Globalizzazione, guerra e libertà

Seguire il modello Musk per capire il futuro della guerra di Putin

Claudio Cerasa

La risposta dell'Occidente alla guerra in Ucraina non passa solo dalla risposta compatta dei paesi della Nato, ma anche dalla reazione dei campioni della globalizzazione che hanno scelto di mettere la propria potenza di fuoco al servizio della difesa della libertà, come ha fatto il fondatore di Tesla con la sua Starlink

E se la chiave giusta per capire qualcosa di più sul futuro della guerra fosse non tanto la rivalità tra la Nato e la Russia quanto la rivalità tra Musk e Putin? Nel nuovo ordine mondiale determinato dall’aggressione all’Ucraina esistono due lenti di ingrandimento che si possono utilizzare per osservare le principali trasformazioni prodotte dalla violenza putiniana. La prima lente è tutta politica e consente di mettere a fuoco la sorprendente e sostanziale unità di intenti sfoderata dalla stragrande maggioranza dei paesi che indossano il cappello della Nato, che hanno messo le proprie risorse, le proprie economie e le proprie armi al servizio di una causa sovranazionale: la difesa dell’Ucraina. La seconda lente, meno indagata, non ha a che fare con la politica ma con una sostanziale unità di intenti sfoderata dai principali campioni della globalizzazione, che hanno scelto di mettere la propria potenza di fuoco, e i propri quattrini, al servizio di una causa anch’essa sovranazionale e niente affatto retorica: la difesa della libertà.

 

La difesa della libertà, naturalmente, oggi passa anche dalla difesa dell’Ucraina, passa dalla lotta contro la Russia e passa da una svolta per così dire culturale che riguarda i capi delle grandi multinazionali e che  potrebbe essere una delle caratteristiche del nuovo ordine mondiale determinato dalla guerra di Putin: far coincidere  la tutela del libero mercato con la tutela delle democrazie liberali (vecchio incubo non a caso anche del protezionismo modello Trump). Per molti anni, per evitare di alienarsi mercati potenzialmente fecondi, i campioni della globalizzazione hanno tentato in tutti i modi di rimanere neutrali di fronte alle limitazioni della libertà, ma la guerra in Ucraina ha costretto le grandi aziende mondiali, le cui capitalizzazioni valgono spesso come quelle degli stati sovrani, a fare una scelta di campo, a schierarsi, a mettersi in gioco, a poggiare i propri stivali sul terreno e a mostrare ai nemici della democrazia liberale una conseguenza ulteriore relativa ai propri crimini di guerra: cosa si rischia a disconnettersi dal mondo sviluppato, cosa si rischia a scommettere su un’economia autarchica e cosa significa sperimentare l’alternativa al benessere veicolato dalla globalizzazione. Da questo punto di vista, il vero simbolo della sfida economica a Putin coincide con il volto di Elon Musk, capo di Tesla, l’uomo più ricco del mondo, che da settimane ha sfidato Putin non solo fisicamente (arti marziali) ma anche militarmente. Da due settimane, Musk ha messo a disposizione dell’Ucraina, e del suo governo, una tecnologia di nome Starlink, un sistema di connessione internet dotato di tecnologia satellitare in grado di far arrivare la banda ultra-larga a bassissima latenza, grazie al quale ogni giorno circa 100 mila persone possono connettersi a internet nonostante i danni creati dalle bombe alla rete in Ucraina, e negli ultimi giorni Musk ha inviato anche generatori per fornire elettricità alle aree ucraine le cui infrastrutture sono state distrutte dalle bombe di Putin. L’invasione dell’Ucraina ha posto fine alla globalizzazione come la conosciamo, ha detto due giorni fa Larry Fink, numero uno di BlackRock, la principale società di investimenti globale. Ma il passaggio da una stagione all’altra della globalizzazione potrebbe non essere una notizia negativa se le catene di approvvigionamento verranno davvero aggiornate, se il protezionismo sarà davvero archiviato, se le dipendenze dai paesi canaglia verranno davvero riviste, se la tutela del libero mercato e la ricerca del profitto si ritroveranno a essere sempre di più un arsenale utile per difendere i princìpi non negoziabili di una democrazia liberale. La diplomazia è importante, le sanzioni pure, le armi non ne parliamo, ma la chiave giusta per capire qualcosa di più sul futuro della guerra in fondo è anche questa. E’ nello scontro tra Musk e Putin. E nella scommessa che i russi siano disposti non a sopportare la vita in guerra ma a sopportare la vita in  un mondo non globalizzato.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.