AP Photo/Pavel Golovkin, via LaPresse 

Von der Leyen temporeggia su Sure per le bollette e crescono i rischi

David Carretta

L’Ue sembra ripercorre la stessa strada della crisi del Covid-19: prima nulla, poi qualche passo esitante, salvo accorgersi all’improvviso della necessità di intervenire per limitare la frammentazione del mercato interno, il rischio di un default sovrano e il risentimento antieuropeo

Bruxelles. Nell’ultimo pacchetto per far fronte alla crisi dei prezzi dell’energia presentato da Ursula von der Leyen manca quello che, secondo governi e responsabili politici, deve diventare al più presto un elemento centrale della strategia dell’Ue: una soluzione europea per evitare la frammentazione del mercato interno, dopo il piano della Germania da 200 miliardi di euro per proteggere le famiglie e le imprese tedesche. “Per mesi abbiamo detto alla gente che l’aumento del costo dell’energia era qualcosa di limitato e temporaneo. Ma non è stato così e non sarà così in futuro”, ha detto Irene Tinagli, presidente della commissione Affari economici, in un dibattito al Parlamento europeo sull’aumento delle bollette: “I governi sono dovuti intervenire massicciamente per sostenere le famiglie e le imprese e dovranno farlo ancora in futuro. Ma non sarà sostenibile nel lungo periodo”. Secondo Tinagli, dopo il massiccio piano di aiuti di stato tedesco, è necessario “intervenire rapidamente” con “un vero strumento europeo per sostenere i paesi che non hanno spazio fiscale”. I commissari Paolo Gentiloni e Thierry Breton avevano chiesto di istituire uno strumento di debito comune come Sure per fornire prestiti agli stati membri. Ma gli appelli non sono stati ascoltati da von der Leyen. Dopo vaghe promesse di nuovi fondi per rimpolpare RePowerEu, la Commissione si è limitata a proporre una partita di giro: concedere agli stati membri la possibilità di dirottare una parte dei fondi di coesione verso gli aiuti a famiglie e imprese.

 

Sulla solidarietà finanziaria per la crisi energetica, l’Ue sembra ripercorre la stessa strada della crisi del Covid-19: prima nulla, poi qualche passo esitante, salvo accorgersi all’improvviso della necessità di intervenire per limitare la frammentazione del mercato interno, il rischio di un default sovrano e il risentimento antieuropeo. All’inizio della pandemia, mentre venivano imposti i lockdown, ciascun paese era andato per conto suo sugli aiuti di stato. Con un debito al 60 per cento, la Germania aveva potuto mobilitare una quantità di fondi sproporzionata rispetto ad altri. La prima reazione della Commissione fu un programma (la “Coronavirus Response Investment Initiative”) per dirottare i fondi di coesione verso l’emergenza economica del Covid. La proposta presentata è simile: gli stati membri potranno dirottare fino al 10 per cento dei fondi di coesione allocati per il periodo 2014-2021, ma non ancora utilizzati, per aiutare piccole e medie imprese, famiglie vulnerabili, lavoratori dipendenti e autonomi. La Commissione è pronta a rinunciare al cofinanziamento nazionale e a rimborsare le spese sostenute dal febbraio 2022. Complessivamente possono essere mobilitati fino a 40 miliardi. Ma non sono risorse “fresche” e l’ammontare è limitato. L’Italia potrebbe dirottare al massimo 6 miliardi.

 

Nel 2020 il secondo passo compiuto dalla Commissione sulla solidarietà finanziaria fu Sure: lo strumento di debito comune da 100 miliardi per fornire prestiti agli stati membri da utilizzare per finanziare la cassa integrazione. L’Italia è stata il primo beneficiario con quasi 28 miliardi. La proposta di Gentiloni e Breton di lanciare uno Sure 2.0 per la bolletta ha raccolto il consenso di altri commissari e diversi stati membri. Ma c’è ancora l’opposizione di von der Leyen e della Germania. “Se non siamo ambiziosi ora, ce ne pentiremo quando sarà troppo tardi”, ha avvertito Tinagli. Vale anche per il price cap sul gas, osteggiato dalla Germania. La proposta  della Commissione di un “meccanismo di controllo dei prezzi” è considerata solo un “primo passo” dall’Italia e altri paesi.

 

I leader discuteranno di price cap e solidarietà finanziaria al Consiglio europeo di domani. Il rischio è che “alcuni stati membri più ricchi optino per un approccio solitario”, minando “irrimediabilmente” la fiducia, spiega Pawel Zerka dell’European Council on Foreign Relations: “Alcuni potrebbero ritenere che (...) le loro imprese siano svantaggiate a causa dei generosi piani di emergenza dei vicini più ricchi". Secondo Zerka, “Berlino ora ha una responsabilità particolare nel ricostruire la fiducia nell’Ue, anche a causa delle sue precedenti relazioni energetiche con la Russia”. Un indebolimento del sentimento pro europeo a causa della crisi energetica “potrebbe limitare la capacità dell’Ue e dei governi di mantenere la solidarietà con l’Ucraina e opporsi alla Russia”, avverte Zerk.