i polsi di Roman

Il video di Protasevich è la prova che non capiremo mai quanto può essere spietato Lukashenka

Il viso stremato, i segni della violenza, i lividi in ogni parola. Cos'è diventato davvero il regime, nel cuore orientale dell'Europa

Micol Flammini

La confessione che non c'è e l'umiliazione di un oppositore tenuto in ostaggio. Quello che noi ricordiamo della protesta di Minsk e cosa rimane nella memoria bielorussa

Roma. Sono trascorse quasi due settimane da quando l’attivista bielorusso, Roman Protasevich, è stato fatto scendere dall’aereo dirottato dal regime di Aljaksandr Lukashenka. E’ stato  portato nel centro di detenzione speciale di Minsk, che è controllato dai servizi segreti e viene chiamato Amerikanka. E da allora il regime lo filma mentre rilascia delle dichiarazioni di colpevolezza, estorte, che vengono trasmesse anche dai  megaschermi in giro per la capitale. L’ultima dichiarazione, chiamata “la confessione”, è stata mandata in televisione giovedì, sotto forma di una vera intervista televisiva. Con microfoni, luci, davanti a uno dei più conosciuti conduttori della televisione di stato. Durante l’intervista Roman Protasevich confessa di aver organizzato “disordini di massa”, dice che non gli interessa cosa penseranno gli altri di questa confessione, che lui ha capito di aver sbagliato, e  ha capito che Lukashenka ha ragione, fa bene a fare quello che fa. “Si è comportato come un uomo con le palle d’acciaio”. Lui, Roman, lo comprende e lo rispetta. Dice, con parole non sue. Rinnega i suoi ex compagni di lotta, rinnega i manifestanti e   i prigionieri politici come lui, tutti agitatori che vogliono il collasso della Bielorussia  appoggiati, sostenuti, spinti, pagati dall’occidente. Roman nell’intervista è distrutto.

 

Nasconde lo sguardo alla telecamera spesso sorride quando le lacrime gli prendono la gola e gli occhi. Alla fine dell’intervista, non regge più, il sorriso non basta, Roman scoppia a piangere e dice: “Non voglio più fare politica … voglio soltanto che le cose vadano bene, voglio avere una vita normale”. 

 

Il regime di Lukashenka questa settimana ha chiuso i confini nazionali, chi è dentro non può più uscire, chi è in carcere non comunica con l’esterno. Ragazzi pieni di salute muoiono di attacco di cuore nelle colonie penali, un ragazzo ha cercato di suicidarsi durante un processo: distribuiva fiori durante le proteste, oggi è un prigioniero politico. I bielorussi sono un popolo intrappolato, non soltanto nelle mani di un regime violento e spietato, che per rimanere in piedi tortura, uccide, umilia. Mentre Roman Protasevich piange e si asciuga gli occhi si vedono le ferite ai polsi, si vedono i lividi sul volto che l’oscurità dello studio cerca di occultare. Ma i lividi sono in ogni parola, in ogni sguardo tenuto basso, in questa umiliazione ostentata e imposta da un dittatore che, per sopravvivere, si è chiuso dentro la sua nazione. E dentro, tiene in ostaggio i cittadini rimasti, tutti parte di una Bielorussia legata e offesa e che chiede aiuto. 

 

Tra i bielorussi, in pochi hanno creduto che il video di Protosevich fosse vero. Nessuno si sente tradito da quel ragazzo stremato, livido, impaurito, troppo giovane per aver conosciuto una Bielorussia senza Lukashenka, ma che ha lottato per averla. I bielorussi non credono ai megaschermi del regime che umiliano i prigionieri, credono alla loro storia. Alla storia di una rivoluzione pacifica, di cui noi continuiamo a ricordare le bandiere i fiori, le ragazze di Minsk vestite di bianco. Ma dove sono finite? Molte in carcere, alcune manifestano ancora, altre dopo essere state arrestate, torturate e rilasciate, non riescono più a uscire. E nella memoria di questa nazione che cerca di liberarsi da una dittatura  c’è soltanto tanta violenza, c’è troppa paura. C’è la confessione di un ragazzo di ventisei anni esibita come la prova di un fallimento, come una minaccia per tutti. C’è un regime spietato che uccide, svilisce, umilia ed è piantato nel cuore orientale dell’Europa. 
 

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