Foto Epa, via Ansa

Ritorno al 1956, la Storia fa litigare Putin e Orbán

Luciano Capone

Un libro di testo voluto dal Cremlino riscrive la Rivoluzione ungherese del 1956: una rivolta fascista che l'Unione sovietica ha aiutato a reprimere. Stesso canovaccio dell'Invasione dell'Ucraina. "Il popolo ungherese si ribellò alla dittatura comunista", protesta Budapest

È il primo elemento di vera frizione tra Vladimir Putin e Viktor Orbán, l’unico alleato in Europa su cui la Russia può contare dopo la brutale invasione dell’Ucraina. E riguarda una questione di quasi 70 anni fa, che però è più attuale che mai: il revisionismo storico sui “fatti del 1956”, che è la locuzione con cui i comunisti chiamavano quella che per gli ungheresi è la “Rivoluzione del 1956". Ovvero la repressione nel sangue da parte dei carri armati del patto di Varsavia della sollevazione popolare, guidata da Imre Nagy, contro l’oppressione sovietica.

 

Una ricostruzione che viene completamente ribaltata da un libro di testo per gli studenti russi dai 17 ai 19 anni, commissionato dal regime di Putin con l’obiettivo di riscrivere la storia nell’interesse nazionale russo. E così, nelle pagine che riguardano l’Ungheria, i manifestanti vengono descritti come degli estremisti e fascisti, fomentati dall’occidente, che hanno compiuto omicidi e brutali massacri nei confronti delle autorità, giustificando così l’intervento militare dell’Unione sovietica per ristabilire l’ordine.

 

La reazione degli ungheresi è stata sdegnata, tanto da richiedere un intervento del governo. “Nel 1956 il popolo ungherese si ribellò alla dittatura comunista, questo è un fatto chiaro, inequivocabile, non oggetto di discussione”, ha dichiarato Tamás Menczer, segretario di stato al ministero degli Esteri. Il governo di Orbán, viste le buone relazioni con Mosca, si è trovato in imbarazzo e ha battuto un colpo in ritardo. Ma oltre all’opposizione, diversi ambienti conservatori, vicini al partito di maggioranza Fidesz, hanno protestato con forza chiedendo un’esplicita condanna da parte del governo. “È senza dubbio una falsificazione della storia – ha detto lo storico Áron Máthé, vicepresidente del Comitato per la Memoria nazionale – Ci fa venire la nausea, perché questo è ciò che abbiamo sentito per 33 anni dopo la rivoluzione”. Il riferimento è al fatto che quella russa è la versione imposta in Ungheria dal regime socialista, che è crollato nel 1989. Anche l’uso dei termini – “rivolta” anziché “rivoluzione” – mina una delle conquiste della democratizzazione dell’Ungheria, dato che è stato possibile chiamare il 1956 “rivoluzione” solo con la caduta del regime socialista e della sua censura. Ma anche la definizione delle autorità dell’epoca come legittime è più che problematica, dato che la Costituzione ungherese non riconosce la Costituzione comunista del 1949, in quanto base di un “ordinamento tirannico” imposto dall’estero, e rivendica che “la nostra attuale libertà è nata dalla Rivoluzione del 1956”.

 

Alle proteste, Mosca ha replicato in maniera pasticciata. L’ambasciata russa a Budapest, in un lungo post su Facebook, ha replicato che in sostanza le questioni storiche sono complesse, che i media ungheresi si sono basati sul materiale fornito dal giornale russo Meduza che è considerato un “agente straniero” dal Cremlino e che di questo libro di testo ci sono almeno “dieci bozze” e quindi non si può sapere di preciso quale sia la versione finale.

 

Può apparire una questione marginale, ma in realtà riguarda molto da vicino Vladimir Putin, visto che il libro per le scuole in questione è stato commissionato dal presidente e realizzato da un suo uomo fidato come Vladimir Medinsky. Medinsky è stato, dopo l’invasione del febbraio 2022, il capo della delegazione russa per i negoziati con l’Ucraina e, prima, ministro della Cultura russo dal 2012 al 2020. Ma, soprattutto, da una decina d’anni è uno degli ideologi del putinismo in particolar modo per quanto riguarda la riscrittura della storia in questa tessitura che glorifica un imperialismo sincretico russo che va da Pietro il Grande a Putin passando per Stalin. È la “Grande Russia eterna” che si difende dall’aggressione dell’occidente corrotto.

 

Come scrive Nicolas Werth, esponente della ong Memorial perseguitata dal Cremlino, nel libro “Putin storico in capo” (Einaudi), già nel 2012 Putin affidò a Medinsky l’istituzione della Società russa di storia militare con il compito di “contrastare le iniziative che snaturino e screditino la storia militare della Russia”. Da un ventennio, e in maniera sempre più intensa nell’ultimo decennio, la manipolazione e falsificazione della storia sono i pilastri fondamentali dell’ideologia imperialista di Putin.

 

In fondo, la riscrittura della rivoluzione ungherese del 1956 come di una ribellione fascista, fomentata dall’occidente, guidata da un golpista come Nagy e a cui è seguito il necessario intervento dei carri armati sovietici non è altro che lo stesso canovaccio usato da Putin nei suoi “saggi storici” per descrivere ciò che è accaduto in Ucraina: bande di “neonazisti” che, spalleggiati dall’occidente, attraverso una rivolta hanno nel 2014 realizzato un golpe richiedendo una “operazione militare speciale” per rimettere le cose al loro posto.

 

Finora l’Ungheria non ha rivisto nella colonna di carri armati che puntava su Kyiv ciò che accadde nelle strade di Budapest nel 1956. Eppure, negli ultimi anni la Russia ha notevolmente cambiato atteggiamento rispetto a quelle vicende. Nel 2006, cinquantesimo anniversario della rivoluzione, Putin depose una corona di fiori al memoriale e si disse “moralmente responsabile” per la repressione del 1956. Ora nei libri di testo scritti dal suo consigliere si legittima quell'invasione. Quando Putin inizia a riscrivere la storia dovrebbe essere un segnale preoccupante, anche per chi si ritiene suo amico come Orbán. Anche perché in un’altra pagina del libro, Medinsky scrive che il ritiro delle truppe sovietiche dall’Europa centrale e orientale è stata una “decisione sconsiderata”.

 

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali