Erdogan spiega perché la Nato non può fare a meno di lui. Può valere anche il contrario

Paola Peduzzi

La reale intenzione del presidente turco è dettare le condizioni per costringere l'Alleanza atlantica a dargli tutto quello che vuole

Recep Tayyip Erdogan, presidente della Turchia, ha pubblicato un articolo sull’Economist per spiegare perché si oppone all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. Tra le righe si legge la sua reale intenzione: dettare le condizioni per costringere l’Alleanza a dargli quello che vuole, per evitare il boicottaggio. La strategia del ricatto è la stessa utilizzata dall’Ungheria di Viktor Orbán nelle dinamiche dell’Unione europea, e questo fa dire a molti esperti che di fatto Ankara, proprio come Budapest, sta facendo un gran favore a Vladimir Putin – e si farà risarcire anche per questo. Se l’approccio è lo stesso, il peso specifico della Turchia all’interno della Nato è ben diverso da quello che ha l’Ungheria nell’Ue, e questo aumenta il potere di Erdogan, che pure, a livello generale, non sarebbe così rilevante: la Turchia è un paese in declino. 

 

Ma il presidente turco è molto deciso a far valere il suo voto sull’allargamento della Nato e lo fa pubblicando un articolo proprio sull’Economist: alla fine del 2019, Emmanuel Macron, presidente francese, disse proprio in un’intervista al magazine britannico che la Nato era in stato di “morte cerebrale” anche a causa della stessa Turchia, un alleato che conduceva un’offensiva autonoma in Siria dove il resto degli alleati difendeva altri interessi (Erdogan gli disse: controllati il tuo di cervello invece che pensare a quello della Nato). Due anni e mezzo dopo, il presidente turco prende la parola sull’Economist e dice a Macron e agli altri detrattori di non aver capito nulla della strategicità della Turchia, rivendica di essere membro della Nato da settant’anni, di essere una forza stabilizzatrice che si è spesa molto nelle missioni internazionali, quindi generosa, e di aver spesso ripetuto agli alleati le minacce in arrivo, ma di essere rimasto inascoltato. E qui inizia il ricatto che si fonda su due pilastri: non c’è eguaglianza dentro alla Nato, e molti considerano le proprie minacce alla sicurezza del loro paese superiori alle minacce che subisce la Turchia. Secondo pilastro: Ankara lotta contro il terrorismo, ma per voi altri alleati esiste soltanto un genere di terrorismo, e non ne comprendete altri. Erdogan va al fondo del problema che oggi la Nato ha con la Turchia: un’alleanza di difesa può esistere se non si condividono gli stessi valori di base? In controluce si vede l’approccio occidentale di questi ultimi decenni con le sue crepe: se stiamo negli stessi consessi, se dobbiamo collaborare per essere più sicuri, resteremo in pace e in equilibrio. Invece no: oggi esiste un embargo sulle armi da parte di molti paesi della Nato (tra cui Svezia e Finlandia) contro un paese che pure fa parte della Nato, la Turchia.

 

E questa dissonanza è dovuta ai curdi del Pkk, che secondo Ankara sono dei terroristi da combattere, contenere ed eliminare mentre in altri paesi della Nato vengono accolti e anzi eletti nelle proprie istituzioni. Si può continuare a convivere? Sì, dice Erdogan, ma soltanto se mi date quel che voglio: estradate i curdi che avete accolto (ha mandato un elenco, la Finlandia dice che uno della lista è morto sette anni fa, un altro non vive in Finlandia, insomma è un elenco problematico), levate l’embargo delle armi, e lasciatemi comprare i mezzi, soprattutto i cacciabombardieri americani, di cui ho bisogno per mantenere la sicurezza della Turchia. La Nato è disposta al negoziato, anzi cerca di minimizzare le minacce turche: la guerra di Putin in Ucraina costringe tutto l’occidente a una strategia di compensazione che va dall’energia, al grano fino ai rapporti diplomatici. Dobbiamo proprio farlo? La risposta per ora è sì, è più conveniente, e conviene trovare un accordo prima del vertice di Madrid della Nato a fine giugno per evitare uno scontro pubblico che farebbe piacere soltanto a Putin. Molti si augurano che le concessioni non siano alte come quelle a Budapest, ma la barra è posta in alto, perché l’ingresso di Finlandia e Svezia è molto rilevante. Non foss’altro perché, al contrario di quanto sostiene Mosca, Putin ha invaso l’Ucraina non perché questa voleva entrare nella Nato, ma proprio perché non faceva parte della Nato.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi