Lessico autocratico

Quando Mosca dice “accordi di Minsk”, intende la resa ucraina

Paola Peduzzi

Le parole della propaganda russa e l’arrendevolezza che alcuni in occidente hanno continuato ad accarezzare anche a guerra conclamata, come dimostrano le parole di Berlusconi. La legittimità della difesa ucraina dall’aggressione 

A Mosca non è parso vero che Silvio Berlusconi dicesse quel che ha detto sul presidente ucraino e il Donbas (“Bastava che Zelensky cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbas  e la devastazione del suo paese non sarebbe avvenuta”), così ha potuto rilanciare una sua antica e falsa teoria sull’occidente che non ha voluto rispettare gli accordi di Minsk per fare del male all’Ucraina. A farsi megafono di questa tesi è la solita, ineffabile Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, che non vuole interferire negli affari italiani (come no) e si limita “ai fatti”, che dicono che “per otto anni, dal 2014, la Russia ha insistito perché fossero applicati gli accordi di Minsk per la pace in Ucraina. Ma questo non era quello che l’occidente aveva in mente”.

 

Gli accordi di Minsk sono stati il modo con cui, dal 2014 in poi, l’Europa ha creduto che il conflitto in Ucraina fosse una guerra congelata o sotterranea o a bassa intensità – insomma, ignorabile. Siglati in due momenti, nel 2014 e nel 2015, da Francia, Germania, Russia e Ucraina, gli accordi di Minsk negavano di fatto che ci fosse stata un’aggressione da parte della Russia, ma stabilivano che era in corso una guerra civile tra Kyiv e le popolazioni filorusse dell’est, in Donbas. Mosca infatti, prima della seconda invasione di un anno fa, diceva di non essere parte in causa, ma di fare da mediatrice per le repubbliche filorusse, mentre Kyiv contestava alcuni punti contenuti dentro a questo documento, in particolare: la legittimazione dei governi fantoccio di Donetsk e Luhansk, l’autonomia del Donbas occupato, l’amnistia ai collaboratori di Mosca.

 

Un anno fa, quando l’invasione russa era imminente e testimoniata dall’intelligence americana e inglese ma molti non volevano crederci, gli accordi di Minsk erano utilizzati anche dagli europei come strumento di pressione sull’Ucraina, un compromesso da digerire per evitare l’assalto. Contenevano quell’arrendevolezza che alcuni in occidente hanno continuato ad accarezzare anche a guerra conclamata, come dimostrano le parole di Berlusconi: Zelensky avrebbe dovuto smettere di “attaccare” il Donbas, e le cose sarebbero andate diversamente. Ma, rincara la Zakharova, l’occidente non voleva il bene degli ucraini e ha lasciato che questi si spaccassero “in una parte filo occidentale e in una parte che pensava agli interessi del proprio paese”. 

 

Gli accordi di Minsk sono la testimonianza dell’abbaglio  che l’occidente ha preso con la Russia di Vladimir Putin dal 2014 in poi. La Zakharova ci trolla dicendo che quegli accordi erano “per la pace in Ucraina”. Le parole chiave della propaganda russa sono al completo, la pace come resa, l’annessione del Donbas come una formalità, gli accordi di Minsk come punto d’arrivo quando sono sempre stati, per Mosca, il punto di partenza per la seconda aggressione all’Ucraina. Continua a mancare l’unica parola vera, nel lessico della Zakharova: la guerra.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi