Perché la Bielorussia si è trasformata in un'enorme prigione ai nostri confini

Micol Flammini

L’errore di prendere lo strazio procurato da Lukashenka alla sua nazione come una crisi piccola rispetto al resto del mondo

Il dittatore bielorusso Aljaksandr Lukashenka ha guidato il paese come se non fosse mai crollata l’Unione sovietica. Guardava con sdegno quelle repubbliche che attorno a Minsk si affrettavano a fare referendum per l’indipendenza – ieri ricorrevano i trentuno anni dal voto in Ucraina e vinse il “sì” per lasciare l’Unione sovietica in tutto il territorio –  e quando nel 1994 prese il potere per non lasciarlo più, Lukashenka promise che avrebbe rimesso tutto in ordine. Anzi, pensava che avrebbe potuto dimostrare che Minsk poteva fare molto meglio di Mosca. Questo era il pensiero del dittatore, “l’ultimo d’Europa”, come si è definito lui stesso, e lo ha fatto, non soltanto con  un’economia in stile sovietico, ma anche con lo sprezzo per i diritti umani. In compenso, lui e la sua famiglia hanno sempre goduto di uno stile di vita piuttosto lussuoso. Chi, dei Lukashenka, non è ancora sotto sanzioni si concede vacanze tra le Alpi francesi e le coste italiane, scattando foto in ristoranti stellati e affrontando i viaggi a bordo di jet privati. E’ stato il gruppo di attivisti hacker Cyber Partisans a condividere i dati di volo. 

 

Nel 2020 sarebbe dovuto finire il quinto mandato di Lukashenko, le ultime elezioni erano state sempre accolte con proteste, ma il dittatore aveva usato lo stesso metodo: mettere in galera gli oppositori più popolari e determinati prima del voto, salvo poi liberarli qualora fosse incorso in qualche sanzione da parte degli occidentali. La capacità di sopportazione dei bielorussi nel 2020, però, era più bassa del solito e invece molto più determinata era la voglia di cambiamento. L’esperienza lo aveva portato a pensare che sarebbe stato sufficiente dichiararsi il vincitore, sopportare un paio di giorni di proteste e tutto sarebbe tornato come nel 1994. Non fu così, la piazza fu tenace ed eroica, la repressione fu spietata. I bielorussi continuarono a scendere in piazza, ogni giorno. Repressione vuol dire: arresti, torture, poi sono iniziati i processi sommari e nelle carceri bielorusse ci sono 1.446 prigionieri politici. Svetlana Tichanovskaja, che si era candidata contro di lui alle elezioni, è stata costretta all’esilio, come altri oppositori. Chi è rimasto in Bielorussia, invece,  è in prigione, spesso in condizioni disumane. Maria Kalesnikava, la musicista con i capelli cortissimi e biondissimi che aveva fatto delle mani unite a cuore il simbolo della protesta, è stata condannata a undici anni di carcere. Volevano costringerla a scappare, l’avevano portata fino al confine con l’Ucraina, ma lei strappò, in faccia agli ufficiali che l’aveva sequestrata per strada, il passaporto, senza il quale non avrebbe più potuto lasciare il paese. Cosa avrebbe fatto nell’Ucraina in guerra possiamo solo immaginarlo,  cosa invece le sia successo nella colonia penale in cui è stata rinchiusa non è neppure immaginabile e questa settimana è stata ricoverata in  terapia intensiva. 

 

 

Ripercorrere le storie delle figure dell’opposizione porta a pensare che il regime di Lukashenka abbia pensato per ciascuno una pena. Tutte spietate. Nel maggio del 2021, un aereo di linea che volava da Atena a Vilnius è stato dirottato dai servizi bielorussi. Per breve tempo il velivolo della Ryanair era entrato nello spazio aereo della Bielorussia e aveva ricevuto l’ordine di atterrare per una bomba a bordo. Il pilota si stava rifiutando, tanto più che non sarebbe neppure stato conveniente fermarsi a Minsk, ma due caccia si alzarono in volo per intimare all’aereo di scendere a terra. L’obiettivo era arrestare un giornalista bielorusso che dall’esilio aveva contribuito anche ad organizzare le proteste. Raman Pratasevich era in viaggio con la sua fidanzata e appena l’aereo atterrò, venne prelevato e arrestato dagli sgherri del dittatore. Per lui il regime aveva altri piani, più mediatici. Lo misero di fronte alle telecamere, con i segni delle torture mal celati,  a dire che soltanto uno scemo poteva essere contro Lukashenka, definito “un uomo con le palle”. L’intervista fu proiettata ovunque e dopo qualche mese Pratasevich tornò  in libertà, fiaccato dal regime che ancora lo controlla e  lo usa come  l’emblema della conversione. A bordo di quell’aereo c’erano molto cittadini europei e chiaramente nessuna bomba. Poco fece l’Ue per punire quell’atto di terrorismo. Un po’ di più cercò di fare quando Lukashenka si mise in testa di fare il trafficante di migranti: organizzava viaggi da paesi del medio oriente per chi voleva raggiungere l’Europa, con l’obiettivo di creare una crisi dei rifugiati nei paesi ai confini. Conosce bene le paure europee,   ora   alleviate da muri. 

 

L’errore è stato pensare che Lukashenka fosse innocuo  e che le vicende interne del paese  fossero fatti minori nel contesto internazionale. Il dolore enorme di una nazione limitrofa sembrava una crisi piccola e poco letale. Ma mentre i bielorussi venivano repressi, malmenati, uccisi, il dittatore di Minsk stava trasformando il suo paese in un fronte per la guerra. Lukashenka è il bastone di Putin puntato verso l’occidente, gli offre la sua nazione per attaccare l’Ucraina.  E’ rimasto in piedi, come  capo non riconosciuto da una nazione svuotata, tra chi è in esilio e chi è in carcere. Nelle colonie penali come quella in cui è rinchiusa Kaleniskava, secondo un’indagine pubblicata  dall’ong Earthsight, vengono prodotti mobili che vengono poi venduti sul mercato europeo anche se  le importazioni di mobili dalla Bielorussia sono state sanzionate. A qualche chilometro dal confine europeo c’è un dittatore che usa il lavoro forzato. Non era innocuo né per i bielorussi né per il resto del mondo. 

  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Sul Foglio cura con Paola Peduzzi l’inserto EuPorn in cui racconta il lato sexy dell’Europa, ed è anche un podcast.