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la lezione
Con lo choc sulla Groenlandia, l'Europa scopre la “nuova normalità” di Trump, e si attrezza
Il vertice straordinario di crisi si è svolto in un’atmosfera più rilassata, ma il caso groenlandese ha portato a una rottura politica e psicologica profonda per i leader europei. Anche i paesi tradizionalmente più vicini agli Stati Uniti hanno dovuto prendere atto che l’alleanza politica tra le due sponde dell’Atlantico non esiste più
Bruxelles. Donald Trump ha rinunciato alla minaccia di impossessarsi della Groenlandia. Così il vertice straordinario di crisi, convocato d’urgenza dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, ieri si è svolto in un’atmosfera più rilassata. Grazie al compromesso raggiunto dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, che prevede di rinegoziare l’accordo del 1951 tra Stati Uniti e Danimarca sulla presenza militare nell’isola, non c’è stata alcuna decisione dolorosa da adottare. Ma la crisi groenlandese ha portato a una rottura politica e psicologica profonda per i leader europei. In una settimana, da quando Trump ha annunciato i dazi contro la Danimarca e altri sette paesi che hanno inviato soldati in Groenlandia, tutto è cambiato. Non è più un conflitto commerciale o una divergenza sull’Ucraina: è la sovranità stessa dell’Ue a essere attaccata. Non è solo un cambio di retorica, stile e postura da parte degli Stati Uniti: ci è voluto un anno, ma i leader dell’Ue si sono accorti che Trump li considera degli avversari. Si sono convinti di dover rispondere in modo duro, anche con il “bazooka”, come si preparavano a fare prima della marcia indietro a Davos. Il vertice ha preso atto che “questa è la nuova normalità”, spiega un funzionario dell’Ue: tutti gli strumenti devono restare sul tavolo perché domani può esserci una nuova aggressione di Trump. Tra sabato 17 gennaio, quando Trump ha annunciato i dazi per prendersi la Groenlandia, e mercoledì 21, quando ha rinunciato al colpo di forza, c’è stata una “trasformazione” all’interno dell’Ue, spiega un diplomatico.
Con rare eccezioni, anche i leader e i paesi tradizionalmente più vicini agli Stati Uniti hanno dovuto prendere atto che l’alleanza politica tra le due sponde dell’Atlantico non esiste più. Per un anno, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, gli europei hanno fatto di tutto per preservare la relazione. Si sono umiliati con le loro lusinghe al presidente americano. Si sono sottomessi a dazi penalizzanti con l’accordo di luglio di Ursula von der Leyen. Hanno rinunciato alla sconfitta della Russia in Ucraina per una “pace” voluta da Trump, che sanno non ci sarà. Non è servito a nulla. Di fronte alle minacce alla Danimarca e ai suoi alleati europei, anche i più atlantisti si sono dovuti arrendere all’evidenza.
Martedì – raccontano i diplomatici – dopo molte esitazioni, anche Germania e Polonia si sono unite alla maggioranza degli stati membri, che era pronta a lanciare una ritorsione commerciale (con dazi su 93 miliardi di euro di prodotti americani) e a usare lo strumento anti-coercizione (il famoso bazooka che permette di colpire i servizi digitali e finanziari). “Gli Stati Uniti sono la parte più parte più importante della sicurezza. Abbiamo sempre accettato la leadership americana. Ma i nostri amici a Washington devono capire la differenza tra dominio e leadership”, ha spiegato il premier polacco, Donald Tusk. Per Friedrich Merz, si deve “almeno cercare di preservare la Nato”, ma la retromarcia di Trump dimostra che “l’unità e la determinazione (dell’Ue) possono fare la differenza”. E’ la stessa linea di Emmanuel Macron. “Quando l’Europa reagisce in modo unita, utilizzando gli strumenti che ha a disposizione, riesce a farsi rispettare”, ha detto il presidente francese. Ma ora “dobbiamo restare molto vigili e pronti a usare gli strumenti che sono i nostri se siamo di nuovo sotto minaccia”. Tradotto: lo strumento anti-coercizione non deve più essere riposto nell’armadio. L’Ue ha bisogno del bazooka per potersi difendere dall’imprevedibilità di Trump.
Macron può avere riflessi gollisti, ma è lungi dall’essere isolato. “Penso che gli Stati Uniti e Trump ci rispettano se siamo forti e uniti”, ha detto il premier finlandese, Petteri Orpo, un altro atlantista: “Ora è importante negoziare, ma dobbiamo mantenere tutti gli strumenti che abbiamo come Ue sul tavolo ed essere pronti a usarli se necessario”. Mette Frederiksen, la premier danese direttamente minacciata da Trump, non è riuscita a rispondere quando le è stato chiesto se abbia ancora fiducia negli Stati Uniti. “Dobbiamo lavorare insieme senza minacciarci”, ha detto. Quanto all’Europa, “quando siamo chiari e forti nella nostra volontà di difenderci, i risultati ci sono”, ha spiegato Frederiksen. Per lei questa è la lezione “dell’ultimo paio di giorni”.