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L'editoriale del direttore
Le parole di Rutte e la lezione del generale Portolano ricordano perché la vera escalation è contro la Nato
Per il segretario generale “le forze oscure dell’oppressione sono di nuovo in marcia e il tempo di agire è ora”, mentre per il capo di stato maggiore parlare di difesa con serietà significa anche proteggere “processi decisionali e meccanismi democratici” da disinformazione e manipolazione. Essere più aggressivi, oggi, significa lavorare per la pace
I buontemponi della politica estera, con ogni probabilità, inseriranno le parole molto decise utilizzate ieri dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, all’interno del tipico file usato quotidianamente dai criptoputiniani: basta con le escalation, basta con le provocazioni. Mark Rutte, lo sapete, ieri ha detto in modo esplicito che la Nato è il “prossimo obiettivo della Russia” e che per questo i paesi membri devono virare, purtroppo, “verso una mentalità di guerra”. “Le forze oscure dell’oppressione – ha detto Rutte – sono di nuovo in marcia e il tempo di agire è ora”. Rutte ha dato un seguito alle parole dell’ammiraglio Cavo Dragone, capo del Comitato militare della Nato, che pochi giorni fa hanno acceso il dibattito politico anche in Italia. Cavo Dragone, lo ricorderete, ha detto in una intervista al Financial Times che “la Nato sta valutando un attacco preventivo contro la Russia, in risposta agli attacchi ibridi” e che forse, come Alleanza atlantica, “dovremmo essere più aggressivi del nostro avversario”. Cavo Dragone, che faceva riferimento principalmente alla guerra ibrida, ha messo di malumore alcuni politici in Italia, anche nella maggioranza, e Matteo Salvini, e chi altro, ha ammesso di avere “qualche perplessità” rispetto alla tesi dell’ammiraglio. L’ammiraglio in questione, però, come ha dimostrato ieri il segretario generale della Nato, non ha parlato a titolo personale: ha parlato a nome della Nato.
E se anche le parole di Rutte hanno destato qualche “perplessità” ai vecchi amici di Putin, consigliamo vivamente a Matteo Salvini – e a tutti gli orbaniani di destra e di sinistra, che vedono le escalation solo quando l’occidente si difende e non quando i nemici dell’occidente attaccano – di non recuperare nella maniera più assoluta un intervento formidabile consegnato alla commissione Difesa tre giorni fa dal capo di stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Antonio Portolano, chiamato a spiegare, in modo tecnico, lo spirito con cui la Difesa sta preparando il suo documento programmatico per il prossimo triennio. Si può scegliere di non capire in che modo viviamo, naturalmente, e in fondo anche essere tonti è una libera scelta. Ma se si vuole osservare in faccia la realtà bisognerebbe avere il coraggio di mettere insieme i puntini. Portolano ci ha provato, con forza. Lo ha fatto quando ha detto che parlare di difesa con serietà oggi significa anche proteggere “processi decisionali e meccanismi democratici” dalla disinformazione e dalla manipolazione. Ma lo ha fatto soprattutto quando, parlando a nome delle strutture della Difesa, ha detto che le parole di Cavo Dragone rappresentano tutto l’apparato militare europeo (parole esatte: Cavo Dragone “riflette in un certo senso quello che tutti noi pensiamo”). Lo ha fatto, ancora, quando ha detto che le dichiarazioni sull’idea di una “guerra preventiva” verso Mosca rientrano in una strategia di comunicazione condivisa dalla comunità Nato. Lo ha fatto quando ha rivendicato il fatto che la Difesa italiana deve “contribuire efficacemente alla deterrenza della Nato”. Lo ha fatto quando ha ricordato che la guerra ibrida investe ormai le nostre esistenze, la nostra quotidianità, interferisce con i nostri voli aerei, interferisce con i nostri sistemi democratici, interferisce anche con il nostro ambiente cognitivo, e che dunque la deterrenza non la si può mettere in campo solo con la forza, dimostrando di essere pronti, ma anche con l’intelligenza strategica, rispondendo cioè ai tentativi di destabilizzazione esterni con la prontezza e la fermezza interne. Perché la difesa, dice Portolano, oggi “coinvolge anche le nostre case”.
E per far sì che un cittadino possa sentirsi sicuro non bisogna negare la presenza di un pericolo, non bisogna considerare un provocatore chi lavora alla difesa, ma bisogna affrontarlo, mostrando di essere pronti a fare tutto il necessario (anche preventivamente) contro gli avversari del presente. E mostrando di essere anche vigili, dunque, contro coloro che amplificano le narrazioni putiniane all’interno del dibattito pubblico. “Quando parliamo di difesa nella sua accezione più ampia – ha detto Portolano – dobbiamo riferirci non più esclusivamente alla protezione fisica degli spazi, delle strutture e dei cittadini, ma anche alla salvaguardia dei processi decisionali e dei meccanismi democratici sui quali si fonda la vita di un paese”. Essere più aggressivi, oggi, significa lavorare per la pace. Essere meno reattivi, oggi, significa lavorare per la vittoria dei nemici della democrazia. E se il segretario generale della Nato dice che l’Alleanza è il prossimo obiettivo della Russia, se dice che siamo già in pericolo, se il suo consigliere militare più importante dice che bisogna reagire, se uno dei generali più importanti d’Italia dice che queste preoccupazioni sono condivise dalle strutture della Difesa europea, forse, ai criptoputiniani – quelli più furbi e quelli più tonti – bisognerebbe ricordare cosa suggerisce il mitico duck test: se sembra un’anatra, nuota come un’anatra e starnazza come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra. Tradotto: se Putin attacca l’Ucraina per indebolire l’Europa, se sconfina in Europa per dividere l’Europa, se si muove come se volesse indebolire l’Europa, allora forse chi fa parte dei paesi Nato dovrebbe capire che quell’anatra è proprio un’anatra.