Attacchi contro i civili

Mosca colpisce un treno passeggeri in corsa. Zelensky: “È terrorismo”

Micol Flammini

La Russia vuole paralizzare tutto ciò che tiene in vita l’Ucraina, dalla rete elettrica alle ferrovie. La resistenza di Ukrzaliznytsia

Neve, fumo, corpi, detriti di un  massacro voluto. La linea ferroviaria che collega Barvinkove, ai confini con la regione di Donetsk, a settanta chilometri dal fronte, a Leopoli è sempre molto frequentata. La usano qualche soldato in rara licenza e molti civili. La maggior parte sono rifugiati, ucraini che hanno cercato riparo nelle parti più occidentali del paese ma devono tornare  a est, perché hanno case, famiglie, una vita sospesa, da curare ogni tanto. Martedì sera un treno che percorreva la tratta Barvinkove-Leopoli è stato colpito da droni russi, cinque persone sono state uccise. Per identificare i corpi devastati dalle esplosioni  è stato necessario l’esame del Dna. Il treno era in movimento, viaggiava verso occidente, era ancora nella regione di Kharkiv e le ricostruzioni portano a concludere che non si è trattato di un incidente: l’esercito russo voleva colpire un treno passeggeri. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto: “In qualsiasi paese, un attacco con un drone a un treno civile sarebbe considerato un puro atto di terrorismo”. Mosca aveva già colpito la rete ferroviaria, le stazioni, ma per la prima volta ha preso di mira un treno passeggeri in corsa. Ukrzaliznytsia, la compagnia delle ferrovie dell’Ucraina, dall’inizio della guerra è stata uno dei polmoni del paese. Ha continuato a garantire la libertà di movimento ai cittadini, ha continuato a collegare zone vicine al fronte con le città più grandi. I treni sono diventati case ambulanti. Con i treni si entra nel paese, si esce e ci si muove al suo interno. Sui treni si trascorre la notte quando si è in movimento da una parte all’altra. Quando Mosca ha bombardato le ferrovie, la compagnia ha sempre organizzato squadre rapide per riparare i binari in tempi brevi, perché se l’Ucraina si ferma, la Russia vince e Ukrzaliznytsia è diventata la garanzia della libertà di movimento degli ucraini, quindi non può fermarsi.  


Il Cremlino ha l’obiettivo di rendere l’Ucraina un paese invivibile e mai come in questo inverno ha concentrato con tanta intensità la sua attività contro i civili. Sono settimane che l’esercito russo attacca le città lontane dal fronte, colpisce Kyiv, la capitale in cui si è riversata la maggior parte della popolazione dall’inizio dell’invasione su vasta scala. Punta alle centrali elettriche per fare in modo che gli ucraini vivano senza luce e riscaldamento. Lo fa con tanta violenza e così spesso che la velocità degli operatori della rete elettrica non basta più a sistemare in tempi utili cavi e tubi. L’Ucraina lontana da fronte vive in una parvenza di normalità da quattro anni, si è riadattata a giornate scandite dal coprifuoco e dalle sirene che annunciano l’arrivo degli attacchi. Ha continuato a vivere, sapendo che le scelte quotidiane erano diventate una questione di vita o di morte. Ha continuato a lavorare, senza farsi fermare dalle notti insonni per gli attacchi russi. Ha continuato a spostarsi, a viaggiare. Questa normalità di guerra si chiama resistenza ed è l’obiettivo degli ultimi attacchi del Cremlino. Vladimir Putin vuole costringere l’Ucraina a cedere. L’esercito russo ha così preso a colpire tutto ciò che mantiene in vita il paese. 


L’8 aprile del 2022, un missile russo con la scritta “za detej”, per i bambini, colpì la stazione di Kramatorsk, dove si erano radunate centinaia di civili in attesa di un treno per allontanarsi dalla regione di Donetsk. Non c’erano obiettivi militari. Morirono più di  cinquanta persone, molti erano bambini. Mosca fece capire che la sua guerra era contro ogni civile e nessun diritto sarebbe più stato garantito in Ucraina, neanche quello di scappare. Dopo sei mesi dalla strage, Ukrzaliznytsia riaprì la stazione nel giorno dei Difensori dell’Ucraina, il 14 ottobre. Fino a novembre dello scorso anno, lungo la tratta Kyiv-Kramatorsk ha viaggiato circa un milione di persone. Oggi la stazione è chiusa: troppo vicina al fronte. Mosca vuole uccidere questa capacità di resistere, muoversi e ricostruire, colpendo tutte le arterie vitali dell’Ucraina. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)