Le code di auto in fila lungo l'autostrada in fuga da Kiev (foto Ansa)

Scappare da Putin

I paesi di Visegrád pronti ad aprire i confini ai profughi ucraini

Luca Gambardella

Da 200 mila a 5 milioni, i civili in fuga dai missili russi potrebbero generare la crisi migratoria più grave degli ultimi decenni. Polonia, Ungheria e Slovacchia, dopo aver voltato le spalle al fronte sud dell'Europa, ora si dicono pronte ad accogliere chi ha bisogno

Non c’è solo la crisi del gas fra le ripercussioni immediate dell’attacco russo in Ucraina, ma anche il rischio che un flusso senza precedenti di profughi si riversi in Europa.  Sin dalle prime ore del mattino di giovedì, mentre suonavano le sirene che avvertivano dell’inizio dei bombardamenti, a Kyiv migliaia di persone si sono messe in fila prima agli sportelli del bancomat per ritirare i loro risparmi e poi alle stazioni di rifornimento per fare il pieno e scappare. I filmati girati nella capitale ucraina mostravano migliaia di auto incolonnate verso ovest, molte lungo l’autostrada E Е40, quella diretta al valico ungherese di Beregsurány.    

 

“Speriamo ci siano pochi rifugiati dall’Ucraina, ma siamo pronti ad accoglierli, sono i benvenuti”, ha promesso giovedì la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, aprendo le porte dell’Europa a chiunque intenda fuggire dai combattimenti. “I paesi in prima linea hanno piani per accogliere immediatamente i rifugiati. Per gli sfollati interni diamo sostegno”, ha aggiunto, senza tuttavia sbilanciarsi in numeri e dettagli. Le risorse ci sono – ha assicurato – a cominciare dal prestito finanziario da 1,2 miliardi di euro approvato la settimana scorsa dall’Europarlamento. 

 

Non esiste alcuna certezza riguardo a quanto sarà grande l’ondata migratoria proveniente dall’Ucraina nei prossimi giorni. Se per ora i valichi sono interessati da flussi solo leggermente più alti del solito, le previsioni sono molto vaghe. Si va da alcune stime ottimistiche di 200 mila profughi ai 5 milioni, il doppio delle persone arrivate nell’Ue lo scorso anno. Il numero degli sfollati, ovvero di chi scapperà dalle proprie case per rimanere all’interno dei confini ucraini, sarà verosimilmente ancora più elevato, ma molto dipenderà dalla portata dell’avanzata russa. Nel caso in cui i combattimenti dovessero durare a lungo, ha detto  il presidente dell’ong Refugees International, Eric P. Schwartz, la Russia innescherà “una crisi che potrebbe superare qualsiasi altra vista in Europa da decenni”. 

  

Per anni i paesi dell’Europa centrale e orientale hanno accolto milioni di ucraini, ben integrati quasi ovunque grazie a una naturale prossimità geografica e culturale, oltre che a un’elevata domanda di manodopera. Tuttavia, non senza una certa ironia, molti dei paesi che oggi sono in prima linea per l’accoglienza dei migranti ucraini sono quelli del Gruppo di Visegrád, gli stessi che finora hanno voltato le spalle agli stati della sponda sud dell’Europa. Stavolta però,  anche i leader dei paesi dell’est – inclusi quelli di ispirazione sovranista di Polonia, Ungheria e Slovacchia – hanno promesso solidarietà a chi fugge dalla guerra. Quasi tutti, peraltro, hanno ricordato come l’eredità della Seconda guerra mondiale imponga oggi di offrire aiuto a chi fugge dalla guerra.  In Polonia, il primo ministro nazionalista Mateusz Morawiecki, che solo la settimana scorsa aveva attaccato l’opposizione  che lo criticava per i respingimenti dei migranti provenienti dal medio oriente e ammassati al confine bielorusso (“pensano che le frontiere debbano essere come il formaggio svizzero”, aveva detto) stavolta ha cambiato posizione e  ha dichiarato di essere pronto ad “aiutare gli ucraini a mitigare le conseguenze dell’attacco russo”. La Polonia, che già accoglie oltre 2 milioni di ucraini, condivide con l’Ucraina oltre 500 chilometri di frontiera ed è il paese che potrebbe essere coinvolto in modo più massiccio dagli arrivi. “Sappiamo cosa significa offrire sostegno”, aveva dichiarato la settimana scorsa il ministro della Difesa  Mariusz Blaszczak ricordando quanto accaduto durante la Seconda guerra mondiale. Nello scenario peggiore, solo in Polonia ci si aspetta oltre 1 milione di profughi e sono stati allestiti diversi punti di accoglienza lungo la frontiera per assicurare assistenza sanitaria ai profughi. Alla Polonia è stato garantito sostegno dalla commissaria Ue agli Affari interni, Ylva Johansson, e da Nancy Faeser, ministra dell’Interno tedesca. Nella base militare di Rzeszow, a una cinquantina di chilometri dal confine ucraino, migliaia di soldati americani appartenenti all’82esima divisione aerea appena dislocata dall’Afghanistan hanno il compito di coadiuvare i polacchi nell’accoglienza dei profughi.

 

Più a sud, anche la Slovacchia dice di essere pronta all’esodo dai confini ucraini e ha inviato 1.500 soldati a sorvegliare la frontiera. Il primo ministro Eduard Heger, appartenente a un partito sovranista di destra e che ha criticato più volte la politica dell’accoglienza dei migranti da parte dell’Ue, ha detto che stavolta “la Slovacchia  con responsabilità aderirà ai princìpi di umanità e solidarietà, proprio come quando i nostri genitori e nostri nonni sono fuggiti dalla guerra”. 

 

Il caso dell’Ungheria è più controverso. Il premier Viktor Orbán, pur offrendo solidarietà al governo di Kyiv contro l’invasione russa, ha tradito posizioni più sfumate. Giovedì, dopo una riunione con il ministro della Difesa e i vertici militari, ha detto che il paese deve restare fuori dalla guerra e si è rifiutato di offrire aiuti militari e armi all’Ucraina. La sua preoccupazione principale è quella di garantire aiuto alla nutrita minoranza ungherese – circa 130 mila persone – che vive nella regione ucraina della Transcarpazia. Ma sebbene il governo di Budapest abbia ribadito la sua disponibilità ad aiutare chi scapperà dall’Ucraina – lo scenario peggiore prevede l’arrivo di 600 mila persone –, diverse ong hanno fatto notare la grave anomalia legislativa ungherese in tema di immigrazione: ad oggi, chiunque voglia fare richiesta di asilo come rifugiato deve presentare domanda all’ambasciata ungherese del paese da cui fugge. “E’ un iter farraginoso, che richiede mesi – denuncia l’ong Migration Aid – e il governo non ha ancora chiarito se intende modificare o no la legge”.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.