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La guerra ci ha insegnato che la globalizzazione non è un problema ma la soluzione

Claudio Cerasa

Le nostre armi contro Putin mettono in luce una verità: la libertà non è che la continuazione dei mercati globali, con altri mezzi

Il generale Carl von Clausewitz, in un famoso aforisma, sosteneva, con buone ragioni, che la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi, e la storia gli ha dato ragione. Parallelamente, però, si può dire che l’aggressione di Vladimir Putin in Ucraina, arrivata al suo ottavo giorno, ci mostra plasticamente un altro lato della medaglia, che il generale von Clausewitz forse avrebbe apprezzato: la libertà non è che la continuazione della globalizzazione con altri mezzi.

Gli anni della pandemia ci hanno ricordato che di fronte ai grandi drammi del mondo la globalizzazione non è mai parte dei problemi ma è quasi sempre parte delle soluzioni e basti pensare, in fondo, al modo in cui sono stati prodotti i vaccini per rendersi conto che ruolo strategico abbia svolto il mercato globale nel finanziare la ricerca per la creazione, la produzione e l’approvvigionamento di vaccini efficienti. Le settimane della guerra, parallelamente, sono lì a ricordarci una verità non troppo diversa e se vogliamo persino simmetrica. La pandemia ha dimostrato che la globalizzazione, specie quando agisce in una logica di collaborazione virtuosa con lo stato, può salvare le vite, e anche il nostro benessere. L’aggressione di Putin è invece lì a dimostrarci che la globalizzazione può aiutare in modo efficace a difendere le nostre democrazie e le nostre libertà.

 

Per rispondere alla violenza di Putin, in fondo, l’occidente libero, prima ancora di preoccuparsi di come armare l’esercito ucraino, ha trasformato la globalizzazione in un formidabile asset per provare ad arginare le autocrazie. Con le sanzioni si fa crollare la Borsa. Con lo Swift si colpiscono le banche. Con le restrizioni si chiude il mercato. Con le limitazioni si interrompe il commercio. Con i divieti si impedisce la libera circolazione delle merci. Con le proibizioni si scommette sulla rivolta contro il despota del tessuto sociale più globalizzato della Russia. Escludere progressivamente Putin dalla globalizzazione è l’arma più forte di cui dispone oggi l’occidente per difendere la libertà dell’Ucraina e in fondo l’aspirazione a diventare parte dell’Unione europea da parte del presidente ucraino  Zelensky è un’esaltazione di quello che è forse il modello più riuscito anche se non ancora compiuto di globalizzazione: l’Europa, con il suo mercato di opportunità, di crescita, di protezione, di diritti.

 

E’ l’arma dell’espulsione della Russia dalla globalizzazione quella che può ostacolare la capacità di Putin di finanziare la sua guerra in Ucraina, soprattutto se dovrà fare i conti con una lunga resistenza. E’ l’arma della globalizzazione che potrebbe minacciare Putin al suo interno, soprattutto se gli oligarchi russi si sentiranno aggrediti nella propria libertà economica. E’ l’arma della globalizzazione, della concorrenza, del mercato, della diversificazione delle fonti di approvvigionamento che potrebbe a poco a poco proteggere l’Europa dalla dipendenza da Gazprom, e dal gas russo, nella consapevolezza che l’Europa oggi ha bisogno del gas russo ma che il principale produttore di gas russo, Gazprom, ha un fatturato che dipende al 67 per cento dal mercato europeo. E’ l’arma della destabilizzazione della globalizzazione che potrebbe spingere la Cina, che ieri insieme ad altri 34 paesi si è astenuta in sede di Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla risoluzione di condanna della Russia per l’invasione dell’Ucraina, a svolgere un ruolo diverso rispetto a quello del paese complice di Putin, perché l’ambizione della Cina non è distruggere la globalizzazione ma è guidarla, dominarla, usarla a suo vantaggio. Tutti piccoli indizi, piccoli dettagli, piccole storie che nelle ore in cui l’Ucraina è lì a ricordarci che la difesa della propria sovranità non ha nulla a che fare con il sovranismo ci mette di fronte una verità che meriterebbe di essere studiata: la libertà, anche in tempi di guerra, non è che la continuazione della globalizzazione con altri mezzi.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.