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Macron e i Fratelli

L'Eliseo contro la confraternita islamica: "Choc culturale per fermarla"

Giulio Meotti

I Fratelli musulmani puntano a regolamentare gradualmente tutti gli aspetti della vita quotidiana d'oltralpe. È una strategia più delicata, e potente, del terrorismo

Qualche giorno fa il premier francese, Gabriel Attal, ha rotto il tabù della sharia, evocando la legge islamica che si insinua in Francia. Ora Emmanuel Macron chiede un rapporto sulla minaccia  dei Fratelli musulmani. Il ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, spiega al Journal du dimanche le ragioni di questa offensiva, che secondo lui richiede “uno choc” nel paese. “I Fratelli musulmani sono sul punto di superare il punto critico in Francia”, ha detto ieri Pascal Praud nel suo programma “L’Heure des pros” su Cnews. 


Emmanuel Macron così ha riunito il Consiglio di Difesa per  incaricare il prefetto Pascal Courtade e l’ambasciatore François Gouyette – di stanza in Algeria fino al 2022 – di elaborare un rapporto sulla minaccia rappresentata dalla confraternita islamica in Francia. “Alcuni collaborano con i Fratelli musulmani senza nemmeno saperlo, tra la popolazione ma soprattutto tra gli attori pubblici”, dice Darmanin. Eletti, magistrati, giornalisti, accademici. “L’offensiva è grave”. La strategia di infiltrazione dei Fratelli musulmani, che mira a “regolamentare, passo dopo passo, tutti gli aspetti della vita quotidiana”, è sempre più presente. “Attaccano tutti i settori della società e formano una rete: sport, istruzione, medicina, giustizia, organizzazioni studentesche e sindacali, ong, vita politica, associativa e culturale. Danno istruzioni di voto, sostengono le imprese della comunità, usano la retorica antifrancese, lanciano petizioni, circondano i funzionari eletti, firmano partenariati economici”. E se fosse necessario un esempio? “Guarda con quanta rapidità abbiamo adottato la parola ‘islamofobia’ nel nostro vocabolario quotidiano”, dice Darmanin. “Questa parola è la loro e si riferisce alla loro strategia principale, quella della vittimizzazione”. 


L’intelligence descrive una strategia a due teste: una “islamizzazione dal basso” presa in prestito dai salafiti e un’islamizzazione delle élite per garantire un entrismo efficace e formidabile (come a Sciences Po). Il movimento è passato da 50 mila a 100 mila aderenti tra il 2019 e oggi. “In un decennio, la quota di donne musulmane che indossano il velo islamico è aumentata della metà”. Risultato di una reislamizzazione culturale “indiscutibilmente orchestrata”. Abaya, velo, giorni festivi, menù halal, orari della piscina, comportamenti nei confronti delle donne al lavoro: l’offensiva è “proteiforme”. Darmanin evoca una “corsa contro il tempo” e una battaglia culturale “gramscista” contro un’organizzazione “feroce”.

“L’organizzazione della Fratellanza non ricorre al terrorismo, utilizza metodi molto più delicati”. 

La Direzione generale della sicurezza interna (Dgsi) ha individuato non meno di venti fonti finanziarie legate all’islam politico. In alcuni dipartimenti, i “fratelli” cercano staffette politiche da eletti gravitanti nell’estrema sinistra presentandosi come vittime di “una campagna di islamofobia di stato”. L’intelligence ha anche individuato una decina di città dove i Fratelli musulmani hanno creato una specie di “ecosistemi”, su un asse che va da Lille a Marsiglia, comprese la Parigi orientale, la regione Rhône-Alpes e Bordeaux.


“Richiederà anni”

“Non ci sarà mai posto in Francia per chi, in nome di un Dio, a volte con l’aiuto di potenze straniere, intende imporre la legge di un gruppo”, aveva detto  Macron da Mulhouse, in Alsazia, dove il capo dello stato ha preso di mira il “separatismo” come un “nemico”. “Il separatismo islamista è incompatibile con la libertà e l’uguaglianza, incompatibile con l’indivisibilità della Repubblica e la necessaria unità della nazione”, disse Macron. E Macron andò giù duro anche contro la Turchia. “Non possiamo avere le leggi della Turchia sul suolo francese”, aveva avvertito il capo dell’Eliseo. Una “riconquista che richiederà anni”.

Non aveva espresso alcuna equidistanza, Macron, nel suo  discorso contro il “separatismo islamista”. Ha lamentato la rivisitazione dell’identità dei figli degli immigrati “attraverso un discorso postcoloniale”. Ha biasimato la “codardia dello stato”, perché la Francia con la propria negligenza ha lasciato fiorire il separatismo. “E’ quello dei nostri quartieri. E’ la ghettizzazione”. Quartieri dove “la promessa della Repubblica non è più stata mantenuta”.
Finora soltanto un paese europeo, l’Austria, non a caso il primo paese europeo a ospitare i Fratelli musulmani negli anni Sessanta prima che mettessero poi radici in Svizzera (il clan Ramadan), ha messo al bando la confraternita e i suoi simboli. Forse la Francia la seguirà, prima che l’entrismo diventi soumission. E che Candido l’Ingenuo faccia la fine della rana bollita.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.