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Il referendum di Minsk per diventare l'avamposto nucleare di Putin

Micol Flammini

Oggi in Bielorussia si chiede ai cittadini di cambiare la Costituzione e lasciare Lukashenka al potere fino al 2035. Ora il dittatore è un alleato del Cremlino con un arsenale che non ha mai smantellato 

Vladimir Putin ha proposto di mandare una delegazione russa a Minsk per negoziare con l’Ucraina. Non vuole altri mediatori, solo la Russia, l’Ucraina e la Bielorussia. In poche parole: Kyiv contro tutti, perché Putin e Aljaksandr Lukashenka sono alleati. Minsk è stata il centro dei negoziati anche otto anni fa, quando era scoppiata la guerra del Donbas, ma il dittatore bielorusso all’epoca voleva mostrare la sua neutralità, anzi, spesso faceva anche qualche dispetto a Putin, come quando andò a Kyiv per l’insediamento di Petro Poroshenko, il primo presidente ucraino dopo la rivolta di Euromaidan. Lukashenka è sempre stato un autocrate, non è mai stato invece un europeista e un occidentalista, ma negli anni precedenti alla sua ultima trasformazione si è mosso come meglio gli sembrava conveniente.

 

Ora che ha un popolo che lo vuole buttare giù, sta con Putin, l’unico che potrebbe aiutarlo a reprimere i bielorussi. A Minsk si vota per un referendum, una promessa che Lukashenka aveva  fatto ai suoi cittadini per calmare le proteste del 2020, dicendo che dopo il referendum avrebbero riavuto le loro elezioni.  Con questo referendum, che ovviamente viene meno a ogni promessa,  si chiede ai bielorussi di cambiare la Costituzione – non ci sia aspetta che il voto sia libero e a testimonianza di questo  fatto le cabine dei seggi elettorali  sono completamente prive di tendine – e di lasciare  Lukashenka   al potere fino al 2035. La nuova Costituzione cambierebbe però anche lo status di neutralità della Bielorussia che verrà sostituito da un generico impegno di non aggressione armata contro altri stati. Inoltre la Bielorussia che finora doveva rimanere uno stato senza armi nucleari, ora non lo sarà più.  

 

Lukashenka, secondo il memorandum di Budapest, avrebbe dovuto restituire tutto il suo arsenale nucleare alla Russia nel 1994, quando già c’era lui ad amministrare la Bielorussia e veniva scambiato per un riformatore. Lo scorso anno, quando  aveva scelto che tra la Russia e l’occidente sarebbe stato fedele solo alla prima, disse che non era vero, che non aveva mai smantellato il suo arsenale. Non c’è stato modo di verificare, ma il dittatore ha ormai offerto il suo territorio alla Russia, e in un’intervista a Rt ha detto che discuterà con Putin la redistribuzione delle armi nucleari sul territorio della Bielorussia. 

 

I soldati russi che hanno attaccato l’Ucraina hanno scelto tre direttrici, una passava  proprio dalla Bielorussia che è servita da centro logistico per l’esercito di Mosca: ormai Minsk non è più neutrale. Per mantenere il suo potere Lukashenka si è legato sempre di più al Cremlino, che rimane il garante della sua sopravvivenza politica a capo di uno stato che ormai sta rimanendo senza cittadini: molti sono scappati, moltissimi sono in carcere. Russia e Bielorussia hanno anche una dottrina militare comune, Putin ha costruito il suo avamposto al confine con l’Europa e Lukashenka è ben contento di esserlo diventato. 

  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)