Chi ha convinto Putin della guerra lampo all'Ucraina

Micol Flammini e Paola Peduzzi

Il circolo dei fedelissimi del presidente russo è molto piccolo e insulare. È tra di loro che è nata la convinzione che l’invasione fosse una mossa vincente dai risultati rapidi

  

Sergei Shoigu gode dal 2012 di moltissimo successo. Ministro della Difesa russo, amante della pesca e della caccia come Putin (vanno spesso in Siberia assieme, Shoigu non si mette però a torso nudo), ha guidato l’invasione della Russia in Siria e poi quella in Donbas e in Crimea, con conseguente annessione. Originario della regione di Tuva, vicino al confine con la Mongolia, con madre ucraina, Shoigu è arrivato a Mosca mentre l’Urss si stava dissolvendo, e grazie alla sua formazione di ingegnere si fece conoscere dall’establishment post sovietico diventando ministro per le Emergenze, una posizione che prima di lui non esisteva. Negli anni Novanta si conquistò la popolarità presentandosi nei luoghi dei disastri naturali e no, con il suo fare energico ed efficiente, con una squadra di uomini ben formata sui salvataggi e molto apprezzata.

 

Nel 1999, al suo esordio politico, Putin scelse Shoigu come uno dei leader del suo partito, Russia Unita, lo fece girare per il paese per costruire e consolidare la base elettorale e lo rese uno dei suoi alleati più fedeli: fece comunque un certo scalpore la scelta di Putin nel 2012 quando nominò Shoigu ministro della Difesa, lui che non aveva mai avuto nulla a che fare con la carriera militare e quindi non aveva molta presa (se non nessuna) sull’esercito. Ma Shoigu prese sul serio questo incarico e cominciò dai dettagli: eliminò gli abiti civili imponendo a tutti l’uniforme (si va vestiti per la battaglia non per andare in ufficio, diceva) e nel 2017 fece ridisegnare  l’uniforme russa riprendendo quella del 1945, l’uniforme dei vincitori. Oggi immagini di Shoigu che non sia in uniforme sono difficili da trovare: i cremlinologi dicono che il suo riferimento cultural-militare è Georgy Zhukov, il maresciallo di campo di Stalin durante la Seconda guerra mondiale.

  

La rivoluzione di Shoigu non è stata soltanto cosmetica: ha alzato lo stipendio ai soldati, ha reso impossibile per i giovani russi evitare il servizio militare, ha introdotto tecnologie innovative anche a livello di cyberguerra e ha così mostrato a Putin, che aveva sempre preferito i servizi segreti all’esercito, che poteva fidarsi dell’efficienza del suo apparato militare. Le operazioni guidate da Shoigu in Siria e in Crimea furono suggellate nel 2019 da un’esibizione itinerante di mezzi e armi trasportati in treno da Mosca e Vladivostok (e in Crimea) accolti da manifestazioni festanti organizzate dallo stesso Shoigu. Era il modo non soltanto di dimostrare la forza dell’esercito, ma anche di dire al capo: il popolo ci ama. Così il ministro ha potuto godere di un budget sempre più grande e degli investimenti di molti oligarchi che, contenuti nei loro affari dalle sanzioni occidentali, hanno iniziato a riversare le loro risorse nella ricostruzione tecnologica dell’esercito. L’obiettivo di Shoigu è stato così raggiunto: Putin si è fidato dell’esercito e dell’approccio che gli americani definiscono “the bigger the better” del potere militare e ha deciso di invadere l’Ucraina. La scommessa della guerra-lampo era di Shoigu: era sbagliata.

