa elettorale di non intervenire in altri paesi. Una dichiarazione che ha scatenato la reazione di George Weinberg, responsabile Esteri del partito repubblicano che in un’intervista al quotidiano Die Welt ha accusato Alice Weidel di aver danneggiato severamente le relazioni con i Maga.
La Germania non andrà al voto nei prossimi tre anni, ma l’AfD secondo i sondaggi è il primo partito. Illiberale, estremista, euroscettico, amico della Russia predica di rovesciare l’integrazione della Germania nell’Unione europea - quella economica, figuriamoci quella militare. Ha nel mirino anche la Nato e vorrebbe che il riarmo fosse uno strumento da usare solo a beneficio della nazione. Vaterland, altro che Maga. La difesa dovrebbe essere autonoma anche dai tradizionali alleati. “Il ritorno al revanscismo e al revisionismo sotto l’AfD si insedierebbe prima gradualmente poi all’improvviso”, scrive ancora Liana Fix. La storia lo ha già dimostrato negli anni 30 del secolo scorso. Un primo passo sarebbe l’apertura della coalizione Cdu-Csu a una collaborazione con l’estrema destra. A questo punto l’AfD userebbe gli strumenti del potere per espandere la propria ideologia e ricattare il governo. Potrebbe spingere per interrompere il sostegno all’Ucraina, favorire tendenze irredentiste nei paesi vicini, nei territori orientali in Polonia e in Russia che avevano fatto parte del Terzo Reich. E qui scatta subito una colossale contraddizione, perché Königsberg, patria di Kant e antica capitale della Prussia, è dal 1945 l’enclave russa chiamata Kaliningrad. Uno scenario senza dubbio estremo e meno plausibile. Ben più probabile sarebbe la trasformazione dell’Ue in una Europa delle nazioni; qui l’AfD trova d’accordo sia il partito lepenista in Francia, sia in Italia Giorgia Meloni e Matteo Salvini. La “militarizzazione” e i progetti egemonici della destra si scontrano con alcune gravi debolezze strutturali che potremmo raggruppare sotto un’unica etichetta: frammentazione; che è sociale, territoriale, politica.
La questione orientale
Il divario tra i redditi dei cittadini dell’est e quelli dell’ovest, gli Ossie e i Wessie si è notevolmente ridotto nel corso dei primi cinque anni dalla riunificazione, ma il “recupero” si è poi quasi arrestato, per procedere molto lentamente, malgrado gli ingenti trasferimenti dal governo federale verso le regioni dell’est che superano ormai i 2 mila miliardi di dollari. Nel 1991 i cittadini della Germania orientale guadagnavano in media il 70 per cento in meno rispetto ai cittadini dell’ovest, nel 1996 si era già scesi a una differenza del 45 per cento. Oggi s’aggira attorno al 30 per cento, ma nemmeno nel periodo della migliore performance economica tedesca (dal 2001 al 2015) la forbice si è ridotta a sufficienza. La spaccatura tra le due Germanie non è solo economica, ma anche politica. E’ proprio nell’est che nell’ultimo decennio l’estrema destra ha trovato maggiore terreno fertile, facendo leva sull’insoddisfazione e l’insofferenza nei confronti di Berlino. Alle europee dell’anno scorso, infatti, l’AfD ha raccolto in media il 13 per cento dei consensi nell’ovest del paese, e il 30 per cento nei Länder dell’ex Germania est, cavalcando soprattutto l’immigrazione e la “sostituzione etnica”, nonostante la presenza straniera nelle regioni orientali sia la metà di quella nelle regioni occidentali, dove ha raggiunto il 16 per cento.
La politica in salsa italiana
Dalla fine della Seconda guerra mondiale, parte della forza della Germania risiedeva proprio nella sua stabilità rafforzata dal divieto di elezioni anticipate in mancanza di una maggioranza alternativa. Un piccolo numero di forti partiti tradizionali, in particolare i cristiano-democratici della Cdu/Csu e i socialdemocratici della Spd, si sono alternati alla guida di diverse maggioranze o hanno, talvolta, governato in “grandi coalizioni”. Questa caratteristica però è andata via via sbiadendo, finché nell’ultima legislatura è stato necessario formare un’alleanza tripartitica (tra socialdemocratici, verdi e liberali) per raggiungere una risicata maggioranza al Bundestag. Anche per i cristiano-democratici sarà probabilmente sempre più difficile trovare maggioranze stabili, proprio a causa della crescita dei consensi per partiti come AfD a destra e Linke o Bsw a sinistra (nel caso superassero la soglia di sbarramento del 5 per cento), i quali difficilmente potranno essere cooptati nella maggioranza di governo. La frammentazione politica non è solo tedesca, ma riguarda gran parte dei paesi europei a prescindere dal loro sistema elettorale, vedi la Francia e persino il Regno Unito. Tuttavia Italia e Germania sono i paesi più frammentati e in Germania la divisione politica è cresciuta persino di più, secondo una elaborazione dell’Ispi, il think tank milanese di politica internazionale.
