L'ambasciatore italiano in Libia Giuseppe Buccino e l'inviato speciale Nicola Orlando con il generale Khalifa Haftar (foto Twitter)

meno soldati, più negoziati

La diplomazia italiana in Libia vuole “allungare la vita” a Dabaiba

Luca Gambardella

"Dal 21 giugno in poi il nostro alleato sarà debolissimo", dice un diplomatico europeo. Intanto Haftar rischia di essere condannato per crimini di guerra. Chi avrà il coraggio di stringergli ancora la mano?

L’Italia ha avviato un’offensiva diplomatica con l’obiettivo di allungare la vita al governo di Tripoli, abbastanza da scongiurare una nuova guerra aperta. L’inviato speciale della Farnesina per la Libia, l’ambasciatore Nicola Orlando, ha incontrato in questi giorni praticamente tutti i protagonisti della crisi libica. Fra gli altri, Abdehamid Dabaiba, primo ministro del governo di Tripoli, il rivale dell’est Fathi Bashagha e l’eminenza grigia dell’esecutivo della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar. Su questo giro di incontri la Farnesina mantiene il riserbo, limitandosi a riferire che Orlando è “impegnato in un lavoro sotto traccia”. Alcuni diplomatici europei hanno però riferito al Foglio che lo scopo di questi bilaterali è di farsi trovare pronti davanti a due scadenze molto delicate. La prima è quella del riconoscimento internazionale del governo di Tripoli, che scade il prossimo 21 giugno. Non è un passaggio scontato, perché la legittimazione di Dabaiba si basa su due pilastri: il sostegno offerto dalla comunità internazionale e quello garantito dalle milizie dell’ovest. Se una delle due venisse meno, sarebbe il caos. “Dal 21 giugno in poi, Dabaiba sarà debolissimo” , spiega al Foglio  un diplomatico europeo basato a Tripoli, “l’Italia sta mediando soprattutto fra Turchia ed Egitto per fare di lui un premier ‘a tempo’, in modo da guadagnare altre settimane o mesi per approvare la Costituzione e poi andare alle elezioni.  L’Italia appoggerà Tripoli finché sarà possibile, ma la situazione è molto fluida”. A rendere ancora più precaria la posizione di Dabaiba è la seconda scadenza, che preoccupa le cancellerie occidentali. A fine mese si concluderà il mandato dell’americana Stephanie Williams, la consigliera speciale delle Nazioni Unite che finora ha tenuto insieme i pezzi del dialogo fra est e ovest. Pare che gli americani avrebbero preferito confermare la Williams, ma l’opposizione del Cremlino li ha costretti a cercare un’alternativa. Nelle ultime settimane si sta vagliando il nome dell’ex ambasciatore tedesco in Libia, Christian Buck, ma è facile prevedere che, visto  il contesto della guerra in Ucraina, non sarà semplice trovare un consenso fra Russia e Stati Uniti. 

 

  

Gli sforzi italiani portati avanti nel massimo riserbo vanno di pari passo con il terzo e ultimo ciclo di incontri diplomatici in corso al Cairo e patrocinati dall’Onu. E’ lì che le fazioni libiche dell’est e dell’ovest discutono da mesi per redigere una Costituzione e arrivare alle famigerate elezioni, diventate una chimera praticamente dal momento stesso in cui sono state auspicate. Italia e Turchia chiedono che l’Egitto convinca l’alleato Haftar a depurare il governo di Bashagha dai ministri imposti dal generale. “L’Italia sta lavorando su questo punto, ma il generale non è ancora convinto perché teme di perdere diversi uomini-chiave dall’esecutivo”, riferisce al Foglio il diplomatico europeo. Anche di questo parleranno il premier Mario Draghi e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, nel bilaterale previsto per inizio luglio. Italia e Turchia continuano a contendersi il ruolo di “migliore amico” del governo di Tripoli, ma almeno dal punto di vista militare il confronto è sempre più favorevole ad Ankara. Ieri, il generale Francesco Paolo Figliuolo, capo del Comando operativo di vertice interforze dello stato maggiore della Difesa, ha fatto visita al contingente italiano di stanza a Misurata. La missione di aiuto sanitario è stata già ridimensionata – oggi restano 200 uomini nell’ospedale italiano – e si discute di uno smantellamento della task force, osteggiata da alcune milizie e ormai resa superflua dalla fine della guerra. Ritirare anche i nostri ultimi uomini dalla Libia sarebbe un vantaggio per i turchi, che da anni invece addestrano e armano le milizie che sostengono Dabaiba.      

  

Se esiste un problema di legittimità degli interlocutori a Tripoli, ce n’è un altro ancora più delicato nell’est della Libia. Negli Stati Uniti un magistrato ha chiesto di condannare Haftar nel processo che vede il generale della Cirenaica imputato per crimini di guerra e tortura. Non ha mai assistito a un’udienza e non ha mai risposto alle domande degli inquirenti, e tanto basterebbe per condannarlo, ha detto il magistrato che segue il procedimento. Il caso era stato portato davanti a una corte della Virginia dai parenti delle vittime degli abusi ordinati in questi anni da Haftar, che ha la doppia cittadinanza libica e americana. La sentenza definitiva arriverà fra una settimana e avrebbe notevoli implicazioni politiche. In caso di condanna sarebbe complicato per i diplomatici occidentali sedere allo stesso tavolo, stringere la mano e trattare con un condannato per crimini di guerra. 

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it