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il foglio del weekend

Capire le ragioni di Olaf Scholz (e della Germania)

Stefano Cingolani

Molte le accuse a Berlino, che però ha una economia da difendere. E al suo sistema produttivo è legata l’Italia. Vogliamo parlarne bene?

Parlare bene della Germania? “E’ una faccenda  molto più delicata e complicata che parlare a favore della civilità”, scriveva Thomas Mann nelle sue politicissime “Considerazioni di un impolitico”. Se la prendeva con il fratello Heinrich che viveva a Roma e si era schierato a favore dell’Intesa durante la Grande guerra. Thomas, invece, affascinato da Wagner, Nietzsche, Dostoevskij, disprezzava la piatta democrazia borghese e pontificava sulla “solitudine tedesca fra oriente ed occidente”, combatteva pieno di ira e risentimento contro “la ripugnanza del mondo per la Germania, l’antipatia, l’odio che essa deve sopportare e da cui deve difendersi, stupefatta e dolente”. Correva l’anno 1918 e lo scrittore già famoso per capolavori come “I Buddenbrook” e “La morte a Venezia”, salutava la pace con la Russia e chiudeva le sue 500 pagine di confessione il giorno in cui Leopoldo di Baviera firmava il trattato di Brest-Litovsk con il leader bolscevico Lev Rozenfel’d detto Kamenev per conto di Vladimir Ul’janov, detto Lenin. “Pace innanzitutto con lei, con la Russia! E la guerra, ammesso che continui, continuerà con il solo occidente, contro i trois pays libres, contro la civilizzazione, la letteratura, la politica, il borghese retorico”. Hitler era lontano e quando arriverà, Thomas Mann si rifugerà negli Stati Uniti da dove innalzerà la sua voce a favore di quella liberal-democrazia che da giovane tanto lo ripugnava. E per l’Fbi di J. Edgar Hoover era “uno dei comunisti più noti al mondo”.

Quanto è stato difficile parlare bene della Germania dopo il nazismo. Quanto è rimasta a lungo una faccenda delicata dopo la caduta del muro e la riunificazione, quando era bollata come “la malata d’Europa”. Ora che Berlino vuol fare di testa propria, si riaffaccia la strisciante germanofobia. La Francia l’attacca perché, tra oriente e occidente, si sta rivolgendo di nuovo a oriente, verso la Russia, verso la Cina maggior sbocco del made in Germany. L’Italia se la prende perché vorrebbe anche lei spendere 200 miliardi di euro in sussidi pubblici, ma non li ha. Sarà perché alla guida c’è un Olaf Scholz che meno carismatico non si può, ma torna “la solitudine tedesca”.

“Possiamo fidarci della Germania?”. Al ministro della difesa lettone Artis Pabriks piace parlare schietto e non ha avuto paura di dire a voce alta quel che molti pensano e non solo nei paesi che s’affacciano sul Mar Baltico, a cominciare dalla Polonia. Sebbene venga considerata il paese leader in Europa, e sul piano politico non più solo economico dopo la lunga èra Merkel, la Germania viene accusata di aver titubato troppo e troppo a lungo prima di fornire all’Ucraina attrezzature militari serie e moderne. E’ rimasta nonostante tutto dipendente dal gas russo e non ha cercato con la sufficiente efficacia delle alternative. Resta ambigua anche sulla Cina dove il cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz si recherà in pompa magna la prossima settimana ed è scoppiata una bufera sulla decisione di vendere ai cinesi il 25 per cento di un terminale nel porto di Amburgo anche se non è certo il primo caso, si pensi al Pireo o a Trieste. Brucia in tutta Europa, non solo in Italia, la decisione unilaterale di usare tra i duecento e i trecento miliardi di euro presi dal fondo creato contro la pandemia, per sussidiare le proprie famiglie e imprese, mentre nello stesso tempo s’oppone a un intervento massiccio per limitare i prezzi del metano. Le critiche vengono anche dall’interno della Germania. “Il cancelliere avrebbe dovuto creare una coalizione europea per fornire armi per fronteggiare la Russia e unificare l’occidente, invece abbiamo creato le più profonde divisioni, siamo stati lenti nel fornire le armi e abbiamo messo in questione la nostra affidabilità”, ha dichiarato Norbert Röttgen, ex ministro dell’ambiente e deputato della Cdu. 

Gli dà ragione l’incontro tra Emmanuel Macron e Scholz mercoledì scorso a Parigi. “Costruttivo” l’ha definito l’Eliseo, ma nessuna conferenza stampa, nessun comunicato congiunto, solo gruppi di lavoro su energia, sussidi e Ucraina. E’ stato annullato il consiglio dei ministri congiunto che si doveva tenere a Fontainebleau, così come previsto dal Trattato dell’Eliseo. La Francia è per il tetto al prezzo del gas, la Germania è contraria; Parigi vuole una risposta alla crisi energetica sul modello pandemia, facendo ricorso a risorse comuni, Berlino va per la sua strada; Macron crede nella difesa europea e nella bontà dei Mirage francesi, Scholz compra gli F35 americani; il presidente francese accusa il cancelliere tedesco di incertezza sulla guerra, poi lui si muove da solo con Putin, Biden e persino papa Francesco. Insomma, il motore franco-tedesco si è imballato, non c’è nessun meccanico in grado di sbloccarlo, ma nemmeno nessun altro motore europeo pronto a sostituirlo. Per Macron la Germania si è isolata da sola. E se invece Scholz avesse ragione e gli altri torto? Per cercare una risposta, passiamo in rassegna i pomi della discordia, cominciando dalla guerra.

 

Olaf Scholz sostiene che le critiche sono ingiuste e immotivate perché il suo paese è il terzo maggior contribuente al riarmo dell’Ucraina dopo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, prima della Francia o dell’Italia. La Germania ha dovuto seppellire sessant’anni di pacifismo e superare la sindrome militarista, ha emendato la Costituzione, ha scelto di intervenire anche in missioni fuori dai confini. La vera questione oggi riguarda gli armamenti pesanti. Qui il cancelliere ha tirato una linea rossa. “Non si deve arrivare a un conflitto tra Russia e Nato, in questo concordo con il presidente Biden”, ha spiegato il cancelliere in una intervista alla Welt. E ricorda di aver fornito mezzi molto importanti, soprattutto artiglieria e missili fondamentali per bloccare l’invasione russa. Tra questi c’è “l’Iris-T consegnato giorni fa, il miglior sistema di difesa aerea al mondo, che nemmeno il nostro esercito possiede”. Ma Scholz non intende concedere i carri armati Leopard i più potenti ed efficienti prodotti dalla Porsche, vero simbolo della guerra fredda che evoca uno scontro diretto tra Russia e Germania sulle grandi pianure a est dell’Elba. Scholz ricorda di aver già garantito la consegna di cento panzer provenienti da altri paesi Nato, tuttavia i Leopard sarebbero una dichiarazione di guerra aperta. Dal 20 al 30 per cento dei cittadini tedeschi è contrario alla fornitura di armi e qualsiasi politico ne deve tener conto. Non solo. La Germania ha stanziato 100 miliardi di euro per il proprio riarmo con l’obiettivo di diventare il più forte esercito convenzionale del continente, prendendo la guida del pilastro europeo della Nato. “E’ la Francia a rimanere isolata”, ha scritto Philippe Gélie nell’editoriale sul Figaro. E qui parte un’altra polemica antitedesca, quella che evoca la minaccia di una prussificazione, ricorda le due guerre mondiali, nazismo compreso. Nessuno può mettere in dubbio la sua collocazione euro-atlantica (semmai anche troppo atlantica per i francesi), eppure oggi Berlino si vede al centro di una Europa sempre più allargata che arriva ai confini della Turchia e della Russia. Guarda troppo a est? E da dove arrivano i pericoli? In ogni caso perché non pensare in questa Unione fin troppo vasta a una sorta di divisione geopolitica del lavoro con l’Italia al centro del Mediterraneo che presidia il sud-ovest insieme a Francia e Spagna? 

Il partito di Scholz porta in sé una debolezza: è difficile cancellare le stimmate russe, quelle di Gazprom, quelle di Gerhard Schröder o dello stesso presidente della repubblica Frank-Walter Steinmeier, mentre buona parte degli odierni “pacifisti” viene dalla sinistra, dai Verdi e forse ancor più dagli elettori Spd. Scholz si ribella e ricorda la sua posizione da sempre critica: “Sapevo che andava bene usare il gas russo a basso costo, ma non potevamo permetterci di essere dipendenti. In ogni caso il gas naturale non è il nostro futuro, puntiamo su idrogeno e fonti rinnovabili”. Ma se è così perché opporsi al price cap? Perché la Germania ha ottenuto da Gazprom contratti di favore?

 

Prima di rispondere a questa domanda, bisogna chiedersi di quale tetto stiamo parlando. La proposta del Consiglio europeo non mette in discussione i contratti a lungo termine che sono privati e restano per lo più segreti, quindi Berlino da questo punto di vista non ha nulla da temere (e nemmeno l’Eni a Roma). Finora non si tratta di un limite generalizzato e permanente al prezzo, che provocherebbe davvero un forte spiazzamento, isolando dal mercato mondiale i paesi che lo adottano. L’idea è di un tetto temporaneo e “dinamico”. Cioè se i prezzi durante le contrattazioni al mercato Ttf di Amsterdam superano una certa soglia, diciamo dieci punti percentuali, le contrattazioni vengono sospese. Quanto a lungo non si capisce. Che cosa succede quando la borsa viene riaperta? Ammettiamo che un giorno ci sia stato un rincaro del dieci per cento, il giorno dopo si riparte da qui e magari si aggiunge un altro 10 per cento o si chiude di nuovo? Un tetto del genere è troppo mobile per essere vantaggioso, in caso contrario sarebbe troppo rigido per garantire la certezza degli approvvigionamenti. Senza dimenticare che il mercato del gas è estremamente frammentato, non esistono pochi grandi compratori. E qui s’innesta la critica tedesca.

Berlino ribatte di aver mollato il Nord Stream 2 subito dopo l’invasione dell’Ucraina. Quanto al prezzo elevato, i Verdi tedeschi sostengono che favorisce i risparmi e l’impiego di energie alternative, quindi il price cap sarebbe controproducente se la strategia è ridurre al minimo in un paio d’anni (tanto ci vuole per la Germania) l’impiego di metano. A un tetto instabile e contraddittorio, dunque, sarebbe preferibile che entrassero sul mercato grandi acquirenti in grado di creare un forte mercato del compratore e così influenzare davvero i prezzi oggi in basso, domani magari in alto per limitare l’uso di metano. Gli economisti lo chiamano potere di monopsonio. Ciò è possibile solo se c’è una “banca del gas” tipo Bce o se i paesi europei agiscono come un solo grande cliente. Finora, invece, ciascuno va per la propria strada; il Consiglio europeo ha proposto acquisti in comune volontari e la medicina è peggiore del male perché punirebbe i solidali a favore dei free rider. Ma la via maestra non è agire sulla domanda e sull’offerta? Il prezzo oggi scende perché fa caldo e arriva la recessione, quindi si compra meno gas. Quanto alla dipendenza dalla Russia, Berlino risponde con i numeri. Nel 2021 Gazprom ha fornito il 55 per cento delle importazioni tedesche di metano, di qui al 2024 verranno ridotte al 10 per cento mentre entro quest’anno sarà azzerata la dipendenza dal carbone. Insomma, lo sforzo è notevole, però accorciare i tempi sarebbe dannoso. E’ già partito il ricatto della grande industria: il colosso chimico Basf ha minacciato di chiudere baracca e burattini.

 

L’immigrazione è un’altra questione chiave nella ruggine franco-tedesca e di qui a poco anche nei rapporti con l’Italia a guida sovranista. E’ stata Angela Merkel a dare la linea accettando un milione di rifugiati dalla Siria nel 2015, concordando il patto con la Turchia (15 miliardi di euro per tenere a bada i migranti), seguendo una linea pragmatica, oscillante tra accoglienza, integrazione e difesa delle frontiere. La Germania durante il governo socialdemocratico aveva allentato i criteri per ottenere la cittadinanza e la Merkel non ha cambiato nulla. Oggi il 12 per cento della popolazione è di origine straniera, la quota più alta d’Europa, oltre il Regno Unito, l’Italia e la Francia. Per rispondere alla grave carenza di manodopera, il 6 luglio scorso Berlino ha varato un pacchetto di proposte per facilitare l’afflusso di lavoratori stranieri. Cade l’obbligo di conoscere il tedesco, si assicura diritto di permanenza a tutti gli stranieri non Ue che al primo gennaio 2022 sono in Germania da cinque anni, hanno un impiego, parlano la lingua, hanno fornito un’identità certa e sono senza precedenti penali. C’era già una legge per l’immigrazione di personale specializzato da paesi non Ue, varata due anni fa: ammetteva l’ingresso per sei mesi per cercare un posto di istruzione e dopo il diploma ancora la possibilità di rimanere per un anno per cercare lavoro, oltre a facilitare il riconoscimento dei titoli di studio. Ma non è stato sufficiente. Più in generale, la Germania applica la strategia delle porte aperte (sia pur controllate) in controtendenza rispetto alle scelte che prevalgono nel resto d’Europa, dentro e fuori l’Unione. Quando si chiede una linea comune, l’Italia intende impedire gli ingressi, la Germania propone il proprio modello, l’immigrazione “guidata e orientata”. Quanto all’asilo, le richieste a Berlino sono 142 mila e a Roma 35 mila. Ma che importa.

 

Continueremo a parlar male della Germania e probabilmente sempre di più se il governo di destra ripete la retorica che ha contraddistinto tutti i partiti che ne fanno parte, compresa la Lega che ai tempi di Umberto Bossi e Gianfranco Miglio voleva unire la Padania alla Baviera. Continueremo a dire che l’euro è un marco mascherato oppure che ha favorito le merci tedesche perché vale meno della vecchia moneta germanica: posizioni opposte spesso enunciate dallo stesso “esperto”, tanto la coerenza è solo un impaccio nella politica italiana. Continueremo a lagnarci perché la Germania può indebitarsi, ignorando che gode del massimo rating (tre A, dieci e lode per i suoi Bund) e ha raggiunto quasi il pieno impiego (il tasso di disoccupazione è al 3 per cento). Continueremo a condannare Berlino perché non investe abbastanza nel suo mercato interno, abdicando così alla funzione di locomotiva d’Europa, e poi l’accuseremo di egoismo se interviene per tamponare la recessione. Continueremo a piagnucolare perché la concorrenza penalizza le aziende italiane le quali in realtà sono integrate nell’industria tedesca. Continueremo a bandire il made in Germany perché ostacola un made in Italy che in realtà ha migliorato la sua posizione sul mercato mondiale. L’impolitico Thomas Mann contrapponeva alla cultura tedesca che non è letteraria, ma semmai filosofica, quella letteraria del mondo latino. Se voleva intendere la cultura della chiacchiera, allora il primato spetta senza dubbio all’Italia.

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