La mega ambasciata

Il thriller della Zecca reale in mano ai cinesi

Giulia Pompili

Cavi, ricatti e spie. Il sì del governo di Keir Starmer al progetto della mega ambasciata cinese alla Royal Mint è stato dato per non inimicarsi Pechino e far ripartire il business. Un gioco di equilibri e una speranza per Jimmy Lai

Se fosse fiction, la saga della mega ambasciata cinese a Londra farebbe sicuramente da sfondo a un romanzo di Mick Herron. Dopo ripetuti rinvii, polemiche, trattative, il governo inglese l’altro ieri ha dato il via libera al progetto di spostare la sede diplomatica della Repubblica popolare cinese nell’area che un tempo ospitava la Royal Mint, di fronte alla Torre di Londra. Il ministro della Sicurezza, Dan Jarvis, ieri ha rassicurato tutti: le agenzie di intelligence hanno lavorato al processo di approvazione, e i rischi potenziali saranno mitigati. Ma le polemiche proseguono, perché l’approvazione sembra aver seguito pedissequamente il calendario imposto da Pechino, con un’autorizzazione annunciata subito prima della cruciale visita in Cina del primo ministro Keir Starmer, la prima di un leader inglese sin dal 2018. Starmer aveva incontrato il leader cinese Xi Jinping poco più di un anno fa, a margine del G20 di Rio de Janeiro. (Pompili segue a pagina quattro)
Già allora Xi aveva posto come condizione di una relazione diplomatica efficace tra Londra e Pechino l’approvazione del progetto, e Starmer aveva detto che si sarebbe occupato personalmente del problema.  

 


Secondo alcune fonti anonime menzionate ieri da Reuters, il governo inglese vorrebbe rilanciare il business della cosiddetta “età dell’oro” delle relazioni tra Regno Unito e Cina, quella che seguì al trasferimento della sovranità di Hong Kong a Pechino nel 1997. Le relazioni avevano iniziato a raffreddarsi con l’arrivo di Theresa May a Downing Street, e dopo che nel 2020 il Regno Unito aveva escluso Huawei dalle reti, aveva accolto chi scappava dalla repressione delle proteste di Hong Kong e aveva imposto sanzioni contro i funzionari responsabili del lavoro forzato nello Xinjiang. Ora però Starmer è pronto al rilancio del defunto “consiglio dei ceo” sino-inglesi, ed è per questo che a Pechino avrà al seguito un nutrito gruppo di manager industriali – un’azione diplomatica simile a quella del primo ministro canadese Mark Carney, che la scorsa settimana a Pechino ha tentato un reset delle relazioni con la Cina anche per ribilanciare i costi di una Casa Bianca sempre più imprevedibile e aggressiva.

 


Ma in questo gioco di equilibri, sono in molti a opporsi al trasloco delle varie sedi dell’ambasciata cinese (a Londra sono circa sette) alla Royal Mint. La popolazione, compresi i duecento residenti della corte dell’ex Zecca reale, sostengono che ci saranno rischi per la sicurezza e per la viabilità – quella zona, di fronte alla Torre, soffre già a causa dell’afflusso turistico. La proposta originale, presentata nel 2022, era stata bocciata dal consiglio comunale locale di Tower Hamlets, ma due anni dopo la leadership cinese aveva ripresentato il progetto, e aveva coinvolto direttamente il primo ministro Starmer. La mega ambasciata si svilupperebbe su ventimila metri quadrati, sarebbe collocata in una delle zone più sensibili della capitale del Regno Unito, e si trasformerebbe nella più grande sede diplomatica d’Europa – un bel colpo, per l’immagine della Cina nel mondo. Ma il punto non è soltanto propagandistico: MI5 e MI6 da mesi ormai cercano di gestire i potenziali rischi di spionaggio, e l’altro ieri Ken McCallum, direttore dell’MI5, ha inviato una lettera al governo parlando esplicitamente di “minaccia cinese”, di controlli periodici che verranno effettuati sul sito ma, “come per qualsiasi ambasciata straniera sul suolo britannico, non è realistico aspettarsi di poter eliminare completamente ogni singolo potenziale rischio”. I sospetti sui rischi sono più che concreti: qualche mese fa c’era stato un ennesimo rinvio sull’approvazione del progetto perché la maggior parte delle planimetrie presentate dalla Cina al consiglio di Tower Hamlets erano state censurate per “ragioni di sicurezza”. Le planimetrie non annerite erano poi state rivelate dal Telegraph, inclusa una stanza segreta sotterranea costruita a ridosso dei cavi in fibra ottica più sensibili del Regno Unito, quelli che trasmettono dati finanziari e comunicazioni di milioni di utenti. Secondo alcune fonti sentite dal Foglio, per costringere il governo di Londra ad accelerare, la Cina avrebbe più volte staccato la corrente elettrica all’ambasciata del Regno Unito a Pechino, e avrebbe minacciato di far saltare il viaggio di Starmer. Qualcuno oggi spera che, mentre la battaglia  legale degli inglesi di  Tower Hamlets continua, almeno il primo ministro riesca a portare a casa un risultato dalla mega ambasciata: quello di far scarcerare il cittadino britannico Jimmy Lai, l’editore di Hong Kong in carcere dal 2020. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.