Europa tedesca o Germania europea?
Il vecchio dilemma è ancora valido? La Zeitenwende è ormai un fatto e ha impresso un colpo di maglio al modello tedesco. Un colpo benefico nel medio periodo, ma pesante nel breve. L’occupazione è il barometro che segna la tempesta in corso. L’automotive è destinata a contrarre la sua forza lavoro di circa il 10 per cento nei prossimi tre anni, secondo le stime della Porsche consulting; oggi impiega 770 mila dipendenti, dunque tra 70 e 80 mila perderanno il loro lavoro; per la chimica si prevede possano esserci tra 50 e 100 mila esuberi. La difesa potrà compensare? La risposta è no. Le imprese militari, in un modo o nell’altro, occupano 300 mila persone, si prevede che possano impiegare tra 60 e 80 mila operai, tecnici, dirigenti in più. Il saldo, dunque, resta negativo. Il piano Merz prevede investimenti massicci in altri settori, come le infrastrutture. La vera svolta potrà avvenire puntando decisamente su due settori chiave: lo spazio e il digitale, inclusa naturalmente l’AI, su cui si sono lanciate con successo storiche imprese tedesche come la Siemens. Questo è anche il terreno comune sul quale si può costruire in modo pragmatico il rilancio della competitività europea.
E l’auto? L’amministratore delegato della Volkswagen Oliver Blume e quello di Stellantis Antonio Filosa hanno chiesto una politica europea. Ma affinché non sia un salvataggio assistenziale, deve essere strettamente collegata allo sviluppo delle tecnologie digitali. “L’automotive per riprendersi e contrastare l’ondata cinese ha bisogno di più efficienza”, sottolinea Nierling, convinto che la Germania possa essere fino in fondo europea e possa guidare senza dominare. Come? Lasciando da parte le discussioni ideologiche tipo federazione o confederazione, unanimità o maggioranza, asse franco-tedesco o italo-germanico, e procedendo passo dopo passo, progetto dopo progetto. E’ un’Europa à la carte? E’ un’Europa possibile basata sui comuni interessi, come è avvenuto fin dall’inizio. Proprio questo approccio avvicina oggi il governo tedesco e quello italiano. Su Gaza e il Board of Peace, Merz e Merkel hanno posizioni diverse; non è lo stesso nemmeno il giudizio su Trump e sull’Amministrazione americana. Ma i due governi si sono mossi in sintonia su accordi importanti come con il Mercosur e con l’India. Lo stesso potrebbe accedere sul finanziamento della difesa comune: se non si vogliono Eurobond, allora la Germania che ha un basso debito pubblico potrebbe diventare garante di ultima istanza per paesi come Italia e Francia. Berlino se lo può permettere e darebbe così un chiaro messaggio di impegno e responsabilità paneuropea, con un forte impatto sui mercati e sulla stessa opinione pubblica.
Se vogliamo far parlare i fatti allora diamo un’occhiata alle cifre che la Camera di commercio italo-tedesca pubblica ogni anno. La Germania resta il primo mercato per le merci italiane e ai primi posti non c’è il cibo, bensì la manifattura, l’auto, la chimica, la siderurgia. “Nonostante le retoriche nazionaliste che sovente caratterizzano media e classe politica, Italia e Germania rimangono due paesi fortemente interconnessi ed interdipendenti”, scrive il rapporto. Ancor più se guardiamo ai legami tra alcune regioni come Lombardia, Veneto, Emilia, Piemonte e Baviera o Baden-Wuertenberg. Ciò dimostra che “la crescita asimmetrica di uno dei due rispetto all’altro finirebbe per generare effetti negativi su entrambi”. L’economia non è tutto, infatti questo rischio vale anche per la politica, sia quella tedesca sia quella italiana. Se l’asimmetria venisse sostituita da una sostanziale simmetria, l’egemonia germanica diventerebbe leadership condivisa. Per andare dove? Qui dobbiamo passare dall’economia alla storia e alla filosofia (tedesca naturalmente). Quel che accadrà non possiamo prevederlo né programmarlo. Il Gosplan è morto è sepolto. Ma nel flusso degli eventi bisogna esserci per non farsene travolgere: Dasein Sollen.
L'editoriale dell'Elefantino