Il tafazzismo di Putin nel suo decreto contro il price cap sul petrolio

Luciano Capone

Il tetto del G7 al prezzo del greggio russo funziona. Il Cremlino reagisce in ritardo con un divieto a contrattare petrolio con chiunque faccia riferimento al price cap: una misura autolesionistica per il suo export se applicata con rigore

Il 9 dicembre, pochi giorni dopo l’inizio delle nuove sanzioni occidentali, Vladrimir Putin dal Kirghizistan definì il price cap del G7 sul petrolio russo una “decisione stupida” perché “dannosa per i mercati energetici globali”. E annunciò un decreto con le contromisure “nei prossimi giorni”. Si erano ipotizzate varie misure, dal taglio della produzione a un price floor, ovvero un prezzo minimo imposto da Mosca da contrapporre al price cap occidentale.

 

Ma la gestazione della ritorsione è stata lunga e faticosa. E alla fine la montagna ha partorito un topolino: l’altroieri, tre settimane dopo l’inizio delle sanzioni del 5 dicembre, il presidente russo ha firmato un decreto che vieta, a partire dal 1° febbraio 2023, le esportazioni di petrolio russo verso i paesi che adottano il price cap. Il divieto vale anche per i prodotti petroliferi e per tutti i contratti che “prevedono direttamente o indirettamente un meccanismo per fissare il prezzo marginale”.  Il ritardo della risposta russa (tre settimane), i tempi lunghi di adozione (febbraio) e il contenuto del decreto in realtà mostrano che le sanzioni occidentali, che colpisconoi servizi assicurativi e di trasporto nelle vendite verso paesi terzi, non sono poi così “stupide”. Anzi, stanno funzionando bene. E la reazione di Putin può essere controproducente per la Russia.

 

Dopo l’entrata in vigore del price cap, insieme all’embargo europeo, il rublo si è deprezzato del 20 per cento e il prezzi del petrolio degli Urali è crollato a 45-50 dollari (ben al di sotto del tetto di 60 dollari fissato dal G7), allargando lo sconto rispetto al Brent. E questo a causa da un lato dell’aumento dei costi di trasporto in Asia rispetto all’Europa, e dall’altro per il rafforzamento del potere negoziale dei pochi acquirenti di greggio russo rimasti come India e Cina. Insieme ai prezzi, per Mosca si sono ridotti anche i volumi esportati per via delle difficoltà logistiche. Ridurre le entrate petrolifere per la Russia senza però sconquassare il mercato globale – il prezzo del Brent si mantiene poco sopra gli 80 dollari – erano i due obiettivi del price cap occidentale.

 

In questo contesto, le ritorsioni di Putin rischiano per lui di essere addirittura autolesionistiche. Perché da un lato il divieto di export ai paesi che impongono il price cap è inutile, dato che l’Unione europea (il 5 dicembre) e gli Stati Uniti (l’8 marzo) hanno già imposto l’embargo al greggio russo. E dall’altro, il divieto di export verso paesi terzi per i contratti che “direttamente o indirettamente” prevedono il price cap vuol dire per Mosca rinunciare a i servizi anglo-europei nelle transazioni con Cina e India. E dover fare a meno delle flotte greche o delle assicurazioni inglesi, anche quando il prezzo di mercato dell’Urals è sotto i 60 dollari, significa perdere ulteriori volumi di export.

 

Il decreto di Putin non è altro che la riproposizione del divieto totale, previsto dall’Europa a giugno nel sesto pacchetto di sanzioni, di assicurare e finanziare il trasporto di petrolio russo. Bruxelles poi ammorbidì quella misura, in accordo con Washington, in un divieto sopra i 60 dollari (il price cap). In pratica Putin rischia di autosanzionarsi. Lo sa e non a caso il decreto prevede possibili deroghe su sua personale autorizzazione.

 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali