La giornata degli smemorati. Per le strade d'Europa si scatena la caccia all'ebreo

Giulio Meotti

Ragazzi ebrei aggrediti a Londra, medici ebrei che celano la propria identità e chi toglie persino il proprio nome per non essere identificato. Così i resti del popolo scampato alla Shoah dopo il 7 ottobre deve nascondersi e diventare invisibile

Mai più? Piuttosto, ancora e ancora. Mentre tv e giornali commemorano la Shoah di sei milioni di ebrei, quel che resta dell’ebraismo europeo vive nella paura e nell’assedio. In una cerimonia ad Auschwitz, a cui hanno partecipato ex presidenti, primi ministri e leader parlamentari di vari paesi europei (dall’Italia Matteo Renzi), il ministro israeliano per la diaspora e la lotta contro l’antisemitismo, Amichai Chikli, ha detto: “Stiamo assistendo a un declino morale e il popolo ebraico non incontrava un odio così ossessivo dagli anni ‘30”. Ha parlato Noa Levy,  studentessa ebrea della Queen Mary University di Londra: “Non posso camminare liberamente nel mio campus o mostrare la stella di David”. Poi Bianca Sirdzinka, studentessa ebrea dell’Università di Groningen nei Paesi Bassi: “La situazione per gli studenti ebrei è terribile! È spaventoso camminare per le strade. Studenti del Memoriale dell’Olocausto sono stati presi di mira con il lancio di pietre. Rivelare la propria origine è rischioso; bisogna nascondersi. La nostra sicurezza è compromessa e l’antisemitismo è dilagante”. Durante la conferenza, Benjamin Jacobs, rabbino capo d’Olanda, ha raccontato: “Sono nato all’ombra della Seconda guerra mondiale, ricordo che mio padre mi disse: ‘Non aver paura. Non accadrà mai più’. Sfortunatamente, la possibilità che la storia si ripeta è molto reale”.

      
Mentre il dottor Roni Eichel, medico israeliano con cittadinanza tedesca, rivelava che i medici ebrei in Europa “nascondono la propria identità”, tre persone venivano aggredite domenica a Leicester Square, a Londra, dopo essere state sentite “parlare ebraico”. Tre ventenni si stavano godendo una serata nella celebre piazza, quando sono stati aggrediti da un gruppo di giovani. Una ragazza, Tehilla, ha raccontato di aver chiamato la polizia dieci volte, “temendo di morire”. “Ci hanno sentito parlare e hanno detto: ‘sei ebreo?’”, racconta Tehilla, che vive a Londra da quando aveva tredici anni. “Ho detto ‘sì, sono ebrea’, e poi hanno iniziato a cantare ‘Palestina libera’, e ‘dannati ebrei’. In 15-20 hanno iniziato poi ad attaccarci fisicamente”. Le scuole ebraiche di Londra intanto dispensavano i propri allievi dal portare la divisa, perché li “identifica come ebrei”, le case ebraiche toglievano le mezuzah dalle porte e i religiosi non indossavano più la kippah. La scuola ebraica di Kenton, a Londra, è circondata da  blocchi di cemento per fermare eventuali attacchi dei veicoli, mentre le guardie armate controllano il perimetro. E il preside della scuola, che esiste da 291 anni, ha scritto ai genitori: “Se gli studenti non volessero indossare il manto di preghiera, allora capirei. Pertanto, saranno facoltativi”.

  

  
Intanto a Neukölln, il quartiere trendy e degli immigrati a Berlino, dove si trova la scuola visitata nel 2015 da Angela Merkel per portare solidarietà al milione di siriani arrivati nel paese (lì nacque il mito di “Mutti Merkel”), due persone che parlavano ebraico venivano colpite con una bottiglia di birra e una sedia in testa. Quando a Neukölln hanno ospitato gli atleti dei Giochi Europei Maccabi all’Estrel, l’hotel più grande della Germania, prima dell’inizio gli organizzatori li avvertirono di non indossare kippah o stelle di David vicino all’hotel: “Non sarebbe particolarmente intelligente!”. La Germania aveva invitato il mondo sportivo ebraico e allo stesso tempo gli atleti venivano avvertiti di non identificarsi come ebrei per strada. 


A dispetto del nome, “viale del sole”, la Sonnenallee dove è scappato l’aggressore della coppia ebraica e che gli italiani conoscono per il film “Goodbye Lenin”, non è un gran bel posto: nel “giorno di solidarietà” per Hamas chiesto da Doha dai capi del terrore, l’80 per cento dei locali ha chiuso. Una pasticceria ha distribuito dolci arabi per festeggiare il massacro. Alla Rathaus, il municipio in Karl Marx Strasse, hanno issato la bandiera di Israele, ma di sera la toglievano per evitare che la dessero alle fiamme. Sarah Cohen-Fantl insieme a suo marito, uno chef israeliano di Gerusalemme, nata e cresciuta in Germania, tornata a Berlino l’anno scorso con il marito per aprire un ristorante, intanto decideva che non era il momento di comprare casa lì. “Nel giro di pochi giorni, ci siamo guardati e non c’era bisogno di una grande conversazione: abbiamo deciso che non ci saremmo trasferiti nella nuova casa, che era stata costruita da un ebreo alla fine degli anni ‘20, che dovette scappare dai nazisti e che speravamo di riempire con la vita ebraica”. Sarah e la sua famiglia vivono a 700 metri da Sonnenallee. “Ogni finestra è contrassegnata con la bandiera palestinese”. Sarah non voleva che la sua casa fosse marchiata con la stella di Davide come negli anni Trenta e come è successo a novembre a Charlottenburg e nel sobborgo di Spandau nel Mitte, dove vivono molti ebrei berlinesi.

   

Scuole, ristoranti e sinagoghe colpiti in tutta Europa. In Francia, dopo il 7 ottobre lo stesso numero di attacchi che in tutto l’anno precedente 

   
Impossibile tenere il conto degli attacchi. "Palestina libera" e una stella di David su una sinagoga a Madrid. A Marburgo, in un bar, due uomini sono ripresi mentre parlano degli attacchi contro Israele. Uno dice che è stato fantastico che gli uomini di Hamas abbiano colto di sorpresa Israele. A Carcassonne, sulla facciata di una casa, si scrive con la vernice viola: "Uccidere gli ebrei è un dovere.” A Londra, il ristorante ebraico "Pita" si ritrova con le finestre rotte. A Tilburg, in Olanda, la sinagoga subisce minacce. A Créteil, Francia, minacce contro la scuola ebraica Ozar Hatorah: "Hitler non ha finito il suo lavoro, venite, facciamo una manifestazione per la Palestina, venite, andiamo alla scuola ebraica, abbiamo i coltelli.” Manifesti di ostaggi israeliani sono rimossi o deturpati a Londra, Manchester e Leeds. A Vienna, si rompono le finestre di una macelleria ebraica gridando "Allahu Akhbar!”. A Berlino, dove gli ebrei non pubblicizzano più il cognome dei figli che fanno il bar mitzvah (soltanto “Rebecca S.”), vengono lanciate bombe molotov contro la sinagoga Kahal Adass Jisroel. A Parigi, la porta di un appartamento viene incendiata. Era l’unico nell’edificio con una mezuzah, l’oggetto rituale ebraico sullo stipite della porta di casa. A Lione, la sinagoga Duchère è vandalizzata: "Vittoria ai nostri fratelli di Gaza.” A Manchester, due uomini camminano verso una donna che indossa una stella di David, gridandole: "Al gas, al gas!”. A Genova un rabbino è minacciato con un cacciavite (in Italia gli episodi di antisemitismo sono 216 negli ultimi tre mesi del 2023, rispetto ai 241 dell’intero anno precedente). A Malmö, dove una piccola comunità ebraica di meno di cinquecento persone vive dietro porte e vetri antiproiettile in attesa che il tempo se la porti via, una bandiera israeliana è bruciata davanti alla sinagoga, protetta come un’ambasciata americana in un paese islamico. Ad Anversa, in Belgio, arresti per aver pianificato un attentato alla comunità ebraica. A Ghent, intanto, si annuncia che la partita di calcio fra la squadra belga KAA e il Maccabi Haifa si svolgerà a porte chiuse. Niente tifosi. Troppo complicato assicurarne l’incolumità.

  

Dall’Olanda all’Inghilterra, scompaiono i manifesti con i volti degli ostaggi israeliani. Troppe minacce

  
Yassin E. H., un imam del Gard, a Marsiglia, intanto è arrestato per aver scritto: “Combatterete gli ebrei. La vittoria di Allah è vicina, vicina!”. A Francoforte i genitori dicono ai figli: “Non prendete la metropolitana con la stella di David”. L’80 per cento degli studenti della scuola ebraica di Francoforte restano a casa. Due fratelli ebrei di 16 e 21 anni erano in giro per Münsingerpark a Berlino-Spandau. Un gruppo di dieci li attacca, inseguendo per il parco con mazze da baseball, coltelli e spray. Sono finiti in ospedale. Via la kippah dalla testa di un inglese a Prenzlauer Berg e calpestato il copricapo ebraico. L’aggressore ha chiesto alla vittima di pronunciare le parole “Palestina libera”, prima di schiaffeggiarlo.


Diversi ristoranti ebrei di Berlino prendono la precauzione di restare chiusi. Nessun sopravvissuto all’Olocausto si presenta a una cerimonia nel municipio di Francoforte. La comunità ebraica di Monaco emette una circolare che avverte i membri di non indossare simboli ebraici in pubblico. Molti della comunità ebraica i cui figli frequentano le scuole intimano loro: “Non dire che sei ebreo”. Anna Staroselski, a capo dell’Unione tedesca degli studenti ebrei, rivela di aver cambiato il nome che utilizza su Uber e altre app per evitare di essere identificata.

 

   

Intanto anche una celebrazione ebraica nella città olandese di Enschede prendeva una piega strana, dopo che il sindaco ha rifiutato di farsi vedere vicino all’ambasciatore israeliano. La sinagoga di Enschede aveva invitato il sindaco Roelof Bleker e riservatogli un posto accanto all’ambasciatore israeliano, Modi Ephraim. Ma poche ore prima, la sinagoga ha ricevuto una telefonata da Bleker con alcune precondizioni. "Il sindaco non ha voluto sedersi accanto all’ambasciatore e non ha voluto stringergli la mano”. La piccola comunità di ebrei di Enschede – 45 ebrei in totale – era già frustrata da Bleker, che ha respinto le loro richieste di maggiore sicurezza e sorveglianza dopo il 7 ottobre, nonostante un’ondata di attacchi antisemiti in tutto il paese. Quando non ci saranno più neanche 45 ebrei a Enschede, ad accendere le candele di Hanukkah chi chiameranno, i figli di Sinwar? 

  

I genitori di una scuola ebraica di Stoccolma si organizzano per le ronde. A Londra, si installano altoparlanti in caso di attacco

   
Alla Hillel Jewish School nel centro di Stoccolma i genitori scrivono intanto in gruppi privati su WhatsApp che la sicurezza della scuola è inadeguata. Alcuni si sono offerti volontari per sorvegliare il perimetro della scuola ebraica. La Kind David High School, una scuola ebraica di Manchester, ha installato altoparlanti sui tetti della scuola per richiamare gli studenti all’interno in caso di attacco.


"La mezuzah ha dovuto essere spostata e devo essere più vigile”, diceva intanto Chaim Benistant, un ebreo di Amsterdam, che si chiede “seriamente se esiste un futuro per gli ebrei in Europa”. Nel frattempo l’unica scuola ebraica ortodossa dei Paesi Bassi ha chiuso a causa dei rischi per la sicurezza. La scuola Cheider di Amsterdam ha iniziato a fornire lezioni online agli alunni fino.


Se in Francia, dove dal 7 ottobre gli attacchi antisemiti sono quadruplicati rispetto all’anno prima (secondo il Consiglio delle istituzioni ebraiche in Francia il numero di atti antisemiti nei tre mesi successivi all’attacco del 7 ottobre è stato pari a quello dei tre anni precedenti messi insieme), le famiglie con cognomi ebraici riconoscibili, come Cohen o Levy, li stanno rimuovendo dalle cassette della posta e dai cancelli per evitare di essere identificate come ebrei, a Londra una società pubblicitaria ha rimosso i cartelloni pubblicitari che mostravano gli ostaggi israeliani presi dai terroristi di Hamas il 7 ottobre, dopo proteste e minacce. La società pubblicitaria in questione, London Lites, aveva firmato un accordo per far sì che i cartelloni pubblicitari fossero esposti in tutta Londra. Affissi il 5 dicembre, i cartelloni sono stati rimossi dopo sei giorni a causa di "un volume insolito di denunce da parte del pubblico”, nonché di minacce rivolte al personale dell’azienda. Nessuno ha mai cercato o ottenuto di rimuovere i cartelloni pubblicitari che a Londra dicono “For the love of Allah”. Sono sulle case, sugli autobus, in metropolitana. Intanto, a Monaco di Baviera, un ragazzo ebreo con la kippah veniva aggredito e picchiato da giovani arabi, mentre in Europa (Danimarca, Germania, Olanda e Austria) veniva sgominata una cellula di Hamas che aveva già le armi per colpire.


“Onoreremo i nostri martiri”, si cantava fuori dal King’s College a Londra. Intanto Jonathan Lieberman, un rabbino inglese che vive a Netanya, in Israele, lanciava un appello agli amici rimasti a Londra: “Gli ebrei inglesi hanno deciso che non si sentivano sicuri con le mezuzah sulle porte e le hanno tolte. Questo è il Regno Unito, la cosiddetta ‘società multiculturale illuminata’, dove le scuole e le sinagoghe ebraiche hanno una presenza costante della polizia (per quanto inutile) e dove bambini e adulti devono nascondere la propria ebraicità per la propria sicurezza personale. Ma questa non è la Gran Bretagna in cui sono cresciuto e non è il paese in cui voglio che crescano i miei nipoti. Sì, davvero l’età dell’oro dell’ebraismo britannico è davvero finita. Lo dico con il cuore pesante perché la Gran Bretagna è stata buona con me e la mia famiglia. Purtroppo, amici e famiglie, è ora di partire: chiudete la porta dietro di voi”.


La missione principale di Hitler era quella di rendere la Germania, e tutta l’Europa, “senza ebrei”. Persino il minuscolo Lussemburgo fu dichiarato jüdenrein. Il campo di sterminio di Auschwitz fu costruito per “liberare” l’Europa dagli ebrei. Vi arrivarono da ogni parte del continente, dalla Grecia ai Pirenei. I nazisti stermineranno 15mila ebrei al giorno. Il grido al tempo era “ebrei in Palestina”. Ottant’anni dopo, la vita ebraica è di nuovo presente in Europa ed esistono cospicue comunità in Francia, in Inghilterra e in Germania. Eppure, quasi inesorabilmente, in Europa è come se si stesse realizzando con altri mezzi la visione nazista e ci si domanda se il futuro non sia di nuovo un’“Europa senza ebrei”, al grido di “ebrei fuori dalla Palestina”. 


I Jacobs rimarranno ad Amersfoort, in Olanda, “finché ci sarà bisogno della nostra presenza”, dice la moglie del rabbino capo dei Paesi Bassi, Blouma Jacobs. Devono preparare il 300esimo anniversario della sinagoga nel 2027. “Dopo, vedremo”.
La giornata della memoria è diventata solo una nota a piè di pagina delle cronache del muticulturalismo, la tomba delle colpevoli illusioni. 

Di più su questi argomenti:
  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.