A Bruxelles

Davanti al Parlamento europeo c'è un messaggio per la Cina. E per D'Alema

Giulia Pompili

Mentre a Pechino l'ex presidente del Consiglio magnifica la “democrazia” cinese, a Bruxelles è stata esposta la "Colonna della vergogna", un monumento censurato a Hong Kong e dedicato alle vittime del massacro di Piazza Tiananmen

Da lunedì scorso, di fronte all’ingresso del Parlamento europeo a Bruxelles, è stata posizionata una scultura rossa, alta quattro metri, impossibile da ignorare per chi entra nel palazzo. E’ il “Pillar of Shame”, un memoriale dedicato alle vittime del massacro di Piazza Tiananmen del 1989, creato dall’artista danese Jens Galschiøt. Di recente quella scultura è diventata anche un simbolo: per anni una replica identica a quella che ora si trova di fronte al Parlamento è stata posizionata al centro dell’Università di Hong Kong, l’unico luogo autonomo della Cina dove il massacro poteva essere commemorato. Nel 2021, però, poco dopo l’imposizione da parte di Pechino di una liberticida legge sulla Sicurezza nazionale, le autorità sono entrate dentro all’università e hanno rimosso e messo sotto sequestro la scultura, vietato le veglie per Tiananmen, e cancellato la memoria. Il tema dell’autoritarismo di Pechino e della sua sfida egemonica è sempre più sentito a Bruxelles, soprattutto dentro al Parlamento. Peccato quindi che Massimo D’Alema, nei giorni scorsi, non fosse né a Bruxelles, né a Hong Kong ma nemmeno a Seul, al terzo summit per la democrazia, ma che abbia scelto di partecipare a quello che Pechino ha organizzato negli stessi giorni, provocatoriamente, per spiegare al resto del mondo “la democrazia con caratteristiche cinesi”. 

 


D’Alema è un habitué in Cina. Partecipa spesso alle trasmissioni delle tv di stato in quanto “ex primo ministro italiano”, e non ha mai nascosto la sua passione per la Repubblica popolare cinese, nelle relazioni e nel business. L’altro ieri partecipava al terzo “Forum internazionale sulla democrazia: i valori umani condivisi” che Pechino ha esplicitamente definito “rivale” dell’altro forum, quello lanciato tre anni fa dall’Amministrazione Biden con i paesi “like-minded”, che la pensano allo stesso modo sullo stato di diritto e la democrazia. A Seul l’altro giorno è intervenuta a sorpresa la ministra del Digitale di Taiwan, Audrey Tang, e i funzionari cinesi hanno attaccato la Corea del sud trovando “inammissibile” l’invito a funzionari taiwanesi. Nessuno in Italia però ritiene “inammissibile” la presenza di qualunque altro partecipante al forum cinese e nemmeno di D’Alema, che l’altro ieri è salito sul palco a Pechino per dire che la nostra democrazia, più che “una testa, un voto”, è diventata “un dollaro, un voto”, che la politica – ma solo quella occidentale, va da sé – è “soffocata dal potere del capitalismo globale”, e si diffondono “fenomeni di populismo e irrazionalità che portano alla instabilità politica e alla decadenza delle classi dirigenti”. 

 

Massimo D'Alema al Forum sulla democrazia di Pechino che si è svolto dal 20 al 22 marzo (Cgtn)


Nelle stesse ore in cui D’Alema parlava a Pechino della superiorità del “modello cinese di democrazia” e di fronte al Parlamento europeo l’artista Galschiøt e alcuni europarlamentari svelavano il monumento “Pillar of Shame”, la colonna della vergogna – “un messaggio significativo alla Cina sul fatto che la sua censura non si applica in Europa”, ha scritto l’artista danese sul suo sito – a Hong Kong il Parlamentino ormai eterodiretto da Pechino (i candidati “eletti” sono scelti dalla leadership cinese, non dalla popolazione) faceva passare altre norme che trasformano in reati gravissimi la critica al regime e rendono praticamente chiunque sospettabile  di agire con “forze esterne” per rovesciare il potere. Gli organizzatori dell’esibizione di Bruxelles, curata anche dalla ong ceca DEI, hanno pubblicato sul loro sito  la replica dell’ambasciata cinese nelle istituzioni europee diretta all’eurodeputata danese dei Verdi Kira Marie Peter-Hansen: “L’organizzazione di una mostra di questo tipo è contraria alla missione originaria degli eurodeputati di promuovere scambi amichevoli tra la Cina e l’Ue. Inoltre, danneggerà l’immagine di voi stessi e del Parlamento europeo agli occhi di 1,4 miliardi di cinesi”. Una minaccia neanche troppo velata. Eppure il Parlamento europeo nel 2019 dedicò il premio Sakharov per la libertà di pensiero all’intellettuale uiguro Ilham Tohti, imprigionato in Cina con l’accusa di “separatismo”, ma Pechino, nonostante ciò, negli ultimi cinque anni ha cercato lo stesso in tutti i modi di negoziare accordi commerciali con l’Ue, soprattutto ora che si trova in una fase molto critica della sua economia. 

 

La "Colonna della vergogna" all'Università di Hong Kong nel 2019 (LaPresse)


Ieri l’ambasciatore cinese in Italia, Jia Guide, ha rilanciato su X il video del discorso di D’Alema al forum di Pechino, perché per la Cina i sostenitori occidentali del “modello cinese” – i pochi che sono rimasti dopo la sua scelta politica di sostenere la Russia di Putin e avvicinarsi sempre di più al modello Cremlino – sono importanti soprattutto per la propaganda interna e legittimare il potere del Partito comunista cinese. Jia Guide ha scritto che “i paesi occidentali dovrebbero ristabilire la democrazia attraverso politiche pubbliche per alleviare la disuguaglianza e l’ingiustizia sociale” – lo dice davvero, il rappresentante di un paese che ha smesso di pubblicare i dati sulla disoccupazione giovanile perché troppo negativi – “mentre sulla scena internazionale è urgentemente necessaria l’apertura al dialogo, invece dell’opposizione ideologica, tra diverse culture”. Forse intendeva la cultura della censura e del terrore. E chissà se D’Alema amava di più la Hong Kong del passato, o quella di oggi. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.