Come si legittima la repressione. L'articolo 23 di Hong Kong

La cancellazione definitiva della città, dove nessuno può più protestare

Giulia Pompili

Il Parlamento locale dell’ex colonia inglese ha approvato all’unanimità una nuova legge sulla sicurezza interna, che rende la repressione voluta dalla leadership di Pechino parte integrante del sistema legislativo della città

Ieri il Consiglio legislativo di Hong Kong, il Parlamento locale dell’ex colonia inglese, ha approvato all’unanimità una nuova e attesa legge sulla sicurezza interna, che rende la repressione voluta dalla leadership di Pechino parte integrante del sistema legislativo della città. Da sabato prossimo, giorno in cui entreranno in vigore le nuove norme, il tradimento, l’insurrezione o il sabotaggio della sicurezza nazionale “in collusione con forze esterne” saranno punibili con l’ergastolo, ma le pene esageratamente alte si rilevano in tutte le altre fattispecie di reato introdotte. Alcune non hanno nemmeno un corrispettivo negli ordinamenti occidentali, come il “pregiudizio delle indagini sui reati che mettono in pericolo la sicurezza nazionale” (punibile fino a 7 anni, ma come si determina un “pregiudizio”?), l’“incitamento all’ammutinamento di membri delle forze armate cinesi” (punibile con l’ergastolo) e “le molestie nei confronti di persone che si occupano di casi riguardanti la sicurezza nazionale” (10 anni). Verrà perseguito e punito (fino a 7 anni) chi darà fondi ai fuggitivi – e sono tanti, quelli di Hong Kong – chi ometterà di rivelare alle autorità il tradimento di qualcun altro (fino a 14 anni) e chiunque partecipi alle attività di organizzazioni vietate – un reato che rende punibile praticamente chiunque nell’ex colonia inglese, perché anche la chat delle mamme a scuola, da un momento all’altro, potrebbe essere definita dalle autorità “organizzazione vietata”. 

 


Alla fine del voto di ieri, il chief executive, cioè il capo del governo locale, John Lee, ha detto che si tratta di “un momento storico per Hong Kong, che abbiamo atteso per 26 anni, otto mesi e 19 giorni...” – cioè dal 1997, quando il Regno Unito riconsegnò la colonia alla Repubblica popolare cinese con la garanzia che restasse autonoma per i successivi quarant’anni. “Oggi Hong Kong”, ha detto Lee, “ha finalmente completato il suo dovere costituzionale di legiferare l’articolo 23 della Legge fondamentale. Siamo all’altezza delle aspettative del governo centrale e del nostro paese”. Dell’articolo 23 della Legge fondamentale, la mini Costituzione di Hong Kong, si parlava da decenni: prevede che il governo locale debba legiferare su sette reati che riguardano il tradimento, la secessione, la sedizione, le attività sovversive contro il governo centrale del popolo, il furto di segreti di stato, il divieto per organizzazioni o enti politici stranieri di fare politica sul territorio o di stabilire legami con organizzazioni o enti politici locali. Già nel 2003, sei anni dopo il ritorno di Hong Kong alla Cina, l’Amministrazione di Tung Chee-hwa aveva tentato di iniziare la discussione su una legge che perfezionasse quei sette reati: cinquecentomila persone scesero in piazza per fermare la decisione di Tung e della sua ministra della Sicurezza, Regina Ip, una delle politiche pro Pechino più note e oggi parlamentare e consigliera del governo Lee. La legge fu fermata e divenne una specie di tabù, in una città gestita a lungo dalla common law britannica. 

 


Poi però a Pechino è arrivata la leadership di Xi Jinping, e la sua ossessione territoriale di riportare ogni centimetro di quello che considera territorio cinese, dal Mar cinese meridionale a Taiwan, sotto alle regole centrali di Pechino. Non a caso dell’articolo 23 si era ricominciato a parlare durante l’Amministrazione di Carrie Lam a Hong Kong, la stessa che tentò di introdurre anche la legge sull’estradizione che poi portò alle oceaniche manifestazioni del 2019-2020. All’opposizione della popolazione, Pechino rispose con una legge sulla Sicurezza imposta in fretta anche sul territorio formalmente autonomo di Hong Kong. La legge approvata ieri si sovrappone in qualche modo a quella imposta da Pechino nel 2020, ma nel mese di consultazioni non ha trovato la resistenza di vent’anni fa, né di tre anni fa: tutti i militanti per l’autonomia e la democrazia di Hong Kong sono in carcere oppure sono stati costretti all’esilio, e gli altri hanno paura. Ma questa nuova legge sulla sicurezza ha soprattutto un altro scopo: rendere legittima la repressione perché nata “legalmente” da un sistema piegato alla volontà di Pechino. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.