Il mercante

Erdogan mentre cambia nome alla Turchia si mette di traverso nella Nato per ottenere la Siria

Luca Gambardella

Il presidente turco mercanteggia tutto quello che può, anche con i russi. L'Alleanza atlantica prende tempo

Roma. Nel novembre del 2019, il senatore americano Bob Menendez sintetizzò il problema della Turchia nella Nato con un discorso molto duro: “I nostri alleati più forti dovrebbero essere quelli che condividono i nostri stessi valori”, disse il democratico nel suo intervento al Senato. “Quelli che lavorano con noi per affrontare minacce come la Russia e l’Iran, facendo fronte comune. Sfortunatamente, la Turchia di Erdogan non incarna nessuna di queste cose, e non dovrebbe e non potrebbe essere vista come un alleato”. Aaron Stein, direttore del think tank americano Foreign Policy Research Institute, ha scritto su War on the Rocks che alla base dei dissidi fra l’occidente e Ankara c’è sempre stato un fraintendimento: piuttosto che chiedere a Erdogan l’impossibile – condividere i nostri valori democratici – dovremmo invece “ammettere che le relazioni con Ankara sono transazionali, di interesse, che richiedono un impegno quasi costante per essere gestite”. 

 

Questo approccio realistico ha però un costo elevato per l’occidente, come dimostra l’ennesima prova ostruzionistica del presidente turco, che mercanteggia con Nato, Svezia e Finlandia per dare il via libera all’allargamento dell’Alleanza ai due paesi scandinavi. Quelle parole pronunciate dal senatore Menendez arrivavano a un mese dall’operazione Peace Spring, una delle quattro lanciate dai turchi contro i curdi nel nord-est della Siria tra il 2016 e il 2020 e che causò milioni di sfollati. La quinta missione, come annunciato da Erdogan  mercoledì scorso, sarebbe imminente. E sarà sotto il nome nuovo della Turchia, che da ieri è “Türkiye”, dopo che l’Onu ha accettato la richiesta di Ankara di un rebranding del paese fortemente voluto da Erdogan. 

 

“Creeremo una zona di sicurezza di 30 chilometri ai confini meridionali. Spazzeremo via i terroristi dalle aree di Tal Rifaat e Manbij in Siria. Poi faremo lo stesso in altre aree, passo dopo passo. Vedremo allora chi sosterrà le nostre legittime richieste e chi le ostacolerà”. Quello di Erdogan somiglia a un test da sottoporre a chi è già suo alleato, come la Francia di Emmanuel Macron, contro cui lunedì scorso ha scritto una dura invettiva sulle colonne dell’Economist; o chi invece vorrebbe diventarlo, come la Svezia e la Finlandia, accusati dai turchi di offrire rifugio ai golpisti gülenisti. Per Erdogan, quella contro il Pkk è invece legittima difesa contro un’entità inclusa sia dagli americani sia dall’Unione europea fra i gruppi terroristici. Se per diversi analisti il Rojava è per Erdogan ciò che l’Afghanistan è per gli Stati Uniti, chi avrà il coraggio di condannare la sua operazione in Siria?

 

Guardando la mappa e seguendo le sue parole, il presidente turco vuole attaccare a ovest dell’Eufrate, un’area controllata dai russi. Senza il via libera del Cremlino, l’operazione sarebbe impossibile, ma Mosca ha già dato il suo placet: il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha detto di “capire le esigenze della Turchia quando si parla di sicurezza” e il 30 maggio scorso Erdogan e  Putin si sono sentiti al telefono per discutere dell’operazione. Occupati dalla guerra in Ucraina, Tal Rifaat e Manbij – dove oggi vivono i curdi che erano fuggiti da Afrin dopo la precedente operazione turca del 2018 – potrebbero essere una moneta di scambio che i russi sono disposti a cedere in cambio del mantenimento della neutralità di Ankara. Lo scambio potrebbe essere perfezionato la settimana prossima, quando Lavrov andrà in visita in Turchia.

 

Nonostante le minacce di Erdogan, il segretario di stato americano  Blinken si è limitato a dirsi “preoccupato” per la stabilità della regione ma ha pure fatto intendere che il dialogo sulla Nato non salterà (per il momento). Così come le trattative per la vendita degli F-16 alla Turchia. Il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, ha annunciato che presto incontrerà le delegazioni di Turchia, Finlandia e Svezia. Pekka Haavisto, ministro degli Esteri di Helsinki, ha persino dichiarato di essere pronto ad acquistare i droni turchi. Infine, sia la Finlandia sia la Svezia hanno precisato di non avere mai imposto un vero embargo contro le armi turche, come lamenta invece Erdogan, ma di avere adottato più banalmente “un’analisi caso per caso” dei singoli acquisti. Insomma, per ora sono il realismo e la moderazione le chiavi che l’occidente vuole usare per disinnescare le resistenze turche e procedere con i negoziati sull’allargamento della Nato.

 

Un domani però, le cose potrebbero cambiare. Se Erdogan dovesse spingere la sua offensiva in Siria a est dell’Eufrate, verso Kobane, città simbolo della resistenza contro lo Stato islamico, o ancora oltre, gli Stati Uniti potrebbero reagire perché lì sono stanziate le truppe americane. Ma l’obiettivo, come ha ricordato Stoltenberg, per ora resta quello di sedersi il 29 giugno al tavolo del vertice Nato di Madrid con una soluzione che faccia contenti tutti.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it