makeover impossibile
Il "piano generale" di Trump (e Kushner) per Gaza non tiene conto della realtà
Render patinati, grattacieli disegnati con l'AI e mock-up da rivista di interior design. Nel master plan su Gaza manca una visione concreta dell'attuale situazione, che rende la ricostruzione molto più complicata. Tanto che nessun paese ha ancora promesso investimenti
Sembra l’incipit di una puntata di Dream Home Makeover, ma il contesto è il ben più serio e blasonato World Economic Forum di Davos. Sul palco non c’è una coppia in cerca della casa perfetta, bensì Jared Kushner, genero e consigliere chiave di Donald Trump, che presenta il “masterplan” per il futuro della Striscia di Gaza. Sullo schermo scorrono immagini generate dall’intelligenza artificiale: grattacieli scintillanti, condomini disposti in anelli concentrici, hub tecnologici, data center, parchi e una lunga spiaggia turistica. Tutto pronto, assicurano, in due o tre anni. Così dalle 90.000 tonnellate di macerie prodotte dalla guerra dovrebbe nascere una “nuova Gaza”.
Trump parla di una Gaza “smilitarizzata, governata correttamente e ricostruita in modo impeccabile”, un “piano grandioso”. A Davos viene firmato anche lo statuto fondativo del cosiddetto Board of Peace., nato come organismo di supervisione per la ricostruzione e già evoluto in un consiglio a guida americana (o meglio, trumpiana) con ambizioni ben più ampie: il sospetto è quello che l'obiettivo sia scardinare le Nazioni Unite. “Potremo estenderci ad altre cose man mano che avremo successo con Gaza”, dice Trump, assaporando la promessa di una serie destinata a più stagioni.
Oltre ai render patinati, che mostrano decine di grattacieli (un'immagine che ricorda un po' il video generato con AI della riviera di Gaza con la statua d’oro di Trump, in cui lui beve cocktail a bordo piscina con Netanyahu), la mappa presentata da Kushner è un esercizio di urbanistica astratta: tutta la costa mediterranea riservata al “turismo costiero”, con 180 grattacieli affacciati sulla spiaggia; zone industriali, complessi manifatturieri avanzati e data center sparsi nell’enclave; città residenziali pre-pianificate come “Nuova Rafah”, separate fisicamente da aree logistiche, da un nuovo aeroporto e da una città industriale al confine israeliano. Le aree agricole finiscono in zone sabbiose e povere, poco adatte alla coltivazione. La realtà, come l'ha raccontata il Washington Post, segue però un’altra sceneggiatura: le truppe israeliane controllano ancora più della metà della Striscia, circa due milioni di palestinesi sono concentrati nell’altra metà, molti in tende danneggiate dalle tempeste o in edifici bombardati. In una zona agricola nel centro di Gaza, un tempo utilizzata per progetti di aiuto internazionali, oggi restano solo rovine, terrapieni militari e spari in lontananza. Blocchi di cemento segnano una “Linea Gialla” che separa l’area controllata da Israele dai quartieri sovraffollati di Deir al Balah.
Il piano prevede quattro fasi di ricostruzione, a partire da Rafah, oggi in gran parte dietro le linee militari israeliane. “Case per i lavoratori” dovrebbero sorgere lì in due o tre anni. Un’ipotesi che allarma diversi paesi arabi, timorosi che la ricostruzione nelle zone controllate da Israele si traduca in un controllo permanente del territorio. Nel frattempo, la governance resta vaga: solo una delle dieci diapositive di Kushner menzionava la leadership palestinese, ed era l’unica in arabo, peraltro formattata in modo illeggibile.
Il nodo più concreto resta quello che nessun makeover può risolvere con un render: chi paga. Per il Washington Post lo scenario che si delinea intorno a questi dubbi è chiaro: "Con così tanta incertezza sul funzionamento delle nuove strutture di governance, nessun paese ha pubblicamente impegnato fondi per la ricostruzione di Gaza. Kushner non ha fornito una stima dei costi di attuazione del suo piano. Un piano di ricostruzione sostenuto dai paesi arabi e a maggioranza musulmana lo scorso anno stimava la spesa per la ricostruzione a oltre 53 miliardi di dollari, mentre gli esperti delle Nazioni Unite hanno stimato più recentemente che sarebbe costato circa 70 miliardi di dollari. La questione di chi avrebbe pagato per la ricostruzione di Gaza è stata centrale fin dall'inizio e non è ancora chiaro quali governi o partner del settore privato abbiano sottoscritto come contributori o investitori, se ce ne sono stati. 'La gente non vuole dare soldi al Board of Peace', ha affermato una persona a conoscenza di alcuni aspetti della pianificazione, che ha parlato a condizione di mantenere l'anonimato riguardo a conversazioni private. 'Trump sembra volere un pranzo gratis' a Gaza, ha detto la persona, e molti paesi "non sono interessati a dare soldi a meno che non siano gli Stati Uniti a farlo".
“Trump sembra volere un pranzo gratis”, osserva una fonte citata dal Washington Post: molti governi non sono disposti a investire se gli Stati Uniti non lo faranno per primi. Ma a Davos, Kushner invita gli investitori privati a non temere il rischio: “Ci saranno incredibili opportunità di investimento”. È l’ultima inquadratura della puntata: musica ispirazionale, luci calde, la casa dei sogni pronta per essere abitata. Peccato che, fuori dal render, manchino ancora le fondamenta politiche, la sicurezza, l’acqua, l’elettricità. E soprattutto le persone, ridotte a comparse in un progetto che sembra pensato più per essere visto che per essere vissuto.