l'america un anno dopo

La strada di Biden per stabilizzare l'America de “il dopo 6 gennaio”

Stefano Pistolini

A un anno dall'assalto a Capitol Hill, sulla politica americana è ancora forte lo spettro del trumpismo

E’ accertato che “il dopo 6 gennaio” è “il dopo 11 settembre” di questi anni Venti americani. Una ricognizione tra gli aftershocks dell’evento lascia poco di cui stare allegri. La stabilità, soprattutto la radice unitaria della nazione, incentrata sulla consapevolezza di “essere americani” è andata a farsi benedire, soppiantata da una assai meno affidabile distinzione dell’essere “un certo tipo di americani”, o forse un altro ancora. La scelta inattesa di Joe Biden di assumere, nel discorso coinciso col primo anniversario dell’attacco al Campidoglio, un atteggiamento di attiva condanna nei confronti del predecessore e delle sue congiure, annuncia un lungo periodo di guerra politica i cui toni si eleveranno col passare del tempo.

Per un anno di presidenza Biden ha pensato di poter superare l’estremo malessere psicologico del paese ristabilendo la tradizionalità dell’approccio politico della Casa Bianca, con quello stile bipartisan, corretto dall’appartenenza di partito, che ha segnato gli andamenti pre-Trump. Ma il malessere che ormai s’è impossessato della nazione lo ha fatto ricredere. Ignorare quello che è senza dubbio il suo prossimo avversario, nella speranza di sminuirlo, non ha fatto altro che lasciare sgombro il terreno all’aggressività dell’esiliato a Mar-a-Lago, e alla sua proiezione mitica penetrata nelle vene dello scontento americano. La constatazione, mentre sullo sfondo si profila il voto di medio termine che consegnerà uno o due camere ai repubblicani, è che non è più l’operato di un partito, quello democratico, né del presidente che ne è la sua massima espressione centrista, a poter riconsegnare gli Stati Uniti a un normale dibattito politico, depurato del caos intellettuale e dello spirito distruttivo in vigore di questi tempi.

Il tramonto del vecchio bipolarismo è stato sovvertito da un prodotto nuovo e di natura diversa, irrazionale, propagandistica ed emotiva, chiamato trumpismo. “Abbiamo visto coi nostri occhi i rivoltosi erigere la forca per impiccare il vicepresidente degli Stati Uniti”, ha detto Biden alla National Statuary Hall, accusando il predecessore. Così, ultimato il proprio consiglio di guerra, il 6 gennaio 2022 Joe Biden ha dato fuoco alle polveri, legittimando Trump come nemico, prima che come avversario. D’ora in poi non sarà più necessario fingere d’ignorare i ritornelli sulle elezioni corrotte del 2020 o sorvolare sui tentativi di modificare i meccanismi elettorali negli stati chiave. Da oggi la sonnolenta commissione d’inchiesta sul tentativo insurrezionale di un anno fa assume un’importanza ben diversa da ieri, diventando processo permanente alle intenzioni di Trump. 

Jen Psaki, addetto stampa della Casa Bianca, interrogato sul perché l’Amministrazione si sia decisa solo adesso a rispondere alle falsità di Trump, ha ufficializzato la decisione di alzare il livello dello scontro. Michael Chertoff, ex segretario alla sicurezza interna con George W. Bush ha dichiarato: “Dato l’ego di Trump, è appropriato guardarlo negli occhi e dirgli: so cosa hai fatto e non succederà di nuovo”. Altri veterani di una politica che è patrimonio di un’altra epoca, approvano il cambio di scenario: David Axelrod, spin doctor di Obama, insiste perché Biden moltiplichi gli attacchi a Trump.  Karl Rove, stratega di George W. Bush scrive sul WSJ che "i repubblicani per un anno hanno scusato le azioni dei rivoltosi " e che le cose devono cambiare. Bill Kristol, leader dell'opposizione repubblicana a Trump sostiene che “il soccombere del Partito alla Grande Menzogna sta declassando tutto il resto”.

Ecco allora profilarsi la possibile soluzione alla drammatica impasse che sta vivendo non solo la politica, ma la società americana: la stabilizzazione del confronto. Affrontare Trump come nemico reale e non come minaccia strisciante. Definire gli schieramenti e invitare i cittadini e esprimere la scelta. La battaglia finale è pro o contro Trump. E contro ciò che resterà di lui ora che il vigente sistema di potere muove apertamente nei suoi confronti. Con al seguito l’artiglieria giudiziaria, incaricata di smantellarlo prima ancora che raggiunga il fronte.
 

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