Il premier israeliano Naftali Bennett (foto LaPresse)

uniti contro l'iran

Gli accordi di Abramo diventano un'alleanza militare, ma il loro futuro è incerto

Luca Gambardella

La cooperazione fra Israele, Emirati, Marocco e Bahrein procede spedita, fino a ipotizzare il coinvolgimento dell'Arabia Saudita. Ora però con la crisi del governo Bennett le cose potrebbero cambiare

Pochi giorni prima di arrendersi alla realtà e di decidere di rimettere alla Knesset il futuro del governo, Naftali Bennett era volato ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Era andato a portare le sue condoglianze per la morte dell’emiro Khalifa bin Zayed al Nahyan e discutere di diversi dossier. In patria, nel frattempo, la crisi politica imperversava, con il governo che sembrava pronto a cadere da un momento all’altro. Alcuni giornali non avevano mancato di sottolineare lo strano tempismo della visita “a sorpresa” nel paese del Golfo. Non troppo ironicamente, il New York Times scrisse che forse, per Bennett, quella negli Emirati era “una distrazione” per allontanarsi da chi lo voleva fare fuori in Israele.

  

Se fu Benjamin Netanyahu a dare vita agli accordi di Abramo nel 2020, siglati con Emirati, Bahrein e Marocco, è stato Bennett invece a capitalizzare sulla storica intesa. Lo scorso maggio, israeliani ed emiratini avevano siglato un accordo commerciale senza precedenti, il più corposo per volume  di affari mai siglato fra Israele e un paese arabo. Ma ora il patto si stava evolvendo in qualcosa di più di un’opportunità economica: in un’alleanza militare, denominata Alleanza di difesa aerea del medio oriente. Lo ha confermato lunedì lo stesso ministro della Difesa israeliano Benny Gantz: “Il programma è già operativo e ha permesso di intercettare con successo diversi tentativi iraniani di attaccare Israele e altri paesi”, ha detto. Se la sostanza dell’alleanza è ancora da chiarire – si ipotizza una forma di cooperazione con gli altri membri degli accordi di Abramo sull’intercettazione di droni –  lo scopo è invece noto: difendersi dall’Iran.

 

La visita del presidente americano Joe Biden in Israele il prossimo 13 luglio sarà decisiva “per finalizzare un chiaro piano di azione con gli Stati Uniti per fermare il programma nucleare iraniano”, ha spiegato lunedì Bennett. E’ la moneta di scambio che Israele chiedeva a Washington per accettare un ipotetico deal con Teheran: sostenere un piano di Difesa regionale stabile e integrato contro i pasdaran. Richiesta condivisa dai paesi sunniti. Compresa l’Arabia Saudita, altra tappa delicatissima del viaggio di Biden del mese prossimo. Il suo “ripensamento” su quello che definì “stato paria” per le violazioni dei diritti umani prevede di includere Riad nell’alleanza, sempre in funzione antiiraniana. In cambio, i sauditi offrirebbero un’intercessione più decisa in seno all’Opec per aumentare la produzione del petrolio.

 

Ma proprio mentre l’orizzonte degli accordi di Abramo stava per ampliarsi, ecco che le dimissioni di Bennett aprono ora alcuni interrogativi sul futuro. Non è chiaro, per esempio, se la cooperazione commerciale e militare con il mondo arabo procederà spedita come era stato fino a ieri. Bennett è andato due volte negli Emirati, il possibile prossimo premier, Netanyahu, nemmeno una. In un libro di Barak Ravid, corrispondente di Axios, si ventilò persino che il giorno prima della firma degli accordi Bibi intendeva ripensarci. Persino il suo storico viaggio a Riad, nel novembre 2020, rimase segreto, sempre per sua volontà. La vecchia premura di Netanyahu a non spaventare troppo l’elettorato conservatore potrebbe essere un indizio su quel che sarà degli accordi.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.