Al Cremlino va tutto male

Il reclutamento coatto ha rotto la bolla in cui Putin ha tenuto i russi. “Caos totale”

Paola Peduzzi

Cè chi pensa che l’idea della mobilitazione e della conseguente rivolta e repressione facciano parte del piano. Intanto i soldati di Mosca chiedono agli ucraini come ci si arrende nel modo corretto

Gli orologi russi stanno “ticchettando tutti insieme”, scrive Tom Nichols sull’Atlantic, lui che è un esperto di Russia e di Difesa e che all’inizio dell’invasione di Vladimir Putin invitava alla cautela sul coinvolgimento diretto dell’occidente in Ucraina, per evitare un’escalation russa difficilmente controllabile. Putin sta finendo il tempo e le idee e questo, che è il momento della disperazione, potrebbe essere il più pericoloso: gli americani sono molto preoccupati dalla possibilità che il regime russo arrivi alle armi tattiche nucleari e in questi mesi abbiamo imparato che i timori di Washington sono spesso fondati. Ma è vero: a Putin sta andando tutto male. “Pochi uomini anziani e un esercito di zombi ci stanno conducendo all’inferno”, ha detto un quarantenne fuggito dalla Russia qualche giorno fa, dopo l’annuncio della mobilitazione parziale da parte del Cremlino, l’ultimo atto dell’“operazione speciale” di Putin: puoi arrestare e mandare in galera chi chiama guerra una guerra, ma non puoi impedire alle persone di disertare se avvii un reclutamento coatto – “caos totale”, titola il Moscow Times.

     
I paesi europei si stanno dividendo sull’accoglienza di quest’ultima ondata di profughi, per la stragrande maggioranza uomini russi, ma la fuga continua. E anche il reclutamento continua soprattutto nelle zone più remote della Russia, dove vivono anche le minoranze etniche. Paul Goble, che ha lavorato al dipartimento di stato americano e alla Cia e che conosce bene queste minoranze, dice che non sono le ragioni etniche né quelle religiose a portare i reclutatori del Cremlino nelle regioni ai confini della Federazione. “Mosca va nei posti più poveri – ha detto Goble al giornalista Michael Weiss – perché qui le persone considerano il servizio militare in modo più positivo, a parte quelle che hanno già visto tornare a casa dei cadaveri dal fronte”. Si spiega così anche il silenzio del Cremlino sui suoi morti in battaglia, un silenzio non soltanto a nostro uso e consumo, ma anche per i parenti che chiedono notizie: non si deve sapere che si parte per il fronte e non si torna più. Ma la bolla della finzione è esplosa, al punto che persino gli aedi di Putin, la solita Margarita Simonyan dell’emittente Rt e lo spaventoso conduttore tv Vladimir Solovev hanno criticato il modo in cui è stato organizzato il reclutamento – Solovev ha pure detto, come è suo stile, che chi ha definito i dettagli della mobilitazione deve essere giustiziato. Ma i nuovi arruolati continuano a fare video sul loro equipaggiamento – soprattutto i kalashnikov arrugginiti – e riprendono anche i reclutatori che dicono di portarsi da casa medicinali, garze, disinfettanti, cerotti: se vieni ferito, ti devi curare da solo, nessuno lo farà per te. “Arriva un punto in cui capisci, come lo stesso Gorbaciov alla fine realizzò, che usare la repressione è come buttare acqua sull’olio che brucia: il fuoco aumenta”, dice Goble. 

   
Non è chiaro se Putin abbia consapevolezza del fatto che questo punto è qui, ora. Anzi, c’è chi pensa che l’idea della mobilitazione e della conseguente rivolta e repressione facciano parte del piano. Nel suo ultimo discorso pubblico (il messaggio registrato arrivato dopo molte ore rispetto all’annuncio iniziale), oltre a rilanciare la minaccia nucleare, ha ribadito le ragioni della sua operazione speciale: è una lotta dei russi contro la Nato. In questo modo ha cercato di animare il nazionalismo russo, che alimenta da sempre, per preparare la strada alla mobilitazione. L’annessione forzata delle zone occupate in Ucraina – gli pseudoreferendum che si sono ufficialmente conclusi ieri – è stata accelerata in modo così precipitoso da renderla contestuale alla grande chiamata alle armi: “Dobbiamo difendere la nostra madrepatria, la nostra sovranità e la nostra integrità territoriale”, ha detto Putin. I russi che andranno lì a combattere e a morire saranno poi, nella retorica del Cremlino, la ragione nazionalista per cui non si può lasciare una terra coperta di sangue e ossa russi. Tom Nichols ricorda che nel 1968 Leonid Breznev disse ai leader dell’allora Cecoslovacchia che non avevano il diritto di ribellarsi all’Urss, perché le loro terre erano state comprate con il sangue dei soldati sovietici e che per sempre i loro confini sarebbero stati anche i confini dell’Unione sovietica. “E’ una spiegazione raccapricciante”, scrive Nichols, ma va presa in considerazione, per provare a spiegare come anche il reclutamento di massa sia un disastro che Putin si è causato da solo.

   
Il ministero della Difesa ucraino ieri ha fatto sapere che i soldati russi che sono stati mobilitati – e ai quali il presidente Volodymyr Zelensky ha dato garanzie di protezione e sicurezza se decidono di consegnarsi – stanno contattando la linea diretta Khochu Zhyt, che significa “voglio vivere” e che è stata aperta dal governo di Kyiv per i russi che non vogliono andare a combattere e per gli abitanti delle zone occupate che sono costretti a sottomettersi ai russi. Fanno domande su come funzionerebbero la resa e la successiva prigionia nelle mani degli ucraini: come faccio ad arrendermi nel modo corretto?
       

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi