Foto LaPresse / Alexander Zemlianichenko Jr 

Con i bielorussi che dicono: la guerra di Putin non è la nostra

Micol Flammini

Aljaksandr Lukashenka ha rilasciato dichiarazioni contrastanti sull’ingresso delle truppe bielorusse in guerra e l’operazione in Ucraina non decolla. I soldati si rifiutano di combattere, alcuni hanno attraversato il confine, ma non sono mai arrivati ai posti di combattimento

Cracovia, dalla nostra inviata. Di chi è questa guerra? L’obiettivo dell’invasione russa ai danni dell’Ucraina rimane incomprensibile a chi è chiamato a portarlo avanti. Se non lo capiscono i soldati russi, per i soldati bielorussi è ancora più inafferrabile. Quindi si rifiutano di combattere una guerra che è vista come qualcosa di personale: per Putin per imporre la sua potenza, per Lukashenka la propria sopravvivenza. 

  

Anatoli – nome di  fantasia, preferisce rimanere anonimo – è un attivista bielorusso che è andato via dal suo paese prima del 2020, prima delle elezioni, prima delle proteste soffocate dal dittatore di Minsk. In questi due anni ha aiutato politici, attivisti, studenti a lasciare la Bielorussia e adesso dice di essere molto preoccupato per i soldati di Minsk.

 

Aljaksandr Lukashenka ha rilasciato dichiarazioni contrastanti sull’ingresso delle truppe bielorusse in guerra e l’operazione in Ucraina non decolla. I soldati si rifiutano di combattere, alcuni hanno attraversato il confine, ma non sono mai arrivati ai posti di combattimento: “Non vogliono scontri”. I motivi sono due. Iniziamo da quello meno idealista: sanno che l’esercito ucraino è più forte, si è allenato in questi ultimi otto anni di guerra nel Donbas, è preparato e anche ben armato. Poi c’è l’altro, quello per cui i bielorussi protestano: “Non c’è nessun motivo per combattere contro gli ucraini”. 

 

Piccole unità dell’esercito di Minsk che erano arrivate in Ucraina sono state rimpatriate, ma tra i soldati c’è chi ha deciso di fuggire e anche gli ufficiali sono divisi. Alcuni sono fedeli al dittatore, altri invece credono che un intervento bielorusso potrebbe essere troppo rischioso. Sui social nei giorni scorsi girava il video di un tenente colonnello che diceva che i soldati di Minsk non sarebbero mai tornati a casa vivi: “Questa non è la nostra guerra … a volte dire ‘no’ richiede più coraggio”. Anatoli dice che non ha potuto verificare se il video sia vero, è stato pubblicato da uno dei collaboratori di Svjatlana Tikhanovskaya, la leader dell’opposizione che vive in esilio in Lituania, ma conferma che “nessuno in Bielorussia crede sia la nostra guerra”. Alcune fonti gli hanno raccontato che non sono soltanto i soldati a fuggire, anche alcuni ufficiali avrebbero lasciato la Bielorussia. L’esercito, secondo queste informazioni, non è più compatto dalla parte di Lukashenka, ma i servizi segreti continuano a esserlo. Gli sgherri del Kdb cercano gli attivisti nei paesi confinanti e c’è da immaginarsi che con i disertori dell’esercito la ricerca potrebbe essere ancora più spietata e Anatoli non esclude che qualche soldato potrebbe anche tentare di arrivare in Polonia. 

 

Le città polacche sono diventate un grande rifugio, lo sono state per i bielorussi quando iniziava la repressione di Lukashenka, lo sono per gli ucraini che scappano dalla guerra, molti con l’illusione negli occhi di poter tornare presto indietro – c’è chi affitta un albergo per qualche notte e chi cerca un appartamento per qualche mese – e adesso lo è di nuovo anche per la Bielorussia che non soltanto protesta contro questa guerra, ma non la vuole neppure combattere. “Due settimane fa il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto ai bielorussi di svegliarsi, di non entrare in guerra e di protestare per la libertà. Qualcuno dei nostri si è lamentato del fatto che Zelensky sembrasse non sapere cosa hanno rischiato i bielorussi in questi anni, eppure le sue parole sono suonate come una sveglia”. Dice Anatoli che uno dei controsensi che trova in questa guerra è che viene venduta come un’operazione per aiutare i fratelli ucraini: “E’ vero siamo fratelli e infatti questo è un fratricidio”. 

   
Se i bielorussi non vogliono combattere la guerra di Lukashenka e Putin, c’è chi invece vuole unirsi agli ucraini, per stare dall’altra parte del fronte: con Kyiv. Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha detto che hanno fatto richiesta per entrare nella legione internazionale dell’Ucraina già più di ventimila persone da cinquantadue paesi. I bielorussi ci sono e sono già più di cento.

 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)