l'influencer polacco

Molto atlantismo, poco europeismo. Le lezioni del PiS a Meloni

Micol Flammini

Tra la leader di Fratelli d'Italia e il governo di Varsavia è idillio, ma a Roma l’alleato è Salvini

A maggio, il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha mandato un videomessaggio da trasmettere durante il congresso di Fratelli d’Italia. Il premier, che fa parte del partito PiS (Legge e giustizia), ha ringraziato Giorgia Meloni per la posizione chiara contro il presidente russo Vladimir Putin dimostrata prima dell’inizio dell’invasione di Mosca contro l’Ucraina e durante. Il PiS e Fratelli d’Italia fanno parte della stessa famiglia europea, i Conservatori e riformisti (Ecr), in cui i polacchi di Legge e giustizia costituiscono la formazione più numerosa – 24 eurodeputati su 64 – e sono anche tra i primi a essere entrati quando l’ex premier inglese, David Cameron, uscì dal Partito popolare europeo per formarne un altro, posizionato più a destra e più critico nei confronti dell’Unione europea. In quanto membro più numeroso e anziano, il PiS ha contribuito in modo deciso a plasmare la linea dei conservatori, capendo anche quali  elementi valorizzare. Due sono stati gli investimenti, Fratelli d’Italia e il partito spagnolo Vox, e tra Giorgia Meloni e Santiago Abascal, leader di Vox, è stata la prima a raccogliere  rapidamente certe eredità. 

 

Il PiS è un partito conservatore ed euroscettico, spesso in conflitto con Bruxelles, ma  ci sono cose sulle quali a Varsavia non si transige e una di queste è il posizionamento internazionale: chiunque ci sia alla Casa Bianca, che sia un democratico o un repubblicano, il governo polacco – il PiS guida il paese dal 2015 –    sta con Washington, sempre e comunque. La vocazione atlantista è una questione storica e ha a che fare con i rapporti della Polonia con la Russia. Con lo scoppio della guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina, e ancor prima che l’invasione iniziasse, Varsavia ha detto  che gli ucraini andavano aiutati, sostenuti, alimentati, che Kyiv era l’argine alla dittatura, che i soldati stavano combattendo una battaglia europea. Improvvisamente, tutte le liti tra Bruxelles e il governo polacco si sono spente, tutte le questioni legate al non rispetto dello stato di diritto, per le quali polacchi ed europei erano ai ferri cortissimi, sono finite sottotraccia. Bruxelles è spesso accusata di avere la memoria corta e  ha deciso di dare a Varsavia i soldi del Recovery fund: l’emissione era sospesa proprio perché Varsavia era chiamata a fare delle riforme sulla giustizia per garantire il rispetto dello stato di diritto. Il governo ha fatto un buon lavoro di maquillage, lo stato di diritto è ancora in pericolo ma ha incassato la prima tranche di denaro. Bruxelles non ha certo guarito i suoi dissidi con i polacchi, ma l’atlantismo,  l’aiuto ai rifugiati ucraini, l’invio continuo di armi hanno messo il PiS sotto una luce diversa, tanto più che quella frontiera, tra Polonia e Ucraina, è stata ogni tanto avvicinata anche dalle bombe di Putin. L’aiuto che Varsavia ha prodigato, il fatto che sia sempre stata tra i primi a ricordare quanto fosse necessario reagire, che abbia sostenuto la candidatura di Kyiv per diventare membro dell’Ue, non sono stati una questione di comodo: per i  polacchi Mosca va fermata.  Inoltre il PiS è stato tra i primi a cercare di rendersi indipendente dal gas russo  e ora la Polonia è tra i pochi paesi europei  che si sono liberati di Gazprom. Crede però anche che l’Europa non abbia alcun diritto di intervenire se il governo polacco smembra  – come fa – la libertà di stampa o lo stato di diritto: ama i privilegi dell’Unione e non ne sopporta i doveri e certi  valori. Meloni dal 2020 è diventata presidente del Partito dei conservatori e dei riformisti europei, è in sintonia con i polacchi e  PiS e FdI sono stati  gli architetti di un riposizionamento europeo: a gennaio hanno contribuito all’elezione di Roberta Metsola alla guida del Parlamento europeo ritirando il loro candidato e incassando una vicepresidenza. 

 

Lo scorso anno si parlava molto della possibilità che i due gruppi sovranisti dentro al Parlamento europeo si unissero,  Ecr e Identità e democrazia (Id) avevano anche firmato una carta dei valori, proposta dal premier ungherese Viktor Orbán. C’è una cosa però che divide profondamente i due gruppi ed è proprio l’argomento su cui i polacchi non transigono: il posizionamento internazionale. Se Id sembrava molto convinto di  creare questa grande famiglia, Ecr procedeva con più calma. Id è stato fondato nel 2019 e i partiti più numerosi al suo interno sono la Lega di Matteo Salvini e il Rassemblement national di Marine Le Pen, che invece ammirano il leader del Cremlino, sono contrari all’invio di armi in Ucraina e sono accusati di dipendere da Mosca. Orbán, che sembrava dovesse essere il regista della nuova alleanza, è sempre più isolato, a lui i soldi del Recovery non sono ancora stati sbloccati: ha cercato di ostacolare le decisioni europee per aiutare l’Ucraina, favorendo Mosca e non i suoi alleati della Nato. Giorgia Meloni, che nel giugno del 2021 definiva Ecr la “collocazione abbastanza naturale” di Orbán, ora non ha nessuna intenzione di avere a che fare con il leader ungherese, e i polacchi neppure.

 

Ieri la Stampa ha pubblicato un’esclusiva sulle pressioni per far cadere il governo italiano dell’ambasciata russa su  Salvini, che in queste elezioni si presenterà come alleato di  Meloni,  la quale invece sta costruendo  sull’opposizione alla Russia la propria rispettabilità internazionale, sostenuta dai polacchi,  contenti dei risultati di FdI che alle prossime elezioni europee potrebbero  rafforzare anche Ecr. Ieri Meloni ha ribadito: “Un’Italia guidata da Fratelli d’Italia sarà affidabile all’estero…  Saremo garanti, senza ambiguità, della collocazione italiana e dell’assoluto sostegno all’eroica battaglia del popolo ucraino”. I suoi alleati in Italia però non saranno i polacchi del PiS, ma due partiti che simpatizzano per Putin. A tenerli tutti insieme è l’ostilità nei confronti dell’Europa.

  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Sul Foglio cura con Paola Peduzzi l’inserto EuPorn in cui racconta il lato sexy dell’Europa, ed è anche un podcast.