  

Ministro degli Esteri da diciotto anni, Sergei Lavrov è il funzionario più longevo del regime di Vladimir Putin, il diplomatico che tutti in occidente conoscono, di cui ognuno ha un aneddoto da raccontare (spesso ha a che fare con le mille sigarette che fuma Lavrov, ma per i russi è una fake news pure questa: l’agenzia Tass ha detto che il ministro non è più un fumatore incallito, fuma due sigarette al giorno, al massimo) e che pure nessuno è riuscito a decifrare. Anzi, per molto tempo i suoi sorrisi, il suo modo informale di rivolgersi ai colleghi – maturato negli anni da ambasciatore all’Onu, dove lo mandò Boris El’cin nel 1994, quando la Russia cercava, voleva, forse addirittura desiderava il dialogo con l’occidente – e la sua stazza imponente hanno ammaliato le feluche di questa parte di mondo, convincendole che quelli fossero segnali di amicizia e collaborazione. L’incantesimo è durato per moltissimo tempo, anche se i sorrisi sono stati sostituiti, in modo visibile e brusco, dal sarcasmo, dall’insofferenza, dal disprezzo: se c’è una cosa che Lavrov, come lo stesso Putin, può dire è che ce l’aveva detto quali fossero le ambizioni della Russia.

 

Nato a Mosca nel 1950 (rinunciò al cognome del padre armeno, Kalantaryan, a favore di quello della madre), Lavrov si è formato alla scuola di Relazioni internazionali dell’Urss, dice di essere un diplomatico “pragmatico, non credo nell’ideologia nei rapporti tra paesi”: il 14 febbraio, a dieci giorni dall’invasione russa, Lavrov rispose a Putin che gli chiedeva se c’era una soluzione diplomatica all’aggressione continua dell’occidente (i carri armati russi e i 130 mila soldati russi erano alle porte dell’Ucraina almeno da dicembre) che non si poteva continuare a discutere di cose che avrebbero dovuto essere risolte da tempo, ma che sì, “devo dire che c’è sempre una chance”.

   

Quell’intervento fu preso ancora una volta nel modo sbagliato: Lavrov non vuole la guerra, la guerra non ci sarà. Quando poi l’invasione ci fu, alcuni dissero che il ministro era stato estromesso e tenuto all’oscuro, che era già da tempo lontano dal cuore di Putin, un uomo infelice e forse anche alcolizzato. Altri dissero il contrario: questo è Lavrov, l’incarnazione della doppiezza russa.

    

Il ministro degli Esteri riesce a tenere insieme il suo parlare schietto e le più grandi menzogne del regime (“non c’è nessuna invasione in Ucraina”, ha detto ancora una settimana fa, “i lamenti occidentali sono patetici” ha aggiunto riferendosi alle bombe sull’ospedale di Mariupol). Questa sua natura doppia camuffata da abilità diplomatica gli ha consentito di avere una seconda famiglia (ha ufficialmente da cinquant’anni una moglie) a Londra, nella famigerata Londra dove oggi si chiede di combattere i russi sul campo, con l’amante Svetlana Polyakova spesso in giro con lui nelle visite ufficiali (si frequentano dall’inizio degli anni Duemila) e fonte primaria dei lussi che il mondano Lavrov, con la figlia ufficiale che ha studiato a Londra e a New York, prodotto purissimo dell’occidente, ama concedersi.    

  

C’è uno yacht che non trova pace nei porti europei. Si chiama Amore Vero, ma è un secondo nome, quello originario della nave di ottantasei metri, con otto cabine, una piscina che si trasforma in eliporto era St Princess Olga. Cambiare nome a una barca non è di buon auspicio, ma quando una storia di amore finisce male, e il nome di questo amore è ben dipinto sulla fiancata di una nave, a volte non si può fare altrimenti. La principessa Olga secondo la testata russa Novaya Gazeta, era Olga Rozhkova, seconda moglie di Igor Sechin. Il matrimonio è finito e ora Amore Vero è stato sequestrato a Marsiglia in seguito alle sanzioni occidentali alla Russia per l’invasione dell’Ucraina.

 

Igor Sechin è il capo della compagnia petrolifera statale Rosneft, l’uomo che lega gli affari economici e militari della Russia. Il petrolio che Rosneft fornisce al mondo è una risorsa geopolitica, nel 2020, le sue  entrate  hanno fruttato  1,8 trilioni di rubli al governo russo. Il Guardian ha fatto i conti, stimando che quel denaro sarebbe stato sufficiente per finanziare circa il 40 per cento della spesa militare annuale. Secondo alcuni, Sechin sarebbe il secondo uomo più importante della Russia e con il primo, Vladimir Putin, ha creato un rapporto ormai antico e di collaborazione strettissima.

 

Sechin non viene dall’élite finanziaria della Russia, non è un oligarca, è un membro dei siloviki, gli ex dei servizi di sicurezza russi che nei vent’anni di Putin hanno soppiantato il potere politico degli oligarchi. Sechin è di San Pietroburgo, come il presidente russo, ha studiato francese e portoghese all’Università dell’allora Leningrado e ha lavorato come interprete per l’esercito in Angola e Mozambico. Il suo rapporto con Putin però nasce ai tempi in cui  era uno degli uomini  del sindaco Anatoli Sobchak nonché  vicesindaco e Sechin era uno dei confidenti del futuro presidente nonché capo di gabinetto. Quando Putin arriva al Cremlino, Sechin lo segue. Anzi, Putin lo porta con sé e comincia ad affidargli le questioni che riguardano i servizi di sicurezza e il settore energetico russo: due ambiti che il putinismo ha reso sempre più uniti e  centrali.

 

La storia di Sechin, che dopo gli anni al Cremlino viene mandato a dirigere Rosneft, racconta bene come Putin ha cambiato i suoi rapporti con il mondo dell’élite finanziaria russa. Ha instaurato un contratto non scritto, ma ben impresso nella mente degli oligarchi, che prevede la divisione netta tra denaro e politica: il presidente russo ha lasciato liberi gli oligarchi di incrementare la loro ricchezza, a patto che si allontanassero dalla politica. Putin, meglio di chiunque altro e con Sechin accanto, ha visto come gli oligarchi dal nulla hanno creato un presidente, cioè lui, spodestandone un altro, Boris El’cin, e l’attuale presidente ha indebolito la loro presa sul Cremlino. Gli oligarchi che hanno rotto questo patto ne hanno subito le conseguenze e Mikhail Khodorkovsky è stato uno di questi. Il miliardario russo sceso in politica ha visto come la Rosneft in mano a Sechin ha inghiottito la sua Yukos, azienda petrolifera nata dalla fusione di due società sovietiche. Khodorkovsky faceva parte di quel gruppo di uomini, tutti piuttosto giovani, che all’inizio degli anni Novanta aveva messo le mani sulla ricchezza della Russia sovietica ormai crollata. Sechin è l’uomo che ha lottato contro quegli uomini, il più grande rappresentante di una burocrazia cleptocratica incollata al potere di Putin. 

   

Nel suo bunker pandemico, Vladimir Putin non era solo. C’era una persona che era stata autorizzata a trascorrere i giorni, i mesi, le serate con lui: Yuri Kovalchuk. Il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, durante una delle ultime conversazioni con il presidente russo era rimasto sbalordito da quanto poco Putin pensasse al presente e nei suoi discorsi approfittasse sempre per impartire qualche lezione di storia sulla Russia vittima di un occidente sciacallo.

 

Kovalchuk è l’uomo con cui Putin parla del passato, è colui che ha accompagnato quella che, secondo alcuni, è l’involuzione storica del presidente che non si è interessato alla pandemia, non si interessa di economia, ma ha solo un’ossessione: la rappresentazione delle glorie russe, alle quali i due, Putin e Kovalchuk, hanno probabilmente dedicato le loro conversazioni. Dalle loro chiacchierate è forse nato anche il saggio in cui Putin ha spiegato al mondo le origini comuni di russi e ucraini, il primo segnale allarmante.

 

Kovalchuk è l’azionista di maggioranza di Rossiya Bank, lo scorso anno ha anche comprato molte quote del social VKontakte, e ha  una grossa partecipazione nella compagnia assicurativa fondata da Gazprom, Sogaz. E’ pietroburghese, ormai un segno distintivo del putinismo, ma Kovalchuk avrebbe allontanato uno a uno tutti gli altri collaboratori del presidente: neppure Igor Sechin, presidente di Rosneft, ha libero accesso al presidente. Kovalchuk è un fisico, ha lavorato con il premio Nobel Zhores Alferov e con il tempo ha abbandonato la scienza per darsi all’ideologia.

 

Mikhail Zygar, giornalista russo e autore del libro “Tutti gli uomini del Cremlino”, descrive così i parametri del pensiero di Kovalchuk: “Una visione del mondo che combina misticismo cristiano ortodosso, teorie del complotto antiamericane ed edonismo”. Putin e Kovalchuk credono che la Russia sia stata schiacciata dall’occidente e ora è arrivato il momento di reagire. Ma Mosca è in un periodo di grande fragilità economica e forse gli altri collaboratori che Putin ha evitato o maltrattato sarebbero stati più in grado di Kovalchuk di fargli capire che una guerra può solo indebolire ancora di più il mondo e soprattutto il suo paese.

 

Oggi sono compagni di ideologia, un tempo Kovalchuk e Putin sono stati compagni d’affari: misero su la cooperativa immobiliare Ozero, che vuol dire lago, perché era attiva nella zona del lago Komsomolsk, dove sia il futuro presidente sia il suo futuro consigliere avevano una dacia. Nel 1996 Putin aveva appena costruito la dacia, mentre si stava riposando nella sua banya, la sauna, vide che la casa andava in fiamme. Si precipitò a recuperare dei soldi che aveva all’interno, fuggì da un balcone prima di bruciare con la casa. Mentre mezzo nudo guardava le fiamme, che il suo vicinato anche aveva notato, capì che avrebbe potuta ricostruirla in fretta: anzi, ricostruirne molte in fretta. Della cooperativa, sanzionata nel 2014, facevano parte anche Vladimir Yakunin, poi a capo delle ferrovie statali russe e Andrei Fursenko, altro uomo di Putin al Cremlino. Tutti avevano fallito in qualcosa, tutti si ritrovarono legati a un uomo, che dopo aver sbagliato a San Pietroburgo pensava di aver chiuso la sua carriera politica e invece si ritrovò presidente.

   

Nikolai Patrushev, segretario del Consiglio di sicurezza russo, è l’uomo che ha scoperto Vladimir Putin. I due hanno la stessa età (Patrushev ha qualche mese in più), hanno fatto carriera dentro al Kgb, ora Fsb, pur se la scuola di formazione è diversa – Putin a Mosca, Patrushev a Minsk: questa sua esperienza ai confini dell’Urss ha sempre fatto molto discutere, è la macchia irrisolta dei suoi primi passi nell’establishment  – e Patrushev, che fin da subito aveva avuto una predilezione per la gestione delle risorse umane dentro ai servizi segreti, decise di spostare un suo brillante collega da San Pietroburgo alla capitale cambiandogli di fatto la vita: quel collega era Putin. Da quel momento il sodalizio è diventato decisivo: quando Putin viene nominato primo ministro nel 1999, lascia il suo posto da direttore dell'Fsb a Patrushev e ogni crisi, ogni gioco di potere è guidato da questo tandem, nella buona e nella cattiva sorte, come quando molti vollero la testa di Patrushev dopo la strage di Beslan, in Ossezia, e Putin non la concesse. Nel 2008, quando Putin non poté correre per il suo terzo mandato consecutivo (nel frattempo la Costituzione è stata modificata), molti pensarono che il suo successore sarebbe stato proprio Patrushev e quando invece fu scelto Dmitri Medvedev, i cremlinologi credettero che quello fosse il segnale della fine del sodalizio. Si scoprì che le cose non stavano così: Medvedev era un presidente-fantoccio, il potere restava comunque a Putin, ora primo ministro, e Patrushev rimase a capo del Consiglio di sicurezza trasformandolo in quello che è considerato uno stato nello stato, il posto in cui si prendono le decisioni – in tandem. 

    
Già dall’inizio degli anni Duemila, quando Putin sembrava propenso a un dialogo con l’occidente, Petruschev segnalava la sua preferenza per quelli che lui chiama “i valori tradizionali”, cioè la creazione di un mondo “multipolare” antiliberale con una sfera di influenza guidata dalla Russia: lo ha ripetuto in tutte le interviste che ha rilasciato nell’ultimo decennio. L’invasione russa in Ucraina è l’atto finale di questa sua mobilitazione ideologica contro il glavniy protivnik, il grande avversario, cioè l’America.

 

La retorica dell’accerchiamento cui fa riferimento la leadership russa è stata circostanziata, si fa per dire, da Patrushev attraverso molte teorie del complotto, dalla bioguerra americana contro i cittadini russi fino alla (incredibile) strategia di strozzamento economico che l’occidente starebbe conducendo, secondo Patrushev, da anni in Ucraina. Se c’è quindi stato un calcolo sbagliato da parte del Cremlino – e c’è stato – buona parte della responsabilità ricade su questo religiosissimo agente dei servizi sovietici cresciuto a Leningrado in una famiglia di militari, che era in classe con Boris Gryzlov, attuale ambasciatore russo in Bielorussia, che ha una grande casa nella zona verde a nord di Mosca, il Serebryany Bor, dove abita buona parte della nomenklatura, che ha sempre sognato di diventare lo Yuri Andropov di questo secolo. 

 

 

"Parli chiaro, Sergei Yevgenevich!”. Durante lo spettacolo feroce e assurdo che Vladimir Putin ha offerto al mondo per mostrare come aveva intenzione di cambiare confini ed equilibri internazionali, il presidente russo ha scelto una vittima: Sergei Naryshkin, il capo dell’Svr, l’intelligence esterna. La riunione del  Consiglio di sicurezza ha mostrato una trasparenza che sapeva di beffa, dal momento che chi era presente non si è neppure premurato di nascondere i dettagli che rivelavano che tutto era stato già deciso sul riconoscimento dell’indipendenza di Luhansk e Donetsk, il passo prima della guerra.

 

 

Il primo segnale che la riunione era stata registrata lo hanno offerto gli orologi di chi era presente ed era chiaro che dell’opinione di un Naryshkin, che suggeriva di riprovare ancora con i negoziati, al presidente non importava granché. Il capo dell’Svr è un ex ufficiale del Kgb, come Putin, è nato a Leningrado, come Putin, e i due hanno lavorato a San Pietroburgo, ai tempi del sindaco Anatoli Sobchak. Il potere del presidente russo si è formato in quegli anni, quando ancora non sapeva che si sarebbe ritrovato al Cremlino e  tramava per qualche ruolo più importante, ma sicuramente minore. Naryshkin poi ha seguito Putin a Mosca, è un lealista, un conservatore, e il suo nome è girato spesso come possibile erede del presidente. Putin non vuole eredi o delfini, non vuole essere sostituito e ha messo tutti i suoi collaboratori nelle caselle giuste per far in modo di rimanere presidente più a lungo possibile.

 

Naryshkin è stato messo non soltanto a gestire i servizi, ma anche a capo della Società storica russa. Da lì passa la propaganda, da lì passa la riscrittura della storia, e questo è uno dei progetti più cari al Cremlino. E così Naryshkin negli anni si è trasformato in uno dei megafoni delle finte verità di Mosca: Navalny sarebbe stato avvelenato dai servizi occidentali; Zelensky avrebbe occupato l’Ucraina come i nazisti: la Guerra fredda non esiste perché la Russia è sotto attacco. Tutte queste idee, Naryshkin aveva il compito di farle penetrare anche in Ucraina, così la popolazione avrebbe aperto le braccia ai russi liberatori, ma non c’è riuscito e oggi anche nelle zone abitate da russofoni ci si ribella all’arrivo dell’esercito di Mosca.  

 

A guardare il passato, Naryshkin di carriera politica ne ha molta più Putin, è stato anche segretario del Komsomol di Leningrado, ma in Russia le cose sono andate in modo diverso e un esperto si è trasformato in un propagandista che ora rischia anche il posto: la guerra non va secondo i piani, c’è bisogno di un capro espiatorio. C’è un’altra cosa in cui Naryshkin differisce molto dagli altri, oltre alla fama da uomo colto e raffinato: la sua famiglia, ha fama di essere uno dei pochi monogami della cerchia putiniana. E’ sposato con Tatiana Yakubchik, bielorussa, conosciuta all’università, un’informatica. Hanno due figli, Andrei e Veronika, lei è una nuotatrice, come suo padre, ma diversamente da lui ha preferito lo sport alla politica, anche se i due campi in Russia ormai sono incatenati l’uno all’altro, ed è allenatrice della Federazione russa di nuoto.